Alfio Caruso.

L'onore d'Italia.


2011 Longanesi & C., Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Da settant'anni El Alamein  un grido che risuona nei cuori e nelle menti d'Italia. Per i ragazzi dell'Ariete, della Trento, della Folgore, della Trieste, della Littorio, della Bologna, della Brescia, della Pavia, del 4 e del 50 stormo d'assalto rappresent l'appuntamento con un destino ingrato, da ciascuno onorato al meglio. A mandarli al massacro furono la sanguinaria follia del duce e il tradimento degli ammiragli: Mussolini, nel '41 e nel '42, prefer inviare undici divisioni e il meglio dell'artiglieria nel mattatoio sovietico anzich in Africa, dove avrebbero potuto cambiare il corso della guerra; i capi della Marina rivelarono agli inglesi le rotte dei trasporti verso Tripoli e Bengasi privando in tal modo l'armata italo-tedesca dei rifornimenti indispensabili per raggiungere il canale di Suez.
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Pur ignorati dalle ricostruzioni ufficiali, bersaglieri, par, fantaccini, genieri, aviatori scrissero pagine di memorabile abnegazione persino a dispetto del regime, che li aveva abbandonati nel deserto. E gli italiani non scapparono, non alzarono le mani, spesso morirono in silenzio nella loro buca. Gli stessi successi di Rommel furono frutto, finch il nemico non se ne accorse, di una straordinaria operazione di spionaggio condotta dal maggiore dei carabinieri Manfredi Talamo, in seguito fucilato alle Fosse Ardeatine. A El Alamein cominci la presa di coscienza dei ragazzi della generazione sfortunata, che avrebbe poi indotto gran parte dei pochi sopravvissuti della Folgore ad arruolarsi, dopo l'8 settembre, con gli anglo-americani.
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L'Autore.
Alfio Caruso, nato a Catania nel 1950,  autore di sette romanzi, thriller politici e di mafia: Tutto a posto (1991), I penitenti (1993), Il gioco grande (1994), Affari riservati (1995), L'uomo senza storia (Longanesi, 2006), Willy Melodia (2008), L'arte di una vita inutile (2010) e di due saggi di sport con Giovanni Arpino. Con Longanesi ha inoltre pubblicato: Italiani dovete morire (2000), Perch non possiamo non dirci mafiosi (2002), Tutti i vivi all'assalto (2003), Arrivano i nostri (2004), In cerca di una patria (2005), Noi moriamo a Stalingrado (2006), Il lungo intrigo (2007), Da cosa nasce cosa (2000, nuova edizione 2008), Io che da morto vi parlo (2009), Milano ordina: uccidete Borsellino (2010). Presso Salani  apparso Breve storia d'Italia (2001). Il suo sito Internet : www.alfiocaruso.com
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1. Chi muore, chi tradisce.
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L'ultimo della Folgore a morire per El Alamein  stato nel 2006 Telino Zagati, 16esima compagnia, Quarto battaglione, 186esimo reggimento. Aveva 85 anni. Nel 64esimo anniversario della battaglia era andato insieme con il figlio Luigi a salutare i tanti amici rimasti nel deserto. Lo faceva con regolarit dal 1984 indossando il basco amaranto, serrando le mascelle per non cedere all'emozione, ancora ansioso di ritrovare la propria buca attorno alla quale aveva sepolto lo zainetto e le bombe a mano Balilla prima di cominciare il disperato ripiegamento alle 23 del 2 novembre 1942.
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Sfuggito ai carri armati britannici, sfuggito alla sete e alla fame di una ritirata senza meta, sfuggito agli anni della dura prigionia, Telino era atteso dal fato in un viale del Cairo a conclusione di una serata allegra: l'inciampo improvviso nello scavalcamento di uno spartitraffico, la caduta all'indietro, la testa colpita dalla ruota di un minibus procedente a velocit sostenuta e che continuava la corsa senza fermarsi a soccorrerlo. Sono seguiti due mesi di straziante agonia in Italia, ma Telino  in pratica morto in quella capitale egiziana che costituiva lo sbocco dell'offensiva lanciata da Rommel nella primavera '42. Quando la guerra, gi segnata per le nazioni dell'Asse dall'ingresso degli Stati Uniti, aveva regalato l'ultima illusione con i panzer tedeschi all'assalto dalle pianure sovietiche alle distese egiziane e i soldati italiani arrancanti dietro alla ricerca di un veicolo che trasformasse le nostre divisioni autotrasportabili in trasportate sul serio.
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Invece il destino era gi deciso. E per l'Italietta degli assai presunti otto milioni di baionette l'aveva fatto precipitare il suo buffo e sgangherato duce, l'aspirante borghesuccio di Predappio, che inseguiva la modernit, mentre viveva costantemente nel passato. Si atteggiava a comandante in capo dell'esercito, al contrario era rimasto il caporal maggiore del 1917 incapace di comprendere l'importanza delle portaerei, degli aerosiluranti, dei carri armati, degli immensi giacimenti di petrolio sotto lo scatolone di sabbia della Libia. Quanto, insomma, sarebbe servito per affrontare con un minimo di decenza l'agognato conflitto, che avrebbe dovuto sancire l'ingresso della Nazione fascista fra i Grandi della Terra.
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Cos Mussolini aveva sospinto i concittadini, ancora inneggianti a lui, in una guerra alla quale eravamo del tutto impreparati. Con spicciola ferocia aveva detto che gli servivano un migliaio di morti per sedere al tavolo della pace.  stata la frase pi abietta del ventesimo secolo, quella che nemmeno i campioni riconosciuti del male (Hitler, Stalin, Mao, Pol Pot) ebbero mai lo stomaco di pronunciare. Purtroppo l'hanno scontata sulla propria pelle i ragazzi della generazione sfortunata, nati fra il 1909 e il 1922, chiamati a combattere battaglie per le quali nessuno li aveva addestrati. E il Paese era stremato dopo quattro anni di logoranti impegni bellici: dall'invasione dell'Etiopia al conflitto civile in Spagna.
Con la presunzione degli stupidi Mussolini il 10 giugno del '40 aveva predisposto il suo bluff sanguinario: era convinto che in autunno Inghilterra e Francia avrebbero accettato sia l'armistizio, sia il nuovo ordine dell'Europa sotto il tallone di Hitler con lui a far da paggetto ossequioso. Invece Churchill s'era incaponito e al popolo italiano tocc pagare il prezzo pi amaro.
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Dopo i troppi anni trascorsi a battagliare per la conquista dell'Etiopia e per sostenere il golpe di Franco in Spagna, il nostro esercito nella tarda primavera del '40 non ha riserve di alcun genere. E anche di quattrini a disposizione ce ne stanno pochi dopo i 50 miliardi di lire (circa 45 miliardi di euro) spesi fra il '35 e il '39 nelle due dissennate campagne. I generali sanno che fanteria e aviazione sono in fase di riorganizzazione, ma nessuno ha il fegato di gridarlo a voce alta, di conseguenza il duce pu fingere di esserne all'oscuro. D'intatto resta la marina, tuttavia la gran parte degli ammiragli nutre sentimenti filoinglesi, spesso cementati dall'appartenenza alle logge massoniche d'obbedienza scozzese. A bordo delle navi provano nei confronti del tedesco un'avversione sincera, d'altronde molti hanno cominciato la carriera durante la prima guerra mondiale allorch il nemico erano l'Austria e la Germania. Dover affrontare l'impero britannico per un verso atterrisce, domina pur sempre i mari da tre secoli, per l'altro verso viene considerato una sorta di tradimento nei confronti di un Paese amico fin dall'epopea risorgimentale. All'annuncio del conflitto le quotazioni di Mussolini, gi assai in ribasso fra gli alti gradi per non averli dotati di portaerei, s'inabissano del tutto. Ma anzich tentare il rischio di un colpo di stato, gli ammiragli preferiscono mantenere i privilegi del ruolo e il piede su due tolde. Proprio l'insicurezza delle rotte verso Tripoli, Bengasi, Tobruk, dovute spesso alle soffiate che filtrano da Supermarina, costituir uno dei motivi dello sfacelo in Africa.
Il problema dei rifornimenti per le due armate in Libia e per quella in Etiopia si pone fin dall'inizio della guerra, tuttavia rimane irrisolto. La fulminea resa della Francia sposta per noi il fronte vero in Africa Settentrionale. Purtroppo non viene sfruttata la schiacciante superiorit numerica: alla 10a armata del generale Berti, schierata al confine tra la Libia e l'Egitto, si aggiunge la 5a di Gariboldi attestata in origine al confine con la Tunisia, colonia di Parigi. L'esercito britannico in Egitto - 40 mila inglesi, 8500 neozelandesi e rhodesiani, 15 mila indiani poco affidabili e 40 mila egiziani con il dente avvelenato nei confronti di Londra - pare destinato alla disfatta contro i 230 mila italiani. Non solo abbiamo il doppio degli uomini, ma vantiamo anche pi cannoni (1800 contro 136) e persino, sulla carta, un numero superiore di aerei. Ecco spiegata l'insistenza con cui Mussolini pretende di affrontare il nemico, condotto da uno dei migliori generali dell'impero, il conte Archibald Wavell.
Balbo, governatore della Libia e comandante in capo,  conscio che a quelle latitudini non si pu avanzare a piedi. Invano chiede autocarri: al posto dei 7 mila necessari, da Roma gli propongono di impiegare gli asinelli locali, la qual cosa significherebbe doversi anche occupare del loro sostentamento. Da Mussolini a Badoglio e gi per la catena di comando sono ancora convinti che in Africa ci sar da combattere la vecchia guerra coloniale con tanto di quadrupedi e di spostamenti a piedi. Scopriremo a caro prezzo di dover affrontare una guerra meccanizzata, n pi n meno come nel Vecchio Continente. Servono motori potenti per far avanzare i blindati, servono motori affidabili per consentire agli autocarri dei rifornimenti di assorbire i granelli di sabbia e i bruschi sbalzi termici (di giorno sopra i 50 all'ombra, di notte un pelo sopra lo 0).
Il brillante suggerimento di ricorrere agli asinelli viene accantonato, mentre non sono accantonati gl'incitamenti di Mussolini a superare il maledetto ciglione di Sollum e a piantare il tricolore su un po' di sassi di Giorgio VI. Al contrario, Balbo indugia impensierito dalle incursioni contro gl'isolati presidi italiani. Pur non avendo una grande esperienza di tattiche e strategie, non si fida delle apparenze e delle smargiassate. Deve la carriera all'aver formato le prime squadracce fasciste in Romagna e la fama alla doppia trasvolata dell'Atlantico. L'incarico in Libia  stato un espediente per allontanarlo da Roma, dove il suo successo internazionale procurava continui travasi di bile sia a Mussolini sia al clan Ciano. Di fronte al passo pi importante, Balbo cerca nella prudenza l'antidoto alle deficienze dei propri reparti.
A sparigliare le carte interviene il caso. Il trimotore S79 del governatore in atterraggio su Tobruk  scambiato per un apparecchio nemico e abbattuto dall'artiglieria dell'incrociatore San Giorgio. Al posto di Balbo viene nominato il maresciallo Rodolfo Graziani, costretto ad abbandonare l'Italia, ma non il cadreghino di capo di stato maggiore dell'esercito, dal quale continua la ventennale contrapposizione con Badoglio, capo di stato maggiore generale. Al pari del rivale, pure Graziani rappresenta uno dei falsi miti del fascismo. Nella Wehrmacht faticherebbero entrambi a comandare un battaglione; nell'impero di stracci di Vittorio Emanuele III hanno la responsabilit dell'intero apparato bellico.
Graziani passa per un coraggioso, ma  stato infiacchito dall'attentato di Addis Abeba, nel quale ha rischiato di morire e per il quale ha scatenato una rappresaglia selvaggia. Del fegataccio sanguinario  sparito il sostantivo ed  avanzato l'aggettivo. Mussolini lo obbliga ad avanzare con una serie di diktat. Wavell gli fa ala fino a Sidi el Barrani, la cui conquista viene salutata da un bollettino di rara e ingiustificata presunzione: Quando gli inglesi cominceranno a capire di avere a che fare col pi attrezzato esercito coloniale del mondo?
Contemporaneamente in Etiopia si  mosso l'esercito del vicer Amedeo d'Aosta. Sulla carta risulta impressionante: 260 mila uomini, purtroppo i tre quarti sono indigeni attratti dal soldo e spesso dotati dell'antiquato fucile Vetterli Vitali originariamente a un solo colpo, poi alimentato con pacchetti di quattro. Artiglieria e aviazione denunciano lo stesso livello d'inadeguatezza, i mezzi di trasporto sono inesistenti. La brillantezza degli ufficiali ha prodotto efficaci incursioni in Kenia, in Sudan, nella Somalia britannica sotto l'occhio disincantato di Churchill: dal numero 10 di Downing Street ha ordinato ai suoi 15 mila soldati di non ingaggiare battaglia e di affidarsi alle dimensioni sconfinate del territorio per mettersi in sicurezza. Neppure la conquista di Berbera, con la fuga via mare dei difensori, vale a cambiare il quadro sostanziale. Riorganizzate le divisioni, i generali britannici potranno sfruttare le tante superiorit: armamento, rifornimenti, motivazioni, addestramento, logistica.
Il primo ad accorgersene  Graziani. Choccato dalle batoste in Grecia, l'incazzoso Mussolini esige una rivalsa in Egitto. Ma a quel settore guarda pure Churchill per rivitalizzare il fronte interno molto scosso dalla battaglia aerea con cui la Raf prova nei cieli inglesi a scongiurare l'imminente invasione. Malgrado l'emergenza del momento, sono fornite a Wavell due divisioni australiane di stanza in Palestina. Si aggiungono alle tre divisioni miste, di cui una corazzata, ai 400 aerei, ai 50 carri armati pesanti da 30 tonnellate, ai 176 medi da 15, ai 200 carri leggeri e autoblindo.  sbocciata l'8a armata destinata a entrare nella storia del conflitto: per ora si chiama Western Desert Force, la guida il generale Richard O'Connor. Purtroppo per noi ha gi dimostrato di avere le idee chiare e d'intendersene.
All'alba del 9 dicembre la 7a divisione corazzata (generale Creagh) e la 4a indiana (generale Beresford-Peirse) travolgono le linee italiane al di l delle speranze di Wavell e di Churchill. Ripresa Sidi el Barrani, incomincia una marcia trionfale sulla Balbia: cadono Bardia, Tobruk, Derna, Barce, Bengasi. Bastano poco pi di 30 mila uomini, i famosi topi del deserto di O'Connor, per sbaragliare i 145 mila di Berti. Il mondo assiste sbigottito.  la vittoria della preparazione e dell'esperienza contro la prosopopea e la mediocrit. Gli M11, tragiche scatole di sardine da 10 tonnellate protette da un velo di blindatura, sono stati spazzati via. Non parliamo poi dei giocattolini tipo gli L3, cio blindati da 3 tonnellate, spesso armati soltanto di mitragliatrice. E la responsabilit di tale insufficienza va addebitata alla miopia di Mussolini e degli stati maggiori, fermi alla guerra statica delle trincee, incapaci di comprendere l'importanza della guerra di movimento affidata ai carri armati. E dire che un prototipo dei nostri mezzi corazzati, il Fiat 2000 ideato nel 1917, pesava 40 tonnellate, era armato con un obice da 65 e con sei mitragliatrici, aveva dieci uomini d'equipaggio. Quando a gennaio 1941 si presenta l'M13, con il suo cannone da 47/32 pu battersela con i Crusader e i Valentine, per altro pi pesanti, ma niente pu contro Matilda, l'MK II da 27 tonnellate, 80 millimetri di blindatura e un cannone da 40/67.
Da vecchio artigliere Badoglio  convinto che la diffusione dei pezzi anticarro abbia reso obsoleto il carro armato. Nella primavera del 1940, alla chiusura del corso presso la scuola di guerra di Torino, si  vantato di aver fatto risparmiare allo Stato investimenti tanto cospicui quanto inutili opponendosi alla costruzione di carri di stazza superiore alle 20 tonnellate. Bench la guerra di Spagna abbia gi dimostrato che a sbaragliare un'intera brigata di carri L basti un carro medio russo armato di cannone, l'uso dei blindati risulta indigesto al nostro stato maggiore.  un'impreparazione tecnica, cui se ne aggiunge una strategica: purtroppo per i tantissimi che dentro quelle bare andranno a morire, abbiamo comandanti formatisi nelle trincee della prima guerra mondiale e l fermatisi. Le nostre accademie, dunque, prevedono un impiego frammentario dei reparti carristi al seguito delle divisioni di fanteria, privi di qualsiasi autonomia tattica oltre che di un comando unificato.
Ancor pi inadeguato dei carri armati e dei cannoni si dimostra Graziani, ma non si tratta di una novit. Rintanato a Cirene, a 500 chilometri dal fronte, chiede a Mussolini il permesso di retrocedere fino a Tripoli per mantenere alta almeno su quel castello la bandiera d'Italia. A differenza del pusillanime maresciallo, il cui crollo psico-fisico disgusta parecchi ufficiali, altri generali si comportano al meglio: Maletti e Tellera muoiono con le armi in pugno; Bergonzoli, la famosa barba elettrica responsabile del presidio di Bardia, viene imprigionato al termine di mille peripezie.
Il 9 febbraio 1941 le avanguardie di Wavell toccano El Agheila, all'imbocco del golfo della Sirte. La 10a armata non esiste pi: 5 mila morti, 130 mila prigionieri, 400 carri armati e 1200 cannoni catturati dal nemico. La scampano soltanto 7 mila soldati italiani e 1300 libici con 460 armi automatiche, 60 mortai, 13 mitragliatrici pesanti, 110 cannoni di piccolo calibro. Le perdite della Western Desert Force sono assai contenute: 500 morti, 1373 feriti, 58 dispersi. Eppure O'Connor rimprovera a Wavell di aver fermato la travolgente cavalcata. Ai suoi occhi la fatica accumulata dai reparti in due mesi di avanzata  ampiamente compensata dalla scadente qualit del nemico. Graziani viene sostituito da Gariboldi e raggiunge nella pensione il rivale di sempre, Badoglio, che a causa della disfatta greca  stato sostituito da Cavallero.
Il tracollo in Africa settentrionale evidenzia la scarsa qualit dell'aeronautica - non basta l'abnegazione dei piloti per supplire alle deficienze di velocit, di armamento, di maneggevolezza - e il modesto contributo della marina. Per quanto le coste italiane siano dirimpettaie di quelle libiche, risulta molto pi facile a Churchill che a Mussolini rifornire il proprio esercito. Dopo la resa francese, l'Italia possiede la quarta flotta del mondo - alle spalle di Usa, Gran Bretagna, Giappone - e la prima del Mediterraneo. Schiera le due pi imponenti navi da battaglia, la Littorio e la Vittorio Veneto, corazzate da oltre 40 mila tonnellate, trenta nodi di velocit e un armamento sontuoso in cui spiccano nove cannoni da 381 millimetri. E anche il contorno  di prim'ordine: 4 corazzate da 29 mila tonnellate e pezzi da 320 millimetri (Giulio Cesare, Cavour, Caio Duilio, Andrea Doria), 7 incrociatori pesanti da 10 mila tonnellate con cannoni da 203 millimetri, 12 incrociatori leggeri, 59 cacciatorpediniere, 70 torpediniere, 50 Mas (mezzi d'assalto subacquei e sopracquei: recita cos la definizione per intero). Infine, il gioiello della corona: 115 sommergibili. Soltanto l'Urss ne possiede un numero maggiore, ma con uno spazio quadruplo da vigilare.
Al di l della mancanza di portaerei e aerosiluranti, il difetto principale risiede nella scarsa affidabilit delle artiglierie, cui il capo di stato maggiore, Cavagnari, mai si  dedicato. Anzi, l'ha presentata quale ottima scusa per dissuadere Mussolini da colpi di testa. Al duce, invece, scappava dalla pelle di mandare al pi presto la meglio giovent a crepare per la propria gloria. Di conseguenza sarebbe stato opportuno studiare i campi di operazione, redigere piani, tenerli aggiornati. Fin dal 1938 appariva chiaro che l'Africa, soprattutto quella Orientale, avrebbe rappresentato uno scacchiere delicato con linee di collegamento assai precarie. Eppure erano molto pi preoccupati all'ammiragliato di Londra che a Santa Rosa, il quartier generale sulla Cassia. Ancora nel maggio del '40 ragionavano di ritirare la squadra navale da Alessandria a Gibilterra. Una tal scelta avrebbe comportato allungare a dismisura il rifornimento dell'esercito in Egitto e in Medio Oriente: dalla Manica fino al capo di Buona Speranza passando poi per la strettoia del mar Rosso. Ma qui poteva scattare la trappola per topi: a Massaua infatti stavano gli italiani. E nonostante Cavagnari si fosse guardato bene dall'infoltire la squadra, i 7 cacciatorpediniere, i 5 Mas, gli 8 sommergibili e le 23 squadriglie di bombardieri davano molto da pensare all'ammiraglio Pound, primo Lord del Mare. Immaginiamoci quali incubi avrebbe avuto la notte se appena appena Cavagnari avesse trasferito qualche posamine. Purtroppo a nessuno dei nostri intelligentoni con le stellette era venuto in mente di riempire di mine quella rotta comunque obbligata.
Sette giorni dopo la dichiarazione di guerra, il 17 giugno, l'ammiraglio Cunningham, comandante di Alessandria, riceve una lettera da Pound. Gli comunica di prepararsi a sloggiare: a lui la scelta di quali navi avrebbero puntato direttamente su Gibilterra e di quali avrebbero circumnavigato l'Africa. La risposta di Cunningham gronda pessimismo e malumore. Si rende conto della ineluttabilit della decisione, per andarsene dall'Egitto comporter la perdita di Malta, di Cipro, della Palestina con il variegato pianeta musulmano pronto a esplodere. Sembra l'annuncio della disfatta. Viceversa il giorno seguente Cunningham trasmette un cifrato con il quale invita il governo a soprassedere: gli risulta che la flotta italiana non abbia alcuna voglia di combattere; inoltre ritiene di sapere dove siano posizionati i nostri 55 sommergibili nel Mediterraneo. Che strano: Cunningham conosce a puntino il numero degli scafi lanciati dall'ammiraglio Mario Falangola ad azzannare la perfida Albione. Eppure fino alla vigilia del conflitto i sommergibili da mandare in caccia erano 63, sono stati diminuiti la sera del 10 giugno. Cunningham come fa a saperlo e soprattutto come fa a essere informato della loro dislocazione?
A differenza della tattica adoperata dall'ammiraglio Doenitz con gli U-Boot tedeschi, a branco di lupi, cio concentrati in una zona dell'Atlantico per colpire il maggior numero possibile di battelli, Falangola usa i sommergibili quali boe siluranti: l'uno distante dall'altro, immobile nel proprio quadratino con il compito di attaccare il naviglio e di sorvegliare il traffico. Il Mediterraneo risulta diviso in tre fasce: nella A ne sono stati posizionati 15, nella B 17, nella C, fra Pantelleria e l'Africa, 23. Il 27 giugno Cunningham lancia cinque cacciatorpediniere contro i sommergibili della fascia C. In teoria sono 23 punticini sparsi in mille miglia di mare, nella realt la squadriglia britannica procede a colpo sicuro: in quarantott'ore ne affonda 4 e danneggia 3. Negli stessi giorni vengono spazzati via gli 8 sommergibili di Massaua, costretti anche a fare i conti con un nemico in pi, il cloruro di metile, utilizzato quale refrigeratore. Nessuno si era accorto della sua tossicit e che bastava una minima fuga per avvelenare l'equipaggio. I marinai lo scoprono sulla propria pelle, mentre tentano di sottrarsi ai quattro cacciatorpediniere spediti da Cunningham a Aden per sbarazzarsi della loro fastidiosa presenza. E anche in questo caso la precisione con cui sono localizzati fa dubitare che abbiano influito soltanto fortuna e abilit.
D'altronde Cunningham viene graziato persino nei suoi eccessi di sicurezza. Succede a Punta Stilo, il 9 luglio, allorch Supermarina ordina alla squadra dell'ammiraglio Campioni, in soverchiante superiorit numerica e di stazza, di ritirarsi dopo pochi minuti di cannoneggiamento. Cos  persa la grande, irripetibile occasione d'infliggere alla Gran Bretagna una roboante sconfitta, dagli enormi riflessi anche psicologici, e di cancellarne per molto tempo la presenza nel Mediterraneo. Succede esattamente il contrario. Malgrado le mille difficolt in Europa, malgrado i massicci preparativi di Hitler per sbarcare a Dover, Churchill comprende di poter vincere la partita in Africa, di poter mantenere Malta e di poter salvare i preziosissimi campi petroliferi in Iran e in Iraq. In un mese gl'inglesi sono passati dal pi cupo pessimismo a un fondato ottimismo, al quale fa da contrappunto la crescente prudenza italiana. Su di essa influisce pure una certa furbizia tipicamente italiana, che altri, non a torto, definiscono codardia. Nonostante le rodomontate di Mussolini, l'idea di Cavagnari e dei principali collaboratori  tanto semplice quanto chiara: con il Terzo Reich a un passo dalla vittoria non merita di rischiare n un legno n un marinaio. Cavagnari addirittura stabilisce che la conquista di Malta presupponga un alto tributo di sangue: false notizie diffuse dal Servizio informazioni militare (Sim) del generale Giacomo Carboni parlano di 336 cannoni navali, di 200 pezzi contraerei, di 100 carri armati e di 10 mila uomini presenti nell'isola. Molto meno rischioso tenerla sotto pressione con bombardamenti aerei, agguati di sommergibili, incursioni notturne di Mas. Peccato che il progetto rimanga sulla carta.
Da met luglio del '40 viene convenuto che la flotta italiana non scorter pi al gran completo i convogli di rifornimento diretti in Libia, malgrado i mercantili disponibili siano molto lenti. I pi veloci li abbiamo persi a causa del ritardato avviso di rientro:  stato diramato soltanto il 5 giugno e 212 navi, le migliori, quelle di stazza maggiore e con pi nodi in pancia, non sono riuscite a rientrare. Una, il Rodi, viene addirittura bloccata a Malta. Cavagnari giustifica la scelta di non fare uscire le squadre con le scarse riserve di carburante. Una colossale bugia: i dati ufficiali del ministero spiegano che abbiamo la stessa dotazione di Germania e di Gran Bretagna, anzi dal giugno '41 i tedeschi ci forniranno ulteriori 45 mila tonnellate al mese. I piroscafi sono dunque costretti ad affrontare in solitudine o con la ridotta protezione di qualche cacciatorpediniere quello che non  pi il mare nostrum. La salvezza dipender dal materiale trasportato e dal periodo: quando avranno a bordo benzina e carri armati, quando i rifornimenti risulterebbero vitali per l'armata italo-tedesca in Africa, quasi mai giungeranno a destinazione. Una coincidenza sconcertante giustificata nel dopoguerra con l'impiego da parte avversaria del radar e di Ultra, la macchina in grado di decrittare i messaggi cifrati germanici. Ma Carlo De Risio e Roberto Fabiani hanno dimostrato nello strepitoso saggio La flotta tradita che Ultra e il radar ebbero scarsa incidenza nei disastri delle nostre navi. Convogli e sommergibili pagarono, invece, il costante flusso d'informazioni riservate che da Supermarina raggiungeva con puntualit le orecchie del nemico. Lo ha chiaramente scritto il generale Cesare Am, successore dal settembre '40 di Carboni al Sim. Non a caso il suo impressionante memoriale costituisce la base del pamphlet di Fabiani e De Risio.
Alla fine del 1940, dopo la tremenda incursione degli aerosiluranti di Cunningham nel porto di Taranto, le perdite suonano gi impressionanti: una corazzata, un incrociatore, 8 cacciatorpediniere, 6 torpediniere, una cannoniera, 20 sommergibili, 50 mila tonnellate di mercantili. All'incasso un vecchio incrociatore, 3 cacciatorpediniere (2 saltati sulle mine), 9 sommergibili, 5 piroscafi. Da questi numeri discende l'abbandono dell'armata di Amedeo d'Aosta in Africa Orientale nel momento di maggior bisogno. A met gennaio '41, sotto l'infuriare della Raf, scatta dal Sudan e dal Kenia la duplice offensiva inglese. In quattro mesi i corpi d'armata di Frusci e De Simone, falcidiati dalle defezioni delle truppe indigene, sono disfatti. A nulla valgono gli eroismi del capitano Mario Visentini, che ai comandi di un vecchio CR 42 s'alza in volo a contrastare da solo le soverchianti squadriglie inglesi; del tenente Guillet, che effettua la penultima carica di cavalleria della guerra (a congedarsi dalla Storia sar il Savoia l'anno seguente in Russia); del generale Carnimeo nella difesa di Cheren. Caduta il 6 aprile anche Addis Abeba, il duca d'Aosta si rinserra con 7 mila irriducibili, la met dei quali ascari, sull'Amba Alagi. La sconsiderata avventura etiopica finisce l dove non era cominciata a causa dell'agguato in cui nel 1895 era caduta la colonna Toselli. Il 17 maggio 1941 viene alzato il vessillo bianco. L'aitante duca, che in Italia ha lasciato schiere di cuori femminili infranti, morir di tubercolosi a Nairobi il 3 marzo '42.

I rovesci africani inducono Hitler a intervenire: il 21 gennaio  caduta Tobruk dopo che gli australiani della 6a divisione (generale Mackay) hanno creato nella cinta fortificata le brecce attraverso le quali sono transitati i carri armati. Mussolini e lo stato maggiore non hanno pi argomenti per respingere l'offerta d'aiuto. La vecchia scusa - il deserto non si addice ai nipotini dei nibelunghi -  stata abbattuta dalle imprese dei topi del deserto. L'Oberkommando di Berlino riserva all'Operazione Girasole la 5a divisione leggera - per modo di dire: annovera un reggimento carri, 2 mila veicoli, 111 pezzi anticarro, 30 carri armati medi - e la 15a corazzata con 200 panzer, disponibile per da maggio. Lo sbarco viene protetto dal Decimo corpo aereo installatosi in Sicilia nel dicembre '40 per mettere sotto pressione Malta. Entrano in azione decine e decine di Stuka, lo Ju 87, il famoso bombardiere in picchiata con ala a gabbiano rovesciato e la sirena (tromba di Gerico) nel carrello d'atterraggio: a causa del vento produce un sibilo acutissimo dagli effetti psicologici devastanti in quanti sono gi atterriti dal vedersi piombare addosso il bestione. I marinai e le imbarcazioni di Cunningham vengono stravolti dalla novit. Abituati agli aerei italiani che sganciano da circa 3 mila metri, faticano a fronteggiare gli acrobati della Luftwaffe.
Comandante dell'Afrika Korps, cos viene denominato il corpo di spedizione germanico,  designato una nostra vecchia conoscenza, il generale Erwin Rommel. Da capitano era stato nel 1917 il protagonista dello sfondamento di Caporetto: alla testa di un battaglione di cacciatori da montagna aveva assaltato il monte Matajur e imprigionato 150 ufficiali e 9 mila soldati con il corredo di 80 cannoni. Da quell'episodio la carriera del piccolo ufficiale, freddo, autoritario, inviso agli altezzosi aristocratici prussiani, ha progredito anno dopo anno. Oltre alle qualit da stratega, le fortune di Rommel sono state accresciute dall'avversione degli Junker. Agli occhi di Hitler si  trasformata in un attestato di affidabilit. Lo ha nominato responsabile della guardia personale e in seguito comandante della 7a Panzer, riempitasi di gloria nella vertiginosa campagna di Francia. Il suo credo  abbastanza semplice: se una mossa  rischiosa, significa che nasconde un'opportunit. Rommel aspira a mantenere in continuazione l'iniziativa: ogni sua azione  improntata all'attacco, alla sorpresa, alla perenne ricerca della manovra giusta per circondare il nemico e finirlo. Le uniche tenerezze che gli si conoscono le riserva alla moglie e al figlio.
Il comando in Africa giunge a proposito per sfruttare in quelle distese infinite la decantata superiorit dei blindati germanici. A Berlino come a Roma immaginano di poter utilizzare al meglio le capacit offensive di Rommel, nessuno purtroppo ha messo in preventivo che il profeta della guerra-lampo ignora che cosa sia la difesa. Da subito Rommel deve misurarsi con l'invidia dei parigrado italiani, che attribuiscono alla fortuna met dei suoi successi, e con le mille deficienze della nostra logistica. Della prima se ne fa beffe: formalmente l'ultima parola spetterebbe a Gariboldi e risalendo per li rami a Cavallero e Mussolini; nella pratica la tiene sempre per s sapendo di godere della protezione del Fhrer. Tra l'altro conquista all'istante il favore dei sottoposti dividendo con essi i disagi e i pericoli della prima linea. A differenza dei colleghi italiani rintanati a centinaia di chilometri, Rommel spesso sopravanza, con la cicogna da ricognizione, perfino le avanguardie. Molto pi complicato risulta per lui venire a capo del secondo ostacolo: la cronica deficienza dei nostri trasporti, cui si aggiunge, allorch i convogli giungono a destinazione, la limitata capienza recettiva di Tripoli e degli altri porti. Rommel, allora, propone d'invadere la Tunisia per dare un altro sbocco ai rifornimenti, ma Hitler non vuole complicare i rapporti con la Francia di Vichy.
L'uomo che da trent'anni vive di armi e strategia  sinceramente strabiliato quando passa in rassegna il nostro equipaggiamento. Nel diario scrive: L'antiaerea  costituita da vecchissimi Skoda da 75 mm, ancora della guerra 1914-18; ho visto perfino mortai di bronzo antiquati, gi dell'esercito austro-ungarico... Gli aerei sono logori e non vengono cambiati. I piloti italiani fanno miracoli. Gli apparecchi da ricognizione, mi dice Zecht, sono vecchi Caproni, inermi e lenti, micidiali per chi vola... Gli aerosiluranti sono empirici e rudimentali: l'unica cosa viva  il valore e il coraggio dei piloti; un nostro aviatore rifiuterebbe di decollare con quegli apparecchi che qui chiamano a ragione Totebahren ('Casse da Morto'). Ma gli sconcerti non sono terminati: I fucili italiani si chiamano modello 91, perch rimontano all'anno 1891; gli italiani non posseggono mitra, i carri armati da 6 tonnellate sono ridicoli. L'evacuazione della popolazione colonica italiana dalla Cirenaica  stata un errore. Ha ingorgato la Tripolitania, ha dato agli arabi il possesso della terra e di poderi bellissimi, che lasceranno poi di mala voglia: di conseguenza rimarranno ostili all'Asse. Ritengo che Balbo non lo avrebbe permesso: egli non avrebbe fatto l'errore di Graziani di attaccare a fondo senza riserve, senza rifornimenti e, soprattutto, senza aerei sufficienti. Wavell lo ha battuto per l'aviazione. Non tutte le critiche di Rommel sono pertinenti - gran parte dei cannoni da 75, costruiti a Napoli su licenza dell'Ansaldo, funzionano bene; il mitra Mab 38  una bell'arma; il 91 non  molto pi anziano del Mauser 96 o dello stesso Lee Enfield - ma coglie nel segno allorch si rif a una visione assai miope e soprattutto alla mancanza di coordinamento. Il vanto del 91  l'estrema precisione, tuttavia  poco maneggevole,  lento, ha un potere d'arresto molto limitato. Ma il vero, grande problema, che peser per l'intera durata del conflitto, risultano i calibri diversificati tra mitragliatrici e moschetti: le mitragliatrici Breda sono 8, le Lewis aeronautiche sono 7,7, i mitragliatori Breda usano le munizioni del 91, per s'inceppano; sono inoltre diffuse mitragliatrici austriache, preda bellica del '15-18. Un vero manicomio per la logistica, un dramma per soldati impotenti davanti a munizioni e armi spesso non compatibili fra essi. Che differenza con gli altri: i tedeschi usano solo il 7,92 su Mauser, MG 34 e MG 42; gli inglesi il 7.7 per Lee Enfield, Bren e le Lewis; gli statunitensi, quando arriveranno dopo El Alamein, avranno fucili Garand semiautomatici, mitragliatori Bar e mitragliatrici leggere Browning tutti in calibro 7,62.

Il 24 marzo 1941, dalla puntata esplorativa su El Agheila di un reparto misto, Rommel intuisce che le formazioni di Wavell peccano nei collegamenti interni. I comandi britannici si sentono al sicuro avendo appena debellato l'ultima resistenza in Cirenaica, il ridotto di Giarabub, sacro ai senussi per accogliere dentro la piccola moschea la tomba del fondatore della setta, Mohammed ben Al es Senussi. Per mesi i 1300 uomini del maggiore Castagna hanno respinto diversi assalti pur essendo insaccati nel cuore dello schieramento avversario. In onore di Castagna e dei suoi ardimentosi la propaganda fascista ha composto una canzone, La sagra di Giarabub, con il famoso ritornello: Colonnello non voglio pane, dammi piombo per il mio moschetto. Purtroppo i soldati dell'oasi hanno ricevuto minime quantit dell'uno e dell'altro. Wavell, perci, opina di avere tempo da dedicare all'altro scacchiere di sua competenza, la Grecia, dove la Wehrmacht  intervenuta per togliere nuovamente dagli impicci lo scomodo alleato italiano. La stessa Intelligence ha garantito a Wavell che prima di met aprile Rommel non sar pronto a muoversi. Al contrario la futura volpe del deserto si butta a capofitto in avanti. Il fronte britannico si sbriciola in poche ore. Il 4 aprile  occupata Bengasi ( stato un insegnante torinese delle scuole cristiane, Achille Rambaldi, ad avvertire Rommel che gli inglesi hanno sgombrato), il 5 Barce. Nella stessa notte una pattuglia tedesca ingabbia i generali O'Connor e Neame, che hanno smarrito la strada per il fronte. O'Connor stava in licenza,  stato richiamato nella speranza di arginare l'onda germanica. La sua cattura simboleggia la frana della Western Desert Force. Il 7 aprile 300 bersaglieri del colonnello Montemurro espugnano el Mechili e fanno 1700 prigionieri, fra i quali alcuni generali. Le avanguardie dei granatieri si spingono fino al ciglione di Sollum, bench Tobruk, tenuta dalla 9a divisione australiana, risulti imprendibile.
Churchill sollecita Wavell ad assumere l'iniziativa, gli fa giungere i nuovi carri Mark II, Matilda nel gergo dei soldati, ma gli 88 germanici, nati in funzione antiaerea, ne distruggono a bizzeffe. L'Afrika Korps ormai s'affaccia sul suolo egiziano. Assieme alle due divisioni tedesche si  ben comportata l'Ariete del generale Ettore Baldassarre, sulla carta una delle nostre poche divisioni motocorazzate, ma il cui armamento risulta risibile nel confronto con i camerati. Per l'estrema mobilit assume il nome di divisione fantasma.  in questi mesi che Rommel matura l'aspro giudizio sugli italiani (i soldati sono leoni, gli ufficiali salsicce, lo stato maggiore letame). Per d'incomprensioni ne ha anche con i suoi: gl'imputano la mancata riconquista di Tobruk, mentre Churchill addebita a Wavell di aver fatto entrare il nemico in casa e lo sostituisce con Sir Claude John Eyre Auchinleck, tipico prodotto delle accademie britanniche, gi costretto l'anno prima ad abbandonare la Norvegia con il corpo di spedizione inglese.
Il 21 giugno l'Operazione Barbarossa, cio l'invasione dell'Unione Sovietica da parte del pi imponente esercito mai allestito (3 milioni e 50 mila uomini), relega in secondo piano gli altri settori. Hitler ha fretta di recuperare i due mesi perduti per disbrigare la pratica greca. Un paio di divisioni destinate a Rommel sono deviate in Ucraina, dalla Sicilia viene trasferito anche il Decimo corpo aereo. E Mussolini, manco a dirlo, commette un altro clamoroso errore. Abbagliato dalla straordinaria progressione delle settimane iniziali, domanda con insistenza al Fhrer di condividere un po' di gloria in Urss. La risposta  glaciale, ma esemplare: Hitler spiega di non aver bisogno di alcun sostegno, anzi invita il caro duce a occuparsi di una questione che forse sottovaluta: L'aiuto decisivo lo potrete fornire nel rafforzare le vostre forze nell'Africa Settentrionale, nell'intensificare la guerra aerea e, dove sia possibile, quella dei sommergibili nel Mediterraneo.
L'attenzione di Hitler  costantemente rivolta ai pozzi petroliferi controllati dagli inglesi. Nei suoi intendimenti l'invasione dell'Unione Sovietica deve portare all'occupazione dell'Iran e dell'Iraq per tagliare in maniera definitiva gli approvvigionamenti di carburante a quel testone di Churchill e impedirgli di ricevere i rifornimenti spediti da Roosevelt nel golfo Persico. Nella tenaglia immaginata da Hitler per soffocare il leone britannico il secondo braccio  costituito dall'Africa Korps: a esso spetter l'occupazione dell'Egitto, della Palestina, della Giordania. Ma tali raccomandazioni risultano del tutto incomprensibili a Mussolini. Il suo assillo consiste nel tampinare le mosse del Terzo Reich per ritagliarsi un posto d'onore al tavolo della pace. Nel giugno del '41  probabilmente l'unico sul pianeta a ritenerla prossima, certo che le armate del compare assoggetteranno in pochi mesi l'orso comunista. Tanto insiste da ottenere d'inviare il Csir (Corpo di spedizione italiano in Russia): quattro divisioni con 61 mila soldati, 5500 automezzi, 148 pezzi d'artiglieria. Nella steppa risulteranno ininfluenti, in Africa settentrionale sposterebbero i rapporti di forze. Come li avrebbero spostati i corpi d'armata lanciati al buio verso la catastrofe greca. Ma per Mussolini l'Africa e il petrolio non contano, senn si sarebbe curato gi nel '39 di ammassare truppe, di creare depositi lungo la costa libica per accorciare la catena dei rifornimenti, di ampliare al massimo i porti di Tripoli, di Bengasi, di Tobruk, di Badia, di Derna.

Malauguratamente per i tanti mandati a morire dalla sua incompetenza, Mussolini non si accorge che diversi ammiragli fanno il doppio gioco. La marina, per la quale a met degli anni Trenta sono stati spesi 14 miliardi di lire (all'incirca 15 miliardi di euro), dovrebbe garantire il pieno possesso del Mediterraneo, viceversa lascia sempre pi spazio agli azzardi di Cunningham. Scampato agli scontri di Punta Stilo e nel golfo della Sirte, che avrebbero potuto decimare la sua Mediterranean Fleet, questo degno erede di Nelson ha organizzato il devastante attacco (11 novembre '40) al porto di Taranto - le nostre grandi corazzate si sono graziosamente offerte ai siluri degli Swordfish, aerei di legno e tela - e l'agguato di capo Matapan (28-29 marzo '41) con la perdita di tre incrociatori pesanti (Pola, Zara, Fiume), di due cacciatorpediniere (Alfieri e Carducci), di 3 mila marinai.
In entrambe le occasioni hanno inciso i siluri, snobbati da Mussolini e da Cavagnari. A met degli anni Trenta, infatti, il generale Valle aveva messo a punto un siluro da sganciare sul bersaglio a 80 metri di altezza, una quota all'epoca notevolissima, che consentiva al pilota di rialzarsi in cielo, mentre gli altri, costretti a volare bassissimi, erano condannati a morte quasi sicura. Dopo la nostra rinuncia a proseguire nella produzione, Gran Bretagna, Svezia e Germania avevano cercato in ogni modo di carpirne i segreti. Con la stipula del patto d'acciaio fra Berlino e Roma, la Luftwaffe aveva ordinato 300 esemplari alla Whitehead di Fiume. Neppure tale commessa era bastata a ridestare l'interesse dei vertici militari, sui quali pesava la contrariet dell'aeronautica a mettere gli aerosiluranti sotto il comando della marina.
Per giustificare la disfatta di capo Matapan, originata da un'incursione di aerosiluranti contro il Vittorio Veneto e il Pola e dalle conseguenti scelte dell'ammiraglio Angelo Jachino,  stata diffusa la voce che le navi inglesi abbiano potuto affondare quel bendiddio grazie al radar. Non  vero. A capo Matapan il radar - nella primavera del '41 uno strumento assai grezzo, capace di segnalare una presenza senza distinguerla - non ha inciso. In ogni caso anche per il radar avremmo dovuto recitare il mea culpa. Gi nel 1931 Ugo Tiberio, ingegnere dell'Istituto Militare Superiore di Trasmissioni, aveva sperimentato il radiotelemetro, il pap del radar. Procedendo nello scetticismo generale gli era stato assegnato un contributo di 20 mila lire: Tiberio aveva approntato un prototipo con portata utile tra i 7 e i 12 mila metri. Al tempo tedeschi e inglesi stavano indietro di parecchi chilometri. Purtroppo nessuno aveva dato credito all'invenzione di Tiberio. L'EC3bis, questo il nome, era stato mestamente riposto nello scantinato dell'Istituto Elettronico per le Comunicazioni all'Accademia navale di Livorno.
Nella notte da tregenda di capo Matapan gli ufficiali di Sua Maest britannica se la sono cavata con i binocoli, con i telemetri, con l'attitudine a combattere anche senza luce, con l'orgoglio della tradizione. Noi italiani ci siamo prestati a essere massacrati. Jachino ha mandato l'intera squadra a soccorrere il Pola persuaso che al buio il nemico non avrebbe ingaggiato battaglia. L'ammiraglio Cattaneo ha tenuto i cacciatorpediniere di poppa agli incrociatori, anzich in posizione di scorta. I cannoni avevano le bocche otturate dai tappi metallici, secondo l'antiquato regolamento. A Mussolini, che ha appena sostituito Cavagnari con Riccardi, non  rimasto che imprecare. Neppure dopo l'infausto accadimento  stato sfiorato dal sospetto che forse dall'altra parte sono regolarmente informati sulle rotte dei convogli tanto  vero che taluni comandanti usano la precauzione di non rivelarle e casualmente non incontrano siluri e granate durante la navigazione. Il pi grande successo italiano, l'incursione dei maiali di Durand de La Penne nel porto di Alessandria (18 dicembre '41), avr come premessa l'assoluta segretezza con la quale il principe Junio Valerio Borghese, comandante del sommergibile Scir, trasporter i tre siluri a lenta corsa e gli eroici sommozzatori.

Nell'estate del '41 l'Afrika Korps riceve gli approvvigionamenti con il contagocce. Tra aprile e agosto sono distrutti diversi cacciatorpediniere di scorta e circa venti piroscafi, tra cui due transatlantici, l'Esperia e il Conte Rosso, con a bordo quasi tremila volontari universitari, e un imponente piroscafo tedesco, il Preussen, stipato con 664 soldati, 6 mila tonnellate di munizioni, mille di carburante, mille di viveri, 320 blindati, cento granate da 1800 chili e alcune batterie di cannoni da 210 necessarie per sfondare la cinta difensiva di Tobruk. In tre occasioni le aggressioni ai convogli avvengono a poche miglia dai porti della Libia, cio a casa nostra, dove la sorveglianza dovrebbe dissuadere navi e sommergibili britannici persino dall'affacciarsi. Viceversa, constatano che Supermarina non ha predisposto alcun tipo di sorveglianza. Per di pi le nostre imbarcazioni hanno conservato l'abitudine dei tempi di pace di ricorrere nelle ore del buio alle segnalazioni luminose, grazioso regalo per i sommergibili, come  successo al Conte Rosso.
A met settembre Rommel ordina un'incursione verso il cuore dello schieramento rivale. I panzer avanzano per chilometri senza incontrare segni di una presenza ostile. Del famoso deposito allestito da Auchinleck per la riconquista della Cirenaica non si scorge traccia. Rommel ne desume di avere ancora un buon vantaggio e di potersi dedicare all'attacco definitivo contro Tobruk. Bastico, sostituto di Gariboldi, appare dubbioso, ma gli difettano la personalit e la valentia per opporsi. Non  un gran militare, ha trascorsi abbastanza anonimi: le sue fortune si legano all'adesione al fascismo e alla protezione di Mussolini. Ha guidato il corpo di spedizione italiano nella guerra civile in Spagna, il suo vice  stato Gambara, grande amico di Ciano. Il premio per Bastico  consistito nel laticlavio di senatore del Regno. In seguito, a sessantacinque anni suonati, Mussolini gli ha offerto questo po' po' di palcoscenico. La scelta di Gambara quale capo di stato maggiore fa mormorare di mafia spagnola.
La data prevista per l'attacco a Tobruk  il 20 novembre. Dieci giorni prima, per, l'imponente trasporto Duisburg viene macellato in circostanze misteriose nel canale di Sicilia. Si tratta di quattro piroscafi, due italiani, due tedeschi, e di tre petroliere: a bordo 389 carri armati e mezzi motorizzati, 17.281 tonnellate di carburante, 1579 di munizioni, 13.957 di materiali vari. Forse il rifornimento pi massiccio fin l effettuato: deve servire non soltanto per Tobruk, ma pure per il resto della campagna. La scorta  imponente: 2 incrociatori pesanti, Trento e Trieste, e 10 cacciatorpediniere al comando dell'ammiraglio Bruno Brivonesi. Un simile spiegamento  stato giustificato con la presenza a Malta della Forza K: a onta della pomposa etichetta, si tratta di due incrociatori leggeri e di due cacciatorpediniere.
Allo scoppio del conflitto anche quest'isola era considerata indifendibile dal governo di Londra, tant' vero che avevano evacuato gran parte del personale. A differenza delle false informazioni propalate da Carboni, l'armamento di Malta si riduceva a 20 cannoni, a 24 pezzi contraerei e a 3 vetusti caccia tipo Gladiator, chiamati dai maltesi Fede, Speranza e Carit. Nelle previsioni altrui, l'ingresso in guerra dell'Italia avrebbe coinciso con la cancellazione dell'avamposto avversario. Ma Cavagnari non aveva allestito alcun piano d'invasione e Badoglio si era dimenticato di chiederglielo. A fine giugno '40 il capitano di vascello Toyo Mitunobu, addetto navale giapponese, aveva osservato: L'Italia doveva essere pronta a conquistare Malta e la Tunisia, che sono i punti chiave per il controllo del Mediterraneo. Giudicando dalla propaganda interna italiana, io pensavo che ci sarebbe avvenuto subito dopo l'intervento. Ma l'11, 12, 13, 14 giugno le operazioni per la conquista di Malta e della Tunisia non erano ancora cominciate. Ci era per me del tutto incomprensibile. A comprenderlo in fretta erano stati Churchill e Cunningham, i quali avevano provveduto a rinsaldare Malta dotandola di navi, aerei, sommergibili: la Forza K, per l'appunto, assottigliatasi, per, nel tempo.
Tuttavia, la sua semplice presenza, in quel novembre '41, inquieta profondamente Cavallero e lo stato maggiore italiano. Ecco, dunque, spiegato l'impiego della possente squadra d'accompagnamento: guai se il trasporto Duisburg non raggiungesse Rommel. Malgrado la superiorit numerica e di armamento, il Trento e il Trieste posseggono cannoni da 203 contro i pezzi da 152 degl'inglesi, il convoglio di Brivonesi tenta di evitare ogni contatto. Zigzaga fino a notte fonda prima di virare verso sud, in direzione di Bengasi. Dalla rada della Valletta la Forza K, guidata dal capitano di vascello Agnew, esce all'imbrunire del 9 novembre sfuggendo alla sorveglianza dei cinque sommergibili piazzati da Falangola proprio per segnalarne i movimenti. Stranamente Agnew conosce l'esatta posizione degli italiani. Incurante della netta inferiorit scaglia le quattro imbarcazioni all'attacco. Il comportamento remissivo di Brivonesi, attento soprattutto a salvare la pelle, diventa la premessa del disastro. Vanno a picco 3 cacciatorpediniere, i 4 piroscafi, le 3 petroliere. Rommel se la dovr cavare con il poco che ha in magazzino.
Auchinleck si regola di conseguenza. Il 18 novembre dice a Cunningham, il vincitore del duca d'Aosta in Etiopia, di scattare in avanti.  l'Operazione Crusader. Con l'arrivo del XXX corpo la Western Desert Force  divenuta l'8a armata. Conta sulla straripante prevalenza dei mezzi corazzati, 700 contro 250, con l'esordio dei nuovissimi Crusader muniti di cannone da 40 millimetri. A Bir el Gobi li bloccano le giovani camicie nere, i bersaglieri e i carristi dell'Ariete, comandati adesso dal generale Mario Balotta: vengono sacrificati parecchi M13, ma va peggio alla 22a brigata corazzata inglese, che fra distrutti e danneggiati ce ne rimette una sessantina. La fama dell'Ariete vola.
Rommel teme di finire intrappolato fra le avanguardie nemiche e Tobruk: si sgancia in extremis e ne approfitta per sottrarre al generale Gambara il comando del corpo d'armata motorizzato. L'aeroporto di Sidi Rezegh diviene l'epicentro di fitti combattimenti. Cunningham s'impaurisce: la sua proposta di fortificarsi nelle posizioni raggiunte gli costa il posto. Auchinleck nomina il proprio vice, Ritchie: in pratica assume il comando dell'armata. I 75 mila dell'8a vengono rispediti all'assalto. L'Afrika Korps  obbligato a ritirarsi fino ad Agedabia. E qui avviene uno dei tanti episodi di ordinario eroismo, dei quali  costellata la nostra guerra da poveri. Il 14 dicembre ai 400 carabinieri paracadutisti del maggiore Edoardo Alessi viene ordinato di attestarsi a Eluet el Asel, un bivio a sud di Berta, e resistervi a oltranza fino al passaggio di tutti i reparti italo-tedeschi. All'alba del 19 avviene il contatto con il nemico: una pattuglia esplorante britannica  inviata a saggiare la reazione dei difensori. Ne segue un violento bombardamento di artiglieria. Non  che l'inizio: rapidamente sopraggiungono i reparti corazzati contro i quali i carabinieri possono opporre soltanto 6 cannoni controcarro da 47/32, bombe a mano e tanto coraggio. Dopo una giornata di duri combattimenti, a sera giunge l'ordine di sganciarsi. Il grosso del battaglione si avvia verso Agedabia e si congiunge a una robusta colonna di veicoli bloccata dagli inglesi a Lamluda. Il maggiore Alessi riesce a eliminare il caposaldo consentendo ai reparti di defluire. I tre plotoni (40 uomini guidati dai tenenti Mollo, Solito e Grippo) rimasti a Eluet el Asel per proteggere la ritirata dei commilitoni si battono per giorni. Sopravvivono soltanto 23 carabinieri. Unitisi ad altri soldati, isolati durante i combattimenti, si rifugeranno nei villaggi arabi lungo la via Balbia, dove svolgeranno funzioni informative e azioni di guerriglia oltre a proteggere i coloni italiani ormai in balia dei predoni arabi ed esposti alle violenze delle truppe britanniche. La lunga attesa durer fino al 6 febbraio '42 quando una efficace controffensiva dell'Afrika Korps riconquister l'area.

A fine '41 Tobruk viene liberata dall'assedio e Bengasi rioccupata dalle scatenate formazioni di Ritchie. Rommel scarica ogni responsabilit su Bastico e sull'incapacit degli italiani di combattere insieme ai tedeschi, cio di obbedirgli ciecamente. Nei confronti del suo teorico superiore nutre una profonda disistima: lo considera difficile, autocratico, violento. Lo chiama Bombastico, dice in pubblico che  una merda e in tale edulcorato giudizio accomuna pure Gambara. Non stupisce perci che davanti alle richieste di Bastico, di Gambara, di Cavallero di non abbandonare la Cirenaica, Rommel reagisca da primadonna stizzosa: minaccia di portare le sue divisioni in Tunisia, se non gli daranno ascolto. Rommel sostiene di non potersi comportare diversamente per l'imperizia dei camerati nel garantire i rifornimenti promessi. E non ha torto. Novembre  stato un mese funesto: dodici mercantili affondati, con essi il 43 per cento del carico e addirittura il 92 per cento del carburante. Stavolta Ultra ha davvero reso preziosi servizi a Londra per decrittare i messaggi inviati da Supermarina con approdi e percorsi delle navi. Una volta di pi si  salvato chi ha privilegiato il silenzio radio. Ma se i panzer non hanno benzina per muoversi e le munizioni ai soldati sono contingentate, anche l'esercito multinazionale, che ormai si batte sotto l'Union Jack (si sono aggiunti pure polacchi e gollisti), ha esaurito la spinta iniziale e consumato gran parte delle riserve. L'abituale passeggiata annuale in Cirenaica, sfott britannico, viene fermata nel gennaio '42 alle viste di El Agheila. Auchinleck paventa che una zampata di Rommel colga le unit troppo distanti dai depositi dell'intendenza. Tra morti, prigionieri, feriti l'avanzata  costata circa 17 mila uomini ai britannici e 38 mila alle forze dell'Asse.

Nel Mediterraneo comincia a pesare l'irruzione dell'aeronautica e dei sommergibili tedeschi. La 2a flotta agli ordini di Kesselring  ritornata in Sicilia con un apparato ancor pi imponente: 52 squadriglie di bombardieri in quota e in picchiata, i caccia pesanti Messerschmitt 110 in grado di sorvolare l'acqua in lungo e in largo, decine di ricognitori. Spesso attaccano in coordinazione con i 23 U-Boot entrati dallo stretto di Gibilterra. Per Cunningham sono da subito dolori. Perde portaerei, corazzate, incrociatori. In un mese i branchi di lupi di Doenitz affondano pi naviglio dei 115 sommergibili italiani nei diciotto mesi di guerra. La Royal Fleet si rinserra ad Alessandria e a Gibilterra. Tuttavia nel porto egiziano avviene il magnifico colpo dei maiali di Durand de La Penne e il giorno seguente, 19 dicembre, anche la coraggiosa Forza K di Malta, cresciuta a 3 incrociatori e 4 cacciatorpediniere, incontra il proprio destino: uscita all'abituale ricerca di prede, incappa in un campo di mine finalmente posato dagli italiani.
Insomma il '42 s'inizia con il Mediterraneo tornato mare seminostrum. Il conquistato predominio produce una singolare decisione: adesso che le acque sono state messe in sicurezza i convogli verranno inviati in Libia con la protezione di un paio di squadre navali. Ma contro chi? A Cunningham sono a malapena rimasti gli occhi per piangere. La Valletta e Alessandria assomigliano a un cimitero di scafi contorti e di comignoli anneriti. Eppure il 3 gennaio la flotta italiana quasi al completo e diverse formazioni di caccia scortano sei mercantili diretti a Tripoli con 144 carri armati, 520 automezzi, mille soldati, numerosi cannoni contraerei, pezzi d'artiglieria, bidoni di carburante, munizioni. Sono i rifornimenti attesi da Rommel per riprendere l'iniziativa nel solito scetticismo dello stato maggiore italiano. A parte Cavallero, che cerca di ragionarci, i nostri generali lo detestano dal profondo del cuore e sono ripagati con eguali sentimenti. Per dare una mano al suo stratega, Hitler trasforma l'Afrika Korps in Panzerarmee Afrika e Rommel ne viene nominato il comandante superiore.
I contrasti esplodono puntualmente a fine gennaio. Ad accendere la miccia  il consueto blitz di una robusta formazione di blindati tedeschi inviati a saggiare i riflessi del nemico. Bengasi cade meglio di un frutto maturo. Bastico e Gambara propongono la solita pausa di riflessione, Mussolini e Cavallero se ne fanno portavoce, Rommel finge di non sentire, fa rispondere di essere troppo impegnato sulla linea del fuoco per concedersi il lusso di una riunione sotto la tenda. Avanza fino a inquadrare nel binocolo le fortificazioni di Tobruk. Lui continua a preferire gli avamposti alle retrovie e trova risibile che da quanti ci sguazzano, rincantucciati lontano dal pericolo, giungano inviti alla prudenza.
Oggi grazie al memoriale di Am sappiamo che dietro la fortunata iniziativa germanica si cela lo spionaggio italiano. A fine novembre '41 due agenti della sezione Prelevamenti del Sim, diretta dal maggiore dei carabinieri Manfredi Talamo, hanno procurato le chiavi della cassaforte in dotazione allo sbadato colonnello dell'aeronautica statunitense Norman Fiske, addetto militare all'ambasciata di via Veneto. Alla vigilia di Pearl Harbor gli uomini di Talamo si sono introdotti nella palazzina, attuale sede del consolato, hanno aperto la cassaforte e fotografato l'oggetto del desiderio: il Black Code in uso alle forze armate Usa. Forse  stata la migliore operazione del Sim di Am durante la guerra. L'hanno conclusa appena in tempo, prima che la scriteriata dichiarazione di guerra dell'Italia all'America comportasse la chiusura dell'ambasciata. Talamo, purtroppo, pagher la sua bravura e la fedelt al re. Arrestato nel marzo del '44 quale componente del fronte militare clandestino di Roma, guidato dal colonnello Montezemolo, il suo nome verr inserito nell'elenco dei 335 ostaggi da fucilare alle Fosse Ardeatine in rappresaglia dell'attentato di via Rasella. Si tratter della bieca vendetta del maggiore Kappler, responsabile del servizio di sicurezza tedesco. Ha con Talamo un conto aperto dal '42 quando un'altra sua incursione, stavolta all'ambasciata svizzera, ha scoperto il doppio gioco a favore degli inglesi di Kurt Saurer, addetto culturale presso la rappresentanza diplomatica di Berlino. Kappler avrebbe desiderato che la faccenda rimanesse coperta e di sua competenza, Talamo invece ha tirato dritto.

A Washington ripongono una tale fiducia nell'impenetrabilit del Black Code da trasmettere in chiaro, sicuri che nessuno sarebbe riuscito a penetrare quel codice composto da migliaia di tabelle con rimandi infiniti tali da rendere l'Enigma tedesco un cruciverba della domenica. E infatti i genietti raccolti dal Secret Intelligence Service a Bletchley Park l'avevano brillantemente risolto. Gli Stati Uniti hanno conservato il Black Code pure con l'ingresso in guerra (7 dicembre '41). Tra gli utilizzatori figura anche il colonnello Frank Bonner Fellers, ufficiale di collegamento al Cairo con il comando britannico in Medio Oriente.
I suoi rapporti serali, contenenti il dettagliato riassunto dei guai, delle imprese, degli schieramenti, delle scorte e del morale dell'8a armata, planano dopo due ore sulla scrivania di Am. Da qui una copia viene inoltrata a Cavallero, che non la degna di uno sguardo, l'altra va a Kesselring, che la divora e la gira all'istante a Rommel. La sua inattesa offensiva del 21 gennaio  nata dall'ultimo rapporto di Bonner Fellers: il colonnello ha svelato ai superiori che l'avanzata inglese  costata moltissimi Matilda, che la fanteria  sfinita, che le linee di rifornimento si sono troppo allungate, che gli aerei faticano a proteggerle. Tutto esatto, tutto riscontrato sul campo: i reggimenti australiani e neozelandesi hanno ceduto di schianto; sono stati neutralizzati 377 carri armati, 200 cannoni, 1200 veicoli. L'arrendevolezza dei reparti, gli 800 tank persi dal nemico inducono Rommel a disegnare un piano molto ambizioso: annientare le postazioni a difesa di Tobruk, dove si sono rinchiusi 33 mila soldati, per poi espugnarla e puntare di nuovo verso Sollum. Abbisogna per di rinforzi e di rifornimenti continui.
Si ripropone il problema della sicurezza del Mediterraneo. E gi: le navi di Cunningham non vi si avventurano, per aerosiluranti e sommergibili hanno ripreso a colpire con chirurgica precisione. Nemmeno agissero dentro un fazzoletto anzich in una vastit sconfinata di mare. Cavallero chiede ad Am di risolvere il problema dei troppi mercantili persi, dei troppi sommergibili trasformati da cacciatori in prede. Non sar poi cos arduo individuare le spie inglesi, che a suo dire pullulano nei porti. Ad Am e alla sua squadra di specialisti, tutti ufficiali dei carabinieri, basta muoversi con discrezione per concludere in due settimane che a Londra, a Gibilterra, ad Alessandria le notizie arrivano da fonti di altissimo livello, la pi importante delle quali staziona dentro il quartier generale di Santa Rosa. I collaboratori di Am appurano che sessantasette alti ufficiali sono sposati con donne straniere, quindi facilmente avvicinabili: tre importanti ammiragli - Mario Falangola, alla guida dei sommergibili, Vittorio Tur, titolare d'incarichi molto delicati, e Bruno Brivonesi, il comandante del convoglio distrutto in novembre nel canale di Sicilia - hanno mogli inglesi e lo stesso accade con un capitano di vascello, con tre capitani di fregata, con cinque tenenti di vascello. L'indagine del Sim accerta che l'ammiraglio Wilhelm Canaris, capo del servizio informazioni della Wehrmacht (coinvolto nell'attentato del '44 a Hitler e impiccato nell'aprile '45), ha per amante una contessa greca di casa in tante case romane. La signora predilige talmente viaggiare da compiere un giro alquanto tortuoso - da Lisbona a Londra e ritorno - per raggiungere l'ammiraglio negli appuntamenti che si danno in mezza Europa.
L'origine e le ascendenze patrizie rendono l'affascinante contessa assidua del pi famoso salotto della capitale, quello di Marc'Antonio Colonna, assistente al soglio pontificio e leader riconosciuto dell'aristocrazia romana. E qui cediamo la parola ai ricordi di Indro Montanelli: Una volta la settimana d'Arcy Osborne e Myron Taylor, l'uno ambasciatore della Gran Bretagna presso la Santa Sede, l'altro rappresentante personale di Roosevelt, che avrebbero avuto bisogno di un permesso speciale per uscire dalle mura leonine, ma giravano indisturbati per tutta Roma, erano gli ospiti d'onore dai Colonna. Si cominciava con i pettegolezzi su Ciano e sulle sue conquiste femminili al circolo del golf, si passava alle questioni militari, si finiva con l'elenco di chi era a favore dei tedeschi e di chi li avversava. I due volponi, ufficialmente nemici, ma in realt tenuti nella bambagia, avevano cos la possibilit di conoscere vicende, nomi, intenzioni, che in teoria dovevano essere circondati dalla massima discrezione. Volendo, e credo che lo vollero pi di una volta, erano nella condizione d'intuire chi faceva al caso loro e chi no. La stessa moglie di Colonna [Helen Sursok, N.d.A.] apparteneva a una famiglia di sangue misto con addentellati in Medio Oriente e in Inghilterra. I parenti della signora Colonna erano proprietari dei docks nel porto di Alessandria, la tana della flotta di Giorgio VI nel Mediterraneo. Dubito che da quel salotto e da quegli incontri sia mai giunta una notizia al Sim del generale Am, mentre ritengo che ne siano uscite tante dirette a Washington e a Londra.
In questo clima, in cui viene consentito ai rappresentanti delle due principali Potenze nemiche di far vita sociale, non sorprende quanto affermato dal capitano Ellis M. Zacharias, vicecomandante del Naval Intelligence statunitense, nella sua autobiografia, Secret Missions: le imboscate dei primi mesi di guerra contro i sommergibili italiani nel Mediterraneo e nel mar Rosso e i successivi affondamenti d'incrociatori e mercantili erano dovuti alle soffiate provenienti da Roma e dall'Ufficio Informazioni. L'ammiraglio Angelo Jachino, comandante della squadra nella drammatica notte di capo Matapan, ha scritto: Anche a Roma le notizie filtravano con grande facilit e durante il mio comando ebbi pi volte l'occasione di segnalare l'avvenuta diffusione di un'informazione quasi certamente trapelata per opera, sia pure involontaria, di elementi del ministero. Supermarina e l'Ufficio Informazioni non hanno mai voluto ammettere che la loro organizzazione fosse difettosa per quanto riguardava la riservatezza e tendevano ad attribuire la colpa a elementi periferici.
E in tale spensierata e sconsiderata gestione delle proprie attivit la mitica Supermarina quali provvedimenti assume? Nel maggio del '41 hanno affidato la guida del controspionaggio all'ammiraglio Franco Maugeri. Come primo atto amministrativo ha dato un nome alla sezione: Servizio informazioni segretissime. Paradossalmente lo stesso acronimo del servizio segreto britannico, Sis (Secret Intelligence Service). Quindi ha ottenuto di partecipare alle riunioni giornaliere di vertice, quelle in cui si varano le missioni pi segrete, si stabiliscono date e rotte delle navi in partenza. Al termine del conflitto, poco prima di essere nominato capo di stato maggiore, l'ammiraglio Maugeri ricever la Legion of Merit per la condotta eccezionalmente meritoria nell'esecuzione di altissimi servigi resi al Governo degli Stati Uniti come capo dello spionaggio navale italiano. Per gli stessi altissimi servigi l'ammiraglio sarebbe dovuto finire sotto inchiesta in Italia. E infatti un magistrato ordinario vedr in quella motivazione la prova del tradimento, ma un magistrato militare archivier riconducendo la prestazione degli altissimi servigi all'epoca della cobelligeranza.
Maugeri ha sempre affermato di essersi comportato secondo coscienza. Ha vergato un libro di memorie in lingua inglese (From the Ashes of Disgrace), destinato al pubblico dei vincitori. Probabilmente non si aspettava che ampi stralci venissero tradotti in italiano. Ne deriv una polemica violentissima. Maugeri infatti scriveva: L'Italia era piena d'inglesi e di italiani amici e simpatizzanti della Gran Bretagna, soprattutto tra l'aristocrazia. Io dubito che esistessero molte spie inglesi in Italia: essi non ne avevano davvero bisogno. L'Ammiragliato britannico aveva abbondanti amici fra i nostri ammiragli anziani e nello stesso ministero della Marina. Sospetto che gl'inglesi fossero in grado di ottenere informazioni direttamente alla fonte. In questo caso non c'era bisogno di spendere denari e sforzi per avere un esercito di agenti scorrazzanti per i fronti a mare di Napoli, Genova, Taranto, La Spezia.
A fronte di un'analisi cos lucida il Sis di Maugeri mai riusc a identificare un amico dell'ammiragliato inglese o a scoprire la filiera che favoriva il passaggio delle informazioni a causa delle quali migliaia e migliaia di marinai italiani facevano la fine dei topi nel Mediterraneo. Da parte del Sis non fu offerta alcuna collaborazione e al Sim anzi si cerc di sbarrare il passo a ogni iniziativa dei cugini. Ma il motivo vero di tanta insipienza o incapacit va forse cercato in un altro passo dell'autobiografia dell'ammiraglio: L'inverno del '42-'43 trov molti di noi, che speravano in un'Italia libera, di fronte a questa dura, amara, dolorosa verit: non ci saremmo mai potuti liberare delle nostre catene, se l'Asse fosse stato vittorioso. E poco pi avanti il concetto viene meglio specificato: Pi uno amava il suo Paese, pi doveva pregare per la sua sconfitta nel campo di battaglia... Finire la guerra, non importa come, a qualsiasi costo. Tutto giusto, tutto condivisibile, tranne quell'irrilevante dettaglio: i ragazzi italiani mandati a morire sugli incrociatori, sui mercantili, nei sommergibili affinch l'Asse non vincesse e la guerra fosse conclusa a qualsiasi costo. Forse non  un caso che nella versione italiana dell'autobiografia, pubblicata nel 1980 con il pudico titolo Ricordi di un marinaio, i passi pi controversi siano stati attenuati o cancellati.
Nel 1952 uno straordinario saggio di Antonio Trizzino (Navi e poltrone) squarci il velo delle ambiguit. Trizzino era stato un ufficiale di aviazione, aveva provato la rabbia e il dispetto di tante missioni andate a male. Parl apertamente dei sospetti, fece nomi e cognomi: l'ammiraglio Franco Maugeri, l'ammiraglio Priamo Leonardi (comandante della piazzaforte di Siracusa e Augusta il 9 luglio '43 lanci il si salvi chi pu sei ore avanti che il primo paracadutista alleato toccasse il suolo siciliano), l'ammiraglio Gino Pavesi (comandante di Pantelleria, si arrese lamentando una falsa penuria d'acqua), l'ammiraglio Bruno Brivonesi. Il libro conobbe un successo straripante, la casa editrice Longanesi ne stamp venti edizioni, Trizzino si concesse l'enorme soddisfazione di essere assolto in appello dall'accusa di aver vilipeso il ministero della Difesa e di aver diffamato gli ammiragli Leonardi, Pavesi, Brivonesi. Nella motivazione la corte ne ebbe anche per il capo del Sis: Non ci si pu esimere dal rilevare che l'ammiraglio Maugeri, come scrittore italiano in terra straniera, si  mostrato poco pensoso della dignit nazionale e dell'onore dei capi della nostra Marina dando adito a sospetti di tale gravit... Se questi erano i sentimenti di 'molti di noi' in quel triste inverno ('42-'43), bisogna pur pensare che tra il pregare per la sconfitta della Patria e l'agire in maniera da affrettarla il passo  breve.

Il comportamento della marina italiana irrita i tedeschi allorch Malta diventa il problema principale. A sottolinearlo  indirettamente Rommel con il suo insistere sull'assoluta necessit di aver garantiti i rifornimenti in vista della nuova offensiva. Lo spalleggia Cavallero pronto a giocarsi la poltrona su una mossa da lui ritenuta fondamentale per gli sviluppi sul teatro africano: le sorti della Libia, chiarisce il capo di stato maggiore generale, dipendono da Malta. Finalmente qualcuno se n' accorto. Non a caso Ugo Cavallero  il miglior generale in circolazione o se volete il meno peggio. Prono a Mussolini alla pari di Badoglio e di Graziani, ma con le idee ben chiare. Nato a Casale Monferrato nel 1880, laureato in matematica al Politecnico di Torino, a soli trentotto anni ha ricevuto i gradi di generale quale ricompensa per il brillante piano sfociato nello sfondamento di Vittorio Veneto, che ha posto fine alla prima guerra mondiale. A quarant'anni ha lasciato l'esercito per assumere l'incarico di direttore generale della Pirelli. Poi  stato un crescendo di riconoscimenti: deputato, sottosegretario alla Guerra, senatore, presidente dell'Ansaldo.  intelligente, ambizioso, abile tessitore di relazioni, ovviamente legatissimo al regime, che nel '37 l'ha richiamato in servizio per affidargli l'Africa Orientale, dove i suoi predecessori, Badoglio e Graziani, non avevano lasciato un buon ricordo. Nemico acerrimo di Badoglio, l'ha scalzato da un anno e mezzo. La conquista di Malta potrebbe essere il fiore all'occhiello.
Anche Kesselring appoggia il suo atteggiamento risoluto, pur meravigliandosi che per diciotto mesi lo stato maggiore italiano non abbia risolto la pratica. Ma esercito, aeronautica e marina si sono palleggiati la soluzione, ciascuno convinto che spettasse agli altri due intervenire. In tal modo non si  provveduto neppure alla precauzione pi elementare: chiudere la strettoia naturale esistente fra Pantelleria e le coste algerine. Sarebbe bastato piazzare un'adeguata copertura di mine, una manciata di sommergibili e un po' di incrociatori pesanti per impedire all'Inghilterra di approvvigionare l'isola e di installarvi quella Forza K che per mesi ha costituito una spina molesta. Cos, ci che nel giugno '40 rappresentava una banale influenza - ancora nel '39 il comitato dei capi di stato maggiore britannico aveva sentenziato: Nulla pu esser fatto per difendere Malta -  stato trasformato dalla nostra insipienza in una polmonite complicata da debellare.
Per riuscirci Cavallero annuncia di voler assumere la guida delle operazioni. Kesselring lo sostiene avviando da marzo una forsennata campagna di distruzione. Gli suggerisce anche di spostare in Sardegna e a Pantelleria i Macchi 202, i Fiat CR 42, i Savoia Marchetti 79 per avere una forza di pronto intervento in grado d'intercettare alla bisogna i convogli; di coordinare gli attacchi con le navi; di predisporre agguati notturni con i Mas. Cunningham prova a inviare da Alessandria quattro piroscafi protetti da un velo d'incrociatori leggeri e di cacciatorpediniere affidati all'ammiraglio Philip Vian. Per contrastarli prendono il largo la Littorio, tre incrociatori (due pesanti), dieci cacciatorpediniere. La squadra viene ancora affidata a Jachino. Nonostante la straripante supremazia delle nostre navi, la seconda battaglia della Sirte si conclude con un sostanziale pareggio, che suona scorno per Supermarina. La mattina seguente tocca agli Stuka distruggere i piroscafi inglesi.
Stuka e Messerschmitt non concedono requie ai difensori di Malta. Li affiancano i Macchi, il nostro aereo pi bello, un caccia pari ai rivali, ma che produciamo in quantit limitata per le note penurie di materie prime. I bombardamenti polverizzano le piste e i ricoveri degli Spitfire, smantellano le batterie contraeree, affondano persino tre sommergibili. La popolazione offre una prova mirabile di attaccamento a quella che non  nemmeno la madrepatria. In silenzio soffre le distruzioni, le morti, il pericolo continuo, le draconiane limitazioni del razionamento. Il 20 aprile Churchill si fa prestare da Roosevelt la portaerei Wasp per lanciare 46 Spitfire verso l'isola. Tre giorni dopo ne avanzano 6. A fine aprile su Malta sono state sganciate 6557 tonnellate di bombe. Churchill annuncia che la situazione  insostenibile; tutto ci che galleggia ripara ad Alessandria. I convogli italiani ormai navigano in scioltezza. Rommel riceve 300 carri armati tedeschi, 250 italiani, scorte rilevanti di cibo, di granate, di munizioni, di veicoli, di carburante. Mai si  visto tanto ben di dio sui moli della Libia. Viene immediatamente approntato il piano Aida per l'invasione dell'Egitto. In contemporanea si definisce l'invasione di Malta. L'operazione  ribattezzata C3-Hercules, sintesi del piano italiano Esigenza C3 e di quello tedesco Hercules. Kesselring spinge per accelerare i tempi: finch gli aerei si occupano di Malta non possono sorreggere l'imminente avanzata di Rommel.
La Wehrmacht aggrega la 7a divisione paracadutisti del generale Student (7 mila uomini, 500 aerei da trasporto, 200 alianti) alla forza da sbarco approntata da Cavallero, a un passo dal personale trionfo. In teoria niente  stato lasciato al caso: 100 mila soldati, 1600 mezzi motorizzati, 400 cannoni, 270 mortai, 600 manichini da lanciare dagli aerei per confondere i difensori. Lo stesso stratagemma che nel '44 sar impiegato dagli Alleati nelle prime ore dello sbarco in Normandia. I par della Folgore hanno compiuto lanci su Cefalonia, la cui morfologia  stata definita identica a quella di Malta. Per superare l'ostacolo delle alte scogliere viene previsto l'impiego d'imbarcazioni munite di scale mobili sottratte ai vigili del fuoco. Soltanto la flotta sembra esentata da questo sforzo: ufficialmente nessuno le ha chiesto di presentarsi davanti a Malta e bombardarla per favorire lo sbarco.
A comandare l'operazione viene scelto l'ammiraglio Vittorio Tur, il cui fratello Enrico Paolo, transfuga in Francia da vent'anni, fa giungere a Londra puntuali informazioni sulla nostra marina. Enrico Paolo Tur ha gi comunicato la consistenza del corpo di sbarco, il suo addestramento sulla costa toscana, i nomi in codice assegnati agli obiettivi, stranamente desunti da localit cipriote, Famagosta, Larnaka, Limassol, Pafos. Contro l'invasione non congiura soltanto la rete degli ammiragli, ma anche qualche generale di spicco come Carboni. L'ex responsabile del Sim guida una delle divisioni d'assalto, la Friuli. In questa veste si adopera con Ciano, con il re, con Umberto per convincerli che l'impresa  destinata a inevitabile fallimento.
A bloccare tutto interviene il vertice del 30 aprile al castello di Klessheim, nei pressi di Salisburgo. Nel vantare i propri successi sul fronte orientale Hitler domanda a Mussolini un'armata per l'Urss, dove sar spostata pure la 2a flotta aerea. Il Csir, a malapena accettato l'estate precedente,  ormai giudicato insufficiente. Mussolini inizialmente strologa di mandare venti divisioni da formare con i 150 mila operai richiesti dal Terzo Reich in aggiunta ai 200 mila gi al lavoro in Germania. Alla fine il duce si limiter a pescare nel serbatoio di divisioni disponibile nella penisola, ma anche questa scelta peser e non poco sulle sorti dell'Africa Settentrionale.
Durante la riunione Hitler si fa portavoce pure delle esigenze di Rommel: reso euforico dai rifornimenti ricevuti, il comandante della Panzerarmee Afrika scalpita per muoversi. L'obiettivo  costituito dalla linea Sollum-Halfaya con incorporata liberazione di Tobruk. Per arrivarci a Rommel serve anche il massimo appoggio aereo. Ne ha bisogno per contrastare la Western Desert Air Force (Wdaf) del vicemaresciallo dell'aria Arthur Coningham, detto Mary a causa dell'origine neozelandese. Il suo nerbo  costituito da un aereo fornito dagli Stati Uniti, il Curtiss P40, limitato come caccia, ma devastante negli attacchi al suolo. Occorrono dunque i caccia e i bombardieri fin l scagliati contro Malta.
Al duce e a Cavallero viene lasciata la libert di acconsentire. Il primo lo fa con aria di sufficienza, il secondo aderisce con atteggiamento servile, gi dimentico di aver impegnato il proprio onore di militare sulla conquista di Malta prima di qualsiasi iniziativa in Libia. Per addolcire la pillola Kesselring gli assicura che appena le unit di Rommel si saranno assestate sul confine egiziano, tutti gli aerei tedeschi saranno adoperati per piegare Malta. Viene anche indicata una data precisa, il 20 giugno. E una volta occupata l'isola, i panzer germanici avranno la totale libert di puntare verso il Cairo, il canale di Suez, il petrolio mediorientale.

2. La grande illusione.

Il 26 maggio Rommel decide di rompere gli indugi. Lo fa malgrado il suo esercito sia inferiore a quello avversario per uomini e mezzi. La Panzerarmee Afrika - comprendente il XX corpo d'armata motorizzato del generale Baldassarre, il Panzergruppe Africa del generale Crwell (4 divisioni italiane e una tedesca), l'Afrika Korps del generale Nehring - conta 50 battaglioni, 560 carri, 148 autoblindo, 700 aerei. L'8a armata di Ritchie - comprendente il XIII e il XXX corpo d'armata - schiera 55 battaglioni, 849 carri armati, 300 autoblindo, un migliaio di aerei. E nel computo un peso determinante l'assume l'armata di Bastico, mischiata ai tedeschi per venire incontro ai desideri di Rommel, che dietro la scusa di voler cementare il cameratismo in realt si fida poco del soldato italiano e ancor meno degli ufficiali e dei generali. I 31 battaglioni, i 228 carri armati, gli 80 autoblindo, i 392 aerei made in Italy non reggono il confronto per numero di uomini, per addestramento e per affidabilit del materiale con l'avversario. I fuoristrada s'insabbiano con frequenza, camminano a passo ridotto, le gomme non garantiscono stabilit. Il solo mezzo affidabile - come segnalano Andrea Santangelo e Corrado Re nel loro dettagliato studio (El Alamein 1942, la terza inutile battaglia) -  l'AB 41, un autoblindo assai veloce, quasi 80 km all'ora, progettato inizialmente per compiti di polizia in Africa. Le solite deficienze industriali ne hanno impedito una massiccia produzione e soprattutto un armamento migliore del cannoncino Breda da 20 millimetri. Autoblindo come i sudafricani Marmon Errington o i gipponi della Ford e della Chevrolet ce li sogniamo. Solidissimi, con magnifiche ruote motrici, autonomia di circa 300 chilometri, costituiscono un incubo per gli avamposti e per le retrovie. L'esperienza e la versatilit dei suoi equipaggi, preparati a comportarsi da autisti, da navigatori, da meccanici, da armieri, da topografi, li rendono perfetti per la guerra mordi e fuggi molto confacente a quegli spazi infiniti. Noi stiamo ancora alle divisioni autotrasportabili e alle scatolette di sardine: anche l'M14 costruito nel '41 si discosta poco dall'antecedente M13: hanno irrobustito la lamiera, il motore sviluppa una velocit maggiore, ma il cannone resta un 47/32 e la stazza oscilla sulle 14 tonnellate. Per colpire bisogna portarsi a meno di 1000 metri dal nemico, mentre questi apre il fuoco gi a 1500. E quei 500 metri spesso significano la differenza: la vita per gli uni, la morte per gli altri. Nel gergo dei soldati i carri diventano casse da morto rotolanti.
Il nostro meglio  rappresentato dai semoventi da 75/18. Sono quattro piccoli gruppi, ognuno su due batterie da 6 cingolati l'una, costituiti nell'ambito del 46 reggimento di artiglieria motorizzata perch dovrebbero fungere da supporto ai grossi calibri. Il DLIV del maggiore Barone e il DLVI del tenente colonnello Del Duce sono incorporati nel 133 della Littorio; il V del maggiore Biglietti e il VI del tenente colonnello Pasqualini sono incorporati nel 132 dell'Ariete. Hanno il vecchio telaio dell'M13/40 armato, per, di un obice da 75 millimetri in grado di bucare anche le spesse corazze nemiche, pi la mitragliatrice Breda da 8 millimetri. Nella penuria dei nostri carri, le batterie di semoventi vengono trasformate in cavalleria d'assalto: sono basse di scafo, difficili da inquadrare per i tank avversari. Ma velocit (poco pi di 30 chilometri) e stazza (14 tonnellate) le rendono un fuscello al cospetto dei Matilda e dei carri statunitensi, Grant e Sherman, che hanno cominciato ad affluire. Per di pi l'equipaggio possiede una visuale ridotta, quindi ha bisogno di essere guidato, consigliato, avvertito: due carri per batteria assolvono, dunque, le funzioni di comando. All'interno bisogna creare spazio per la radio ricetrasmittente e per il telemetro: l'unico modo consiste nel rinunciare al cannone e sostituirlo con una Breda binata, eppure i carri comando mai si sottrarranno allo scontro equivalente a una probabilissima condanna capitale. I semoventi risulteranno gli unici nostri carri in grado di contrastare i mezzi pesanti del nemico, purtroppo ne vengono prodotti un numero assai limitato, e dire che costano molto meno degli M13 e degli M14.
Tedeschi e inglesi, invece, sfornano giganti d'acciaio sempre pi imponenti: si  compreso che il tonnellaggio e l'armamento di panzer e tank hanno assunto nel deserto la stessa importanza del tonnellaggio e dell'armamento per le navi in mare. Come accade nella strategia navale il dato fondamentale non consiste nella velleitaria occupazione delle distese di sabbia, bens nella distruzione delle forze nemiche. Non contano avanzate e ripiegamenti, contano i reggimenti annientati, i carri armati immobilizzati, i cannoni zittiti.  una guerra di logoramento e distruzione, resa ancor pi esasperata dalla precariet dei rimpiazzi.

Aldo Gennari  stato richiamato nel marzo del '39 alla vigilia dei suoi vent'anni. Gli avevano detto che nel settembre '40 l'avrebbero rimandato a casa, a riprendere il vecchio posto di garzone nella panetteria del paese. Invece il pane ha continuato a sfornarlo nella divisione Trieste, 21 reggimento di artiglieria, finch non l'hanno spedito sulle montagne albanesi. Rientrato in Italia, nell'estate del '41 ha aspettato pazientemente il proprio turno per imbarcarsi a Napoli: direzione Tripoli. L'hanno silurato sia nel primo viaggio, erano stati recuperati dal cacciatorpediniere Gioberti, sia nel secondo quando per fortuna stavano gi in vista della Libia e li avevano potuti trarre in salvo. Il panettiere Gennari, diventato artigliere a sua insaputa, ha dovuto imparare in Africa a manovrare il cannone da 75/50 Skoda, preda bellica austriaca del '18, con gittata da 6 chilometri. Uno sputacchio, che nel tardo autunno '41 manco  servito. O si stava fermi o si avanzava sulla scia dell'Afrika Korps. A Gennari, unico patentato del gruppetto, hanno affidato la conduzione del trattore con al traino i pezzi. Ci si accomodavano sopra in sei e Pini, quello di Cremona, aveva sempre pronta l'ennesima barzelletta, la sua specialit. Erano, dunque, tutti a ridere nel momento in cui transitava una troupe dell'Istituto Luce. Il gruppetto  finito nel documentario propagandista sull'ottimo umore della truppa. L'hanno proiettato in ogni cinema d'Italia anche al Roma di Pavia, dove la famiglia Gennari, avvisata da una sorella,  corsa per rimirarsi l'Aldo, che se la deve passare alla grande.
Non  proprio cos. Lontano dalle citt si mangiano gallette e scatolette, spesso con aggiunta di muffa. Il rancio caldo arriva soltanto nelle soste. A volte si procurano i datteri ed  una festa, per assicurano la stitichezza. L'acqua viene distribuita con il contagocce: razione ufficiale, due litri al giorno, ma prima deve giungere con l'ansante Isotta Fraschini della distribuzione. Il liquido bluastro sul fondo dei rari pozzi d la diarrea anche a lavarsi. Gennari ha imparato a bere l'acqua del radiatore: ha il pregio di essere bollita e sterilizzata, pi  calda meno ne risente l'intestino. Nella mancanza di tutto, non delle cravatte che formalmente farebbero parte della divisa e vengono rifornite di continuo, si sognano comodit d'ogni genere ad Alessandria, al Cairo. Per non dipender da noi, bens dai camerati con i quali si barattano venti sigarette per un rettangolo di pane nero. Gennari e i suoi commilitoni hanno capito che operiamo da supporto, facciamo i lavoretti facili, facili. Rommel non ci tiene in gran conto, che poi sia per colpa dei generali piuttosto che degli ufficiali non cambia il nostro ruolo. Per esser presi in considerazione bisogna farsi falcidiare com' accaduto all'Ariete l'autunno precedente
Gran comandante, comunque, quel Rommel: dopo averlo sentito ripetere per giorni, Gennari se ne persuade scorgendolo in fila a Bengasi con il piatto di rame per il pasto. In suo onore, la cucina del reggimento oltre alla pastasciutta e alla carne in brodo offre contorno di verdure e frutta. Molto pi che una rarit, almeno per i soldati. Radiofante, infatti, sostiene che sotto le tende degli ufficiali, al riparo da sguardi curiosi, il menu sia quello delle caserme in patria senz'alcuna privazione. Che differenza con gli ufficiali tedeschi: mangiano in mezzo alla truppa, lo stesso rancio della truppa. Anche fra gli italiani esistono, ovviamente, le eccezioni. Caccia Dominioni racconta del generale Predieri, il comandante della Brescia, intento a sbocconcellare fra i soldati mezza pagnotta, una gavetta di brodo, un fiasco d'acqua e un cucchiaio di marmellata inglese. Ma  nell'insieme che emergono pressapochismo, culto del privilegio e della personalit. Forse i nostri generali sono troppo cresciuti per numero: nel '42 se ne contano 3 mila e garantire a ciascuno una nicchia esente da pericolo  impresa improba.

Quando  stato diramato l'ordine di puntare a est, verso il confine con l'Egitto, e ha innestato la marcia del trattore a Gennari  spuntato il magone di non aver fatto una scappata a casa. Gli sarebbero toccati due mesi di licenza per atti di coraggio sanciti dal regolamento. Era andata cos. A fine '41 aveva aiutato quelli di un Fiat semidefunto a tirarlo fuori dalla sabbia. Al ritorno aveva scorto quattro inglesi della sanit sul ciglio della Balbia. Gennari s'era ricordato del 91 con la canna arrugginita sul retro del trattore e puntandolo li aveva dichiarati prigionieri. Ai quattro neanche era parso vero di aver terminato la guerra. Si erano sistemati sul trattore e buoni buoni avevano accettato di esser condotti verso il presidio della Trieste, nonostante Gennari avesse dimenticato di disarmarli. Be', ti potevano catturare loro, aveva bofonchiato il sergente nel prendere i quattro in consegna. A Gennari era parso un segno del destino. Gli spettavano quindici giorni di licenza pi il viaggio per ogni prigioniero. Fatta la somma, sessanta giorni da trascorrere in famiglia. E se poi mi becco un siluro durante la navigazione? Anche se gli era andata bene due volte, la terza non la sentiva assicurata con la marina di mezzo. Quindi era rimasto. Ai genitori non l'ha scritto e ora spera di non doversi pentire dell'eccesso di prudenza.
Con discreto anticipo l'Intelligence ha allertato Auchinleck sulle intenzioni di Rommel, tuttavia gli inizi sono favorevoli all'Asse. I carristi dell'Ariete, affidata al generale Giuseppe De Stefanis, rompono gli avamposti nemici a Bir Hacheim. Il tenente colonnello Pasquale Prestisimone, alla guida di un battaglione di M13/40, spezza la resistenza di due reggimenti e prosegue fino al cuore della divisione britannica. Preso di mira dai pezzi nemici, fa scendere l'equipaggio e avanza da solo. La scatola di sardina viene fermata, ma Prestisimone  estratto vivo dagli inglesi, che lo trattano con sincera deferenza. Anche i semoventi dimostrano la loro efficacia: alla potenza del cannone da 75 si unisce la sagoma sfuggente dello scafo, che consente di piroettare fra le postazioni. La prima medaglia d'oro spetta al tenente Aldo Maria Scalise. Anche i bersaglieri dell'VIII battaglione stanno fra gli arditi dell'avanguardia. Il capitano Giuseppe Albanese Russo, geometra foggiano che ha scelto la carriera militare, si sacrifica con il proprio autoblindo per trasmettere informazioni sulle postazioni nemiche.
Nel turbinio dell'avanzata con il fronte in continuo movimento e una linea del fuoco capace di cambiare di ora in ora pu capitare che il numero 2 dell'armata, il generale Crwell, costretto dal ricognitore a un atterraggio di fortuna, si ritrovi in mezzo al nemico. Con la stella di Rommel allo zenit, pare una perdita sopportabile: ma in autunno la mancanza del suo buon senso si avvertir, eccome se si avvertir. Crwell ha l'esperienza e i riconoscimenti conquistati in Polonia e in Urss per ricordare al comandante in capo l'importanza della fanteria nel consolidare i successi dei panzer. Sparito lui dalla scena, nessun altro avr pi la forza e l'autorevolezza di correggere le frenesie di Rommel.
Gl'inglesi s'illudono di poter bloccare l'offensiva all'interno del quadrilatero Ain el Gazala-Bir Hacheim-Bir el Gobi-Tobruk. Ma in quelle schermaglie di avanzate, ritirate, deviazioni di percorso la volpe del deserto fa pieno onore al soprannome. Nella distesa di sabbia tramutata in una scacchiera muove i pezzi a occhi chiusi prevedendo sviluppi inimmaginabili a tutti gli altri, in special modo a Ritchie, che il 5 giugno annuncia ad Auchinleck,: Ormai l'ho in pugno, lo schiaccer nel suo calderone e il giorno dopo ha le retrovie messe a soqquadro da un blitz condotto da Rommel in persona. Ritchie sconta lo scarso ascendente sui generali, in media pi anziani di lui, e l'eccessiva dipendenza dai piani concepiti da Auchinleck. Su entrambi pesano l'impazienza e il malumore di Churchill. Il grande Winnie non riesce spiegarsi i contrattempi e le indecisioni dell'8a armata (Siamo pi numerosi e meglio armati). Manifesta la pretesa d'indicare soluzioni dalla poltrona di Downing Street e in pratica aumenta la confusione, gi rimarchevole, tra ufficiali e generali spesso inadeguati.
Il 10 Bir Hacheim viene evacuata dai gollisti. Per otto giorni, dal 2 al 9, le forze della Francia Libera, in gran parte legionari stranieri, hanno sventato gli assalti della Trieste e della 90a divisione leggera tedesca. Sono state anche respinte diverse offerte di resa. Esaurite l'acqua e le munizioni e avendo gli inglesi in ritirata consolidata una nuova linea difensiva, la guarnigione nella notte tra il 9 e il 10 giugno si apre la ritirata tra le linee tedesche: 2619 francesi si uniscono ai reparti di Auchinleck. I morti sono stati 140, i prigionieri 814. Fra questi figurano italiani, tedeschi ed ebrei. Pare che l'ordine dell'Okw sia di fucilare gli italiani e i tedeschi come disertori e gli ebrei in quanto tali, ma Rommel, ammirato dalla loro resistenza, preferisce consegnarli agli italiani. Vengono dunque trasferiti per mare verso la penisola. Purtroppo il piroscafo Nino Bixio, che ne trasporta 700, affonda al largo delle coste greche: muoiono in 400. Tale versione buonista  stata per smentita dall'unica donna arruolata nella Legione straniera, l'inglese Susan Travers, l'autista del generale Koenig, comandante della piazza. La minaccia del comando tedesco di fucilare i legionari fu neutralizzata dall'intervento diretto di De Gaulle: minacci di fucilare per rappresaglia i tedeschi catturati dalle sue truppe. La versione della Travers ci pare molto pi conforme ai tempi.
La conquista di Bir Hacheim, costata ai tedeschi circa 3300 uomini, scopre i fianchi di Ain el Gazala: contro di essa si avventano da ogni lato i panzer. Le perdite dell'8a armata sono ingenti, per evitano l'insaccamento delle forze del Commonwealth. In queste battaglie assieme all'Ariete si distinguono i fanti e i bersaglieri della Trieste capaci di far miracoli con il poco a disposizione. L'XI battaglione carri del maggiore Gabriele Verri compie autentici prodigi, uno degli ufficiali, il capitano Icilio Calzecchi Onesti, guadagna la medaglia d'oro alla memoria. Tali comportamenti suscitano la considerazione degli spocchiosi rivali e addirittura diverse citazioni nei bollettini della Wehrmacht. A livello di mezzi corazzati, per, la nostra inferiorit rimane evidente. Ha infatti esordito la versione speciale del Mark III: grazie a esso Rommel conserva la superiorit operativa. Questo gingillo da 22 tonnellate, con il cannone da 50 millimetri, esibisce una blindatura quasi insuperabile grazie alla speciale intercapedine di 10 centimetri. Lui e i suoi fratellini, il Mark II, il Mark III normale e il Mark IV, suppliscono con la qualit all'inferiorit numerica rispetto ai Crusader, agli Stuart, ai Valentine, ai Matilda e all'ultimo arrivato, il Grant: il governo statunitense ne ha forniti 167 esemplari.  considerato un tank medio, armato di un cannone da 37 millimetri nella torretta e di un pezzo da 75 nella casamatta: Ritchie e i suoi generali ci facevano molto affidamento per bloccare a distanza il Mark III speciale, ma si devono accorgere sulla pelle dei propri carristi che la sistemazione dell'obice nella casamatta ne limita considerevolmente il settore di tiro.

L'offensiva in Cirenaica sospinge gl'inglesi a tentare una doppia manovra per rifornire Malta. Da Gibilterra partono 6 piroscafi accompagnati da un'intera squadra, da Alessandria 11 mercantili con la scorta di 8 incrociatori leggeri, 27 cacciatorpediniere, 4 corvette, 4 motosiluranti, 2 dragamine, 2 navi salvataggio. Insomma tutto quanto Cunningham ha sottomano con l'aggiunta di una corazzata in disarmo, la Centurion, ridipinta e inzeppata di cannoni di cartapesta per ingannare la ricognizione. Contro il convoglio di Gibilterra salpano gli incrociatori leggeri Eugenio di Savoia e Montecuccoli pi 7 cacciatorpediniere al comando dell'ammiraglio Alberto Da Zara. Contro il convoglio di Alessandria vengono spediti la Littorio, 2 incrociatori pesanti, 2 leggeri, 12 cacciatorpediniere. Li comanda l'ammiraglio Jachino, che dall'altra parte ritrova l'ammiraglio Vian: sulla carta sarebbe la rivincita dello scorno subito nel golfo della Sirte pochi mesi avanti.
Vian comprende che stavolta non potr imbrogliare il rivale con i fumogeni, tuttavia cerca egualmente di spingersi fino a La Valletta. I Mas tedeschi e gli Stuka colpiscono un incrociatore, affondano 5 cacciatorpediniere, 2 piroscafi e lo inducono, dopo quarantott'ore, a un veloce rientro ad Alessandria. Alle viste del porto un U-Boot centra in pieno un altro incrociatore. Noi avremo la faccia tosta di menar vanto della aggressivit germanica. Ma il meglio della prosopopea nazionale deve ancora palesarsi. Il 14 giugno la squadra di Da Zara aggancia nel canale di Sicilia il convoglio proveniente da Gibilterra, gi privo degli incrociatori pesanti che hanno voltato la prua. I ripetuti attacchi di bombardieri e aerosiluranti fanno inabissare alcuni mercantili e l'unica petroliera; le cannonate dell'Eugenio di Savoia azzoppano un incrociatore e un caccia, poi finito dall'aviazione; le mine spazzano via altri quattro cacciatorpediniere e un piroscafo. Alla fine soltanto due mercantili attraccano a Malta per la disperazione degli abitanti ridotti alla fame. Il discreto esito della missione scatena il revanscismo di Mussolini: finalmente pu gloriarsi di un exploit della marina, per quanto la realt sia stata molto pi contraddittoria. Fioccano promozioni, medaglie, menzioni. Tuttavia i meriti vengono attribuiti soltanto agli ammiragli con grande irritazione dell'aeronautica. La propaganda fascista crea l'eroica vittoria di Pantelleria dopo aver passato quasi sotto silenzio lo strepitoso successo colto ad Alessandria dai maiali di Durand de La Penne, Marceglia, Martellotta, Bianchi, Schergat, Marino.

L'incapacit della flotta britannica di rifornire Malta si riflette sull'incapacit dell'8a armata di reggere le manovre aggiranti di Rommel. Auchinleck per giorni non scioglie il dilemma se tenere o abbandonare Tobruk. Fosse libero di scegliere, raccoglierebbe le proprie divisioni alla frontiera egiziana per riorganizzarle; ma Churchill preme per il mantenimento di Tobruk, persuaso che sia il bastione in grado di arginare la temuta avanzata di Rommel verso il Cairo. Da Londra risulta difficile valutare lo scarso morale delle truppe, sottoposte a bombardamenti continui da parte di Stuka e Ju 88. Gli Hurricane, i Curtiss P40, i rari Spitfire soffrono terribilmente i Messerschmitt 109 e i Macchi 200. Anche il bombardiere leggero fornito da Washington, il Douglas Boston, sembra l'equivalente del poco affidabile Savoia Marchetti 79. In queste settimane di giugno l'Asse ottiene il controllo totale del cielo africano. Il tenente Costantino Petrosellini, dell'8 gruppo caccia, ricorda che dai cinque aeroporti di Martuba, 50 chilometri a sud di Derna, gli stormi effettuavano anche quattro decolli al giorno per missioni il pi delle volte di sostegno alla fanteria. Il 14 in un'azione fra El Mrassas e Tobruk, il capitano D'Agostini, comandante della 93a squadriglia, riesce a portare gi il suo Macchi 200 sforacchiato dalla contraerea. Atterra con il carrello in su, ma appena uscito dalla carlinga viene freddato a colpi di pistola dai soldati australiani.
Rommel percepisce di poter azzardare la zampata su Tobruk. Protagonisti diventano gl'italiani. Il 20 giugno, sfidando cannoni e mitragliatrici, due compagnie del XXXI battaglione guastatori s'infiltrano sotto i reticolati della cintura difensiva meridionale. Hanno un motto assai esplicativo - la va a pochi -, sono in gran parte volontari e avranno un numero elevatissimo di morti. Una foto ritrae otto ufficiali prima della partenza per l'Africa: soltanto due rientreranno a casa con i loro piedi. Il nuovo comandante, il maggiore Paolo Caccia Dominioni, ama portare anche fra le dune il caratteristico cappello degli alpini, ai quali era stato inizialmente assegnato. Caccia Dominioni  un ingegnere civile trasferitosi al Cairo per mettere quanta pi distanza possibile fra s e il fascismo; ha, per, accettato di servire sia in Etiopia nel '36, sia in Libia nel '41. Era stato collocato in un ufficio informativo, ma ha richiesto il servizio attivo. Eccolo accontentato con questo battaglione di volontari, le cui compagnie esibiscono nomi di fiere orgogliose: la prima Giaguaro, la seconda Lupi, la settima Tigre, l'ottava Leone. Gente sperimentata e motivata, 800 sfegatati, che nel deserto hanno la funzione di tappabuchi. Cos il XXXI ha traslocato da una divisione all'altra, dalla Bologna alla Trento, dalla Trieste all'Ariete.
Gi nel novembre precedente il battaglione ha figurato fra gli assedianti di Tobruk. Ma anzich attaccare, i guastatori sono stati obbligati dall'improvvisa offensiva britannica a proteggere dai Matilda e dai Crusader la ritirata verso la Sirtica. Adesso  l'agognata rivincita. Le tigri della 7a compagnia e i leoni dell'8a aprono sei varchi nel fossato anticarro, nei campi minati, nel doppio ordine di reticolati. In mezzo a essi anche il cappellano pluridecorato, Luciano Usay: non ha voluto abbandonare i propri ragazzi nel momento del massimo pericolo. Si arrendono i fortini 47, 48, 49, 51 tenuti dai sudafricani. Le perdite italiane sono lievi, per il battaglione piange uno dei veterani pi arditi, il caporal maggiore Giovanni Leccis, ferito due volte, prima dell'assalto fatale. I carristi dell'Ariete e i bersaglieri fremono per lanciarsi verso la citt, ma Rommel aspetta che il XXXIII battaglione pionieri della 15a Panzerdivision elimini i fortini sulla destra per dare il segnale d'attacco. In tal modo perde una mezzora abbondante. Il lasso di tempo sufficiente a diverse imbarcazioni per lasciare il porto. Soltanto sette navi sono fermate dall'artiglieria germanica.
A Tobruk ci si ammazza per quasi ventiquattr'ore. Ritchie vi ha affastellato forze eterogenee: la 2a divisione sudafricana, la 11a brigata indiana, diverse brigate inglesi, un paio di reggimenti carri. Manca una guida unitaria, i reparti si battono nel caos. Il generale sudafricano Klopper alle 2 del 21 giugno promette a Ritchie di resistere fino all'ultimo uomo e all'ultima cartuccia, invece alle 6 alza bandiera bianca dopo aver demolito quanto possibile e bruciato il carburante. Nelle mani della Panzerarmee Afrika finiscono 32 mila prigionieri, tra i quali 6 generali, 2 mila veicoli, 2 mila tonnellate di benzina e nafta, 5 mila tonnellate di viveri, ingenti quantitativi di munizioni. Per gl'italiani significa che la manna  piovuta dal cielo per la seconda volta. Dopo settimane di rancio stantio, le mense straripano di salmone del Canada, di agnello della Nuova Zelanda, di carne argentina, di latte condensato del Connecticut. E volete non concludere una simile abbuffata con un'adeguata fumatina di classe? Alla bisogna provvedono le sigarette inviate in notevole quantit dai comitati femminili sudafricani.
Lungo la strada per Derna sono rinvenuti tali concentramenti di magazzini da indurre il generale Nehring a mettere sentinelle a protezione di montagne di birra, di farina, di whisky, di marmellate, di conserve. Nel deposito fuoripista sfuggito all'occhiuta intendenza teutonica i guastatori, i bersaglieri, i carristi italiani s'impossessano di un bottino ancora pi prezioso: chilometri e chilometri di tela kaki, da cui ricavare i pantaloni, le camicie, le giacche fin l ammirati ai prigionieri britannici e tolti, a volte, pure ai morti per non soffocare di caldo durante il giorno e non battere i denti dal freddo la notte. Vengono anche scovati gli scatoloni con gli scarponcini di pelle scamosciata e larghe suole di para, altro motivo d'invidia nei confronti dei privilegiati avversari.
D'altronde i ragazzi della generazione sfortunata hanno imparato che gli unici approvvigionamenti sicuri sono quelli sottratti al nemico. I nati fra il 1909 e il 1922, spesso reduci dell'Etiopia e della Spagna, sanno per amara esperienza che se aspettassero l'intendenza nostrana nel migliore dei casi sgranocchierebbero gallette e formaggi insaporiti dai vermi. E poi aggiungete il gusto di pavoneggiarsi con i trofei appartenuti alla perfida Albione, indicata pure dalla rutilante fantasia del duce come il popolo dei cinque pasti. Nel suo libro pi celebre (Alamein 1933-1962) Caccia Dominioni racconta del tenente del genio aeronautico Vittorio Lana. Durante la corsa sfrenata e assai sconsiderata per entrare fra i primi a Tobruk, Lana il 20 giugno guida una pattuglia di avieri fornita pi di coraggio che di armi efficienti. Prima di procedere Lana sistema sul naso gli eleganti occhiali da sole omaggio del tenente Stevens, comandante il distaccamento del Long Range Desert Group (Lrdg) ingabbiato nei giorni precedenti. E quel tenente non  un ufficialetto da niente: risulta figlio del leggendario colonnello Stevens, che dai microfoni di radio Londra ogni sera parla agli italiani per raccontare le sorti del conflitto dal punto di vista di Sua Maest Giorgio VI.
La preda pi ambita, comunque, sono gli autocarri e i Bren Carrier. Vengono immediatamente riverniciati per mimetizzarli nella massa di Fiat, di Bianchi Miles, di Lancia. A volte li si ammacca un po' per renderli meno appetibili, li si camuffa in modo da confondere sulla provenienza. Al vestiario britannico, viceversa, basta applicare le stellette e le mostrine: andate a provare che  stato sottratto dai magazzini sottoposti a confisca. La trovata viene subito imitata dai granatieri e dai pionieri con alamari e croci di ferro. Insomma si gareggia a conservare il bottino, malgrado gli ordini di requisizione suonino severissimi per tutti, in special modo per i mangiaspaghetti giudicati casinisti e profittatori. Si esige la consegna immediata ai comandi di ogni veicolo catturato, ma i comandi sono in mano ai crucchi, che risultano simpatici a pochi e sono pi per l'accaparramento che per un'equa divisione del bottino. Perci, tra il consegnare e il tenere, non sussistono incertezze. Fortunatamente i comandi hanno l'abitudine di esser posizionati lontani, le notizie procedono con lentezza perch ogni viaggio  una moneta lanciata in aria: pu uscire vita, pu uscire morte, cio l'Hurricane o lo Spitfire in caccia solitaria, la mina malignazza riemersa dalla sabbia, l'apparire improvviso del Bren Carrier in perlustrazione. Se poi la quantit dei mezzi catturati risulta eccessiva per i bisogni del reparto, si fa a mezzo con quello vicino. Soltanto le moto vengono snobbate: volete paragonare le Triumph alle Guzzi, alle Benelli, alle Gilera, malgrado le ruote siano prive di battistrada?
Anche le divisioni tedesche si rinsanguano a Tobruk. Giugno ha rappresentato per i rifornimenti il mese pi deficitario dall'inizio della guerra. Sono state sbarcate 3 mila tonnellate quando il fabbisogno sarebbe di 60 mila. Rommel manda a dire che da quasi un anno stazionano in Italia 2 mila automezzi e 100 cannoni di ogni calibro: a lui servono meglio del pane. Che cosa aspetta la marina a recapitarglieli? Nel quartier generale di Santa Rosa hanno ripreso l'abitudine di far partire i mercantili uno a uno senza scorta adeguata. Vanno a fondo tre navi italiane e una tedesca carica di 3671 tonnellate di materiali per l'artiglieria, di 613 tonnellate di carburante, di 241 mezzi blindati agognati da Rommel per inseguire l'8a armata.
Questi affondamenti destano meraviglia. Nel Mediterraneo la flotta di Cunningham non s'affaccia da settimane: per quale concorso di circostanze, allora, sommergibili e aerosiluranti sono apparsi nel momento giusto e nel posto giusto? Am ha circoscritto i sospetti sulla fuga di notizie al ministero e a Supermarina. Per, anzich procedere, cerca coperture, spera di coinvolgere Cavallero. Ma pure Cavallero cerca coperture. E in questo tira e molla, nessuno alza un dito.
In attesa di carri armati e di camion, per tampinare le unit nemiche in precipitosa ritirata ben oltre il confine egiziano risultano preziosi i blindati catturati nei depositi della Marmarica. Esibiscono la vecchia targa britannica, a bordo hanno preso posto commando tedeschi con indosso le divise kaki trovate a Tobruk. Sono biondi e alti, viaggiano a capo scoperto, secondo l'usanza introdotta da britannici, australiani, sudafricani per curare l'abbronzatura; qualche ufficiale parla l'inglese imparato a Oxford e Cambridge: intrufolarsi nelle retroguardie si rivela assai facile. Poi all'improvviso canta la mitraglia e per Auchinleck e Ritchie i problemi aumentano a ogni chilometro. Queste incursioni diventano fra gli uomini di Rommel una gara per misurare bravura e coraggio: non a caso il pi elogiato  il capitano Kiehl, responsabile della sua guardia personale.
Da Bardia a Sidi el Barrani, con in mezzo l'attraversamento del ciglione di Sollum, i tanti italiani in Africa dall'inverno del '40 incontrano i resti, i ricordi, i dolori delle passate avanzate e dei passati ripiegamenti: la camionetta mezza infossata nella sabbia con la lunghissima antenna radio ancora dritta, carcasse annerite di mezzi corazzati, pezzi di ferro arrugginiti, che furono la canna di un cannone o la carlinga di un caccia. Nelle scritte sulle fiancate dei veicoli si pu leggere l'andamento dei due anni di guerra, ricostruire l'andirivieni delle tante divisioni in transito. Non pochi ritengono, o sperano, che stavolta il pendolo osciller soltanto verso est.

Il 21 giugno, domenica, Churchill e il capo di stato maggiore imperiale, Alan Brooke, si trovano nell'ufficio ovale di Roosevelt a Washington. Entra il capo dei capi di stato maggiore statunitense, George Marshall, e porge al presidente un foglietto rosa. Vi sta scritto: Tobruk ha capitolato. Roosevelt lo allunga in silenzio a Churchill, il quale sbianca in volto. Non solo ha ceduto il bastione che lui considerava imprescindibile per la salvezza dell'Egitto, ma ha dovuto pure apprenderlo dagli yankee, invece che dal proprio servizio segreto. Il suo evidente abbattimento colpisce Roosevelt. Chiede che cosa l'America possa fare per l'alleato. Dateci tutti i carri armati che potete,  la lucida risposta di Churchill. In pochi giorni 300 Sherman e 100 semoventi vengono prelevati dalla seconda divisione corazzata e inviati verso il golfo di Suez. Nella sua Storia della seconda guerra mondiale, che gli varr il Nobel per la letteratura, Churchill ricorda che soltanto la resa di Singapore all'esercito giapponese, nel febbraio '42, costitu un'ignominia maggiore per le armi e per la strategia imperiali: Una cosa  la sconfitta, un'altra il disonore.
Grandi onori, di riflesso, per il trionfatore. Hitler nomina Rommel maresciallo e Mussolini si vede costretto ad attribuire lo stesso riconoscimento a Cavallero e Bastico per non aumentarne il sentimento d'inferiorit nei confronti dell'altezzoso collega. Il 21 giugno, appena informato della conquista di Tobruk, il duce invia una lettera a Hitler per ribadire che sul quadrante della storia scocca l'ora di Malta. Mussolini aggiunge alle precedenti motivazioni anche il risparmio di carburante derivante all'Asse dalla conquista dell'isolotto. La risposta di Hitler  perentoria: come mai in precedenza, aleggia la concreta possibilit di annettersi l'Egitto con tutto ci che esso comporta in termini strategici e di pozzi petroliferi per l'intero Medio Oriente. Guai non approfittarne. Hitler accarezza il piano Aida, cio la tenaglia che dovrebbe stritolare l'impero britannico dal Caucaso al Nilo. Il duce accantona Malta e vagheggia un ingresso trionfale al Cairo alla testa delle armate vittoriose.
Bastico e i suoi colleghi scoprono le intenzioni di Rommel il 22 giugno nella casa cantoniera di Gambut, a met strada fra Tobruk e Bardia. Rommel annuncia di voler inseguire l'8a armata fino alla completa distruzione. Accenna addirittura a un'eventuale puntata fino al golfo Persico. Gl'italiani rimangono senza parole. La loro proverbiale prudenza, che ha regolarmente mandato in tilt il fresco feldmaresciallo, stavolta vanta solide giustificazioni: la difficolt di rifornimenti dall'Italia, la necessit di liberare le vie del mare con l'occupazione di Malta, l'eccessivo consumo delle scorte, gli ostacoli logistici per alimentare il fronte dalle lontane basi di Tripoli e di Bengasi, il crescente logorio delle divisioni. Viene citato l'esempio della Trieste ridotta a 4 carri armati, 15 autoblindo, 24 cannoni, 1500 soldati; la Brescia ha un solo battaglione disponibile, lo stesso dicasi della Pavia; l'Ariete conserva 10 carri, 6 cannoni e 500 fanti. In pi, non pu mantenere la velocit delle divisioni corazzate tedesche, che procedono a 20 all'ora, mentre l'Ariete tocca i 7. Come per altro la Littorio del generale Gervasio Bitossi, giunta alla vigilia della caduta di Tobruk.  sbarcata cos in Africa la prima delle nostre divisioni motorizzate, secondo i parametri universali: noi, al contrario, la definiamo corazzata. Si tratta di un'unit forgiata nella conquista dell'Etiopia, formata inizialmente da coloni calabresi e siciliani, che fino alle leggi razziali ha avuto diversi ufficiali ebrei. Oltre che per le imprese belliche,  famosa per aver fornito migliaia e migliaia di comparse al kolossal del regime Scipione l'Africano e pazienza se qualcuno durante le scene di battaglie aveva dimenticato di togliere l'orologio dal polso. A Bari, alla vigilia del trasferimento in Albania, i suoi carri sono serviti, dopo una partita di campionato, per placare una violenta rissa fra i tifosi della locale squadra di calcio e quelli dell'Inter.

Rommel si mostra irremovibile. Garantisce che con il bottino di Tobruk sopperir fino all'arrivo dei rifornimenti, che il porto in pochi giorni sar di nuovo agibile e dimezzer la distanza dalle basi, che gli inglesi stanno messi peggio, che il controllo del Mediterraneo verr risolto sulla sponda africana, invece che a Malta. La conclusione  a tono: Signori, le mie truppe marceranno verso il Canale; spero che i camerati italiani non ci lasceranno soli. Per Malta rappresenta il definitivo de profundis. Agli occhi dei tedeschi, che sono i padroni dell'Asse, vale molto meno dell'Egitto, la cui conquista danno per scontata e in pi significherebbe un ulteriore aggravio d'impegni per la Wehrmacht non facendo alcun affidamento sull'apporto dell'esercito italiano. Churchill tira un sospiro di sollievo e s'industria per mettere Auchinleck nelle condizioni migliori. Lucas Phillips nella ricostruzione di questi eventi (El Alamein) riporta il giudizio di un critico militare, lo statunitense Marshall: El Alamein cos come Stalingrado e la Marna, nel 1916, fu un monumento della suprema follia di voler avanzare sempre. In tutti e tre i casi i protagonisti sono stati tedeschi.
Tuttavia Rommel ha qualche giustificazione nel voler puntare verso il Cairo, oltre la propensione a confidare troppo sulla propria abilit di stratega e sull'incidenza dei mezzi corazzati. Allorch il 26 giugno a Sidi el Barrani incontra Kesselring, Cavallero e Bastico - la scusa ufficiale  una piccola festa per i tre promossi - ha da poche ore ricevuto l'ultimo rapporto del colonnello Bonner Fellers decifrato dal Sim di Am. L'hanno inoltrato dal Cairo a Washington la sera del 23. Merita rileggerlo per comprendere qual fosse l'atmosfera nel cuore dell'8a armata in quei giorni di tormenti.
Forze residue a disposizione di Auchinleck: 2a divisione sudafricana; 1a brigata organica; 50a divisione inglese; 2a divisione liberi francesi; 1a divisione indiana; 1a divisione neozelandese; 9a divisione australiana in Palestina; una brigata corazzata potr essere pronta alla frontiera nella prima settimana di luglio.
Velivoli. In tutto il Medio Oriente: 3550 (utilizzabili il 30 per cento). In Egitto, Siria, Palestina vi sono 958 apparecchi, dei quali solo 500 utilizzabili. A Malta: 225 apparecchi (utilizzabili 141).
Carri Armati. Al fronte: 100. Nel Delta 27 americani. In meno di un mese perduti oltre 1500 carri. Perduto anche il 50 per cento delle artiglierie.
Il morale dell'8a armata  bassissimo, la truppa ha perduto la fiducia nei capi. Cos pure basso  il morale della Raf. La Marina  impotente.
Considerazioni. Rommel potrebbe tentare l'invasione dell'Egitto dopo un breve periodo di riordinamento delle proprie unit, durante il quale l'Asse potrebbe per altro toccare Malta in modo da assicurarsi un'interrotta linea di rifornimenti dall'Italia e dalla Grecia.
Per fronteggiare la situazione occorre: 1) unificare il comando dell'esercito e dell'aviazione; 2) riorganizzare l'8a armata sotto un nuovo comando e con metodi nuovi; 3) ritardare e trattenere le forze dell'Asse, interrompere allo stesso tempo la navigazione in modo da non far affluire i rifornimenti vitali all'Asse, affondare i rifornimenti in viaggio per la Libia. L'interruzione dei rifornimenti  un imperativo, altrimenti il Medio Oriente sar alla completa merc di Rommel.
Conclusioni. 1) L'esercito  stato sconfitto principalmente a causa degli errori dei generali. 2) Se Rommel ha intenzione di prendere il Delta, ora  il momento opportuno. 3) I britannici devono far presto allo scopo di opporre una rispettabile resistenza contro le forze dell'Asse. 4) Per tenere il Medio Oriente vanno riforniti immediatamente, in ordine d'importanza, di una considerevole quantit di bombardieri, carri armati e artiglieria. 5) Occorre inviare il pi rapidamente possibile un corpo d'armata corazzato.

Davanti a un simile documento diventa comprensibile l'annuncio di Rommel che espugner Marsa Matruh per poi procedere fino a El Alamein e successivamente ad Alessandria e al Cairo, nonostante gli sia rimasta una manciata di carri. Per non esser da meno, Cavallero gli propone di allungarsi fino a Suez. Il numero uno dell'esercito italiano non ci sta a farsi surclassare in quanto a spirito offensivo. E se fino a un'ora prima  stato il pi ostinato propugnatore di posporre l'Egitto a Malta, peste lo colga a chi lo far notare. La Storia capir. L'unica voce contraria appartiene a Kesselring. A suo giudizio la punta estrema raggiungibile da Rommel  El Alamein. E dopo? Kesselring osserva la carta geografica e continua a pensare che la chiave del Medio Oriente continui a essere Malta. Ma la rocca contro cui nel sedicesimo secolo si era spezzata persino l'onda turbinosa dell'Islam non suscita pi alcuna attrattiva su Berlino e Roma, al solito, si adegua.
Proprio da Malta giungono un paio di squadriglie per colmare qualche vuoto della Western Desert Air Force. Tra i primi a far le spese della ritrovata vigoria britannica nei cieli il maggiore Antonio Larsimont Pergameni, comandante del 9 gruppo Macchi 202. Paradossalmente  vittima di un bombardamento a terra, quando era gi giunto l'ordine di salire sui caccia per assistere le nostre avanguardie. In un mare di guai Auchinleck deve barcamenarsi tra assilli di natura diversa. La decisione pi amara  di silurare Ritchie e di assumere su di s, in maniera esplicita, anche il comando dell'8a armata.  la patente ammissione di aver sbagliato scelta, ma il momento impone soluzioni drastiche. In conseguenza viene cancellato il disegno strategico di Ritchie sempre alla ricerca di una battaglia risolutrice contro Rommel e passato invece da una sconfitta all'altra. L'ultima idea del baffuto comandante di battaglioni troppo in fretta asceso a ruoli di grande responsabilit era di schierare il X e il XIII corpo d'armata attorno a Marsa Matruh, la famosa spiaggia di Cesare, di Marco Antonio, di Cleopatra, per contrattaccare le colonne avanzanti della Panzerarmee. Tuttavia Auchinleck ha imparato dalle batoste e capito di dover cambiare tattica senza pi i condizionamenti della sua testa di turco. The Auk, come lo chiamano i sottoposti, realizza che una rotta a Marsa Matruh potrebbe costare la perdita dell'Egitto e i reparti sono troppo provati per poter nutrire la presunzione di battere gli italo-tedeschi. Comprende che ha bisogno di guadagnar tempo: per riuscirci deve evitare un altro scontro in campo aperto con un rivale dimostratosi superiore nella guida dei mezzi corazzati. Organizza quindi la linea di resistenza attorno alla sconosciuta stazione ferroviaria di El Alamein, a un centinaio di chilometri da Alessandria. Qui schiera il XXX corpo d'armata del generale Norrie. A protezione della breve linea fra Marsa Matruh e Sidi Hamza lascia il X corpo d'armata del generale Holmes e il XIII del generale Gott, ma con la chiara disposizione di esser pronti a sganciarsi. Auchinleck non vuole ripetere l'errore dei capisaldi fissi negli spazi aperti, contro i quali le manovre avvolgenti di Rommel finiscono con il prevalere. El Alamein si presta bene allo scopo di una difesa mobile in spazi angusti, dentro i quali anche i pochi Grant efficienti peseranno. Gott e Holmes ricevono l'ordine di ritirarsi alle iniziali avvisaglie di un accerchiamento e di attestarsi anch'essi a El Alamein. Per farcela Sir Claude conta sulla vicinanza della sussistenza, sull'apporto che gli fornir l'aviazione, sull'arrivo imminente della 9a divisione australiana dalla Siria.
A Rommel rimangono 60 panzer, 40 scatole di sardine e 10 mila fanti, dei quali circa 6500 sono quanto avanza della Littorio, dell'Ariete, della Trieste, della Brescia, della Pavia, della Trento, della Sabratha. La sua forza principale  rappresentata dai 330 pezzi di artiglieria, fra i quali 29 da 88, ormai incubo dei britannici, per quanto la precisione dei loro cannoni da campagna risulti altrettanto indigesta. Il contingente dell'Asse appare tutt'altro che irresistibile, il feldmaresciallo per confida nell'alto morale dei suoi e nell'abbattimento dei britannici. Non l'ha comunicato anche Bonner Fellers ai propri vertici che sarebbe l'occasione giusta per impossessarsi del Delta? E allora via verso l'interno dell'Egitto con l'assoluta convinzione che questa volta non si torner indietro a mani vuote.
L'avanzata s'inizia con una grave perdita per le nostre divisioni. Nella zona di Bir el Kanays una formazione di Curtiss P40 alla ricerca di obiettivi al suolo inquadra due vetture con i distintivi del comando. Tre bombe le centrano. Perdono la vita il generale Baldassarre, responsabile del XX corpo d'armata, il generale Piacenza, comandante dell'artiglieria, e il colonnello Raffaelli, comandante del genio. Il pi dispiaciuto  Rommel: come in epoche recenti testimonier pure il figlio Manfred, suo padre nutriva un'alta considerazione di Baldassarre per le imprese compiute dai carristi e dai bersaglieri dell'Ariete, della Trieste, della Littorio. Nel rivolgimento degli incarichi De Stefanis succede a Baldassarre. L'Ariete passa al generale Antonio Arena. Carristi e bersaglieri non si smentiscono nemmeno nella conquista di Marsa Matruh, dove la disorganizzazione dei comandi inglesi fa s che anzich un'immediata ritirata avvenga un sanguinoso scontro.

L'incazzoso Sir Bernard Freyberg, decorato con la Victoria Cross nella prima guerra mondiale e ora alla guida della 1a divisione neozelandese, ha protestato dinanzi alla prospettiva di restare chiuso nel campo trincerato. L'hanno allora trasferito dal X al XIII corpo d'armata cos che quando servirebbero gli autocarri per sottrarre i reparti del X alla pressione dell'Afrika Korps questi siano ancora impegnati nel trasporto dei neozelandesi. Tra ordini contraddittori e altri pervenuti con ore di ritardo, Gott riesce ad avviare il ripiegamento, mentre i reparti di Holmes subiscono dure perdite. Soltanto nella notte fra il 28 e il 29 giugno la 50a e la 5a divisione indiana riescono a spezzare il fronte pur dovendo lasciarsi alle spalle migliaia e migliaia di uomini, per i quali mancano i mezzi di trasporto. Al mattino il X e l'XI battaglione del 7 bersaglieri entrano nella cittadella, preceduti da una pattuglia a corto di acqua dopo trentasei ore trascorse nella terra di nessuno. I suoi componenti spinti dalla sete e dalla temerariet si sono gi impadroniti dell'aeroporto e il tricolore alzato al posto dell'Union Jack  stato casualmente filmato da due operatori dell'istituto Luce. Il colonnello Scirocco rimane alquanto meravigliato nell'apprendere che il numero dei prigionieri supera le 6500 unit. Tocca al generale Navarini, comandante del Gruppo Inseguimento formato con ci che il X e il XXI corpo d'armata hanno potuto offrire, comunicare la bella notizia ai camerati. Ma Rommel non la considera tale: ha sperato di chiudere nella sacca almeno uno dei due corpi d'armata di Auchinleck; viceversa se li ritrover sull'ultima trincea, a El Alamein.
La Panzerarmee ha immediatamente il problema dell'acqua. Le autobotti faticano a tenere il passo dell'avanguardia, per di pi gli autisti non se la fidano di affrontare piste sopra le quali volano pi nemici che amici. Paradossalmente con la conquista di Marsa Matruh il predominio del cielo non  pi appannaggio dei Messerschmitt e dei Macchi. Spitfire e Hurricane hanno le piste a una manciata di chilometri dal fronte e incombono con insidiosa frequenza. La sussistenza preferirebbe viaggiare di sera, ma le ore del buio sono quelle preferite dai reparti per muoversi in un silenzio totale. Di conseguenza divieto assoluto d'impiegare mezzi a motore, persino per il traino dei cannoni. Spesso bisogna trascinarli a forza di braccia. Una fatica supplementare per chi deve gi farsi carico, a parte le armi individuali, delle riserve di viveri e di acqua, dei picconi, dei badili, dei sacchi necessari a costruire o a rafforzare la postazione del giorno dopo.
Per la Littorio la sete diventa una tortura. La divisione non possiede scorte di acqua. L'avvistamento dei pozzi fa spesso dimenticare le pi elementari precauzioni. Cos che l'irruzione di dieci Bren Carrier sorprende gli autocarri della Littorio intenti a rifornirsi in un'oasi all'apparenza sicura. Il generale Bitossi organizza l'incursione notturna di mezza compagnia di M13/40 al comando del tenente Musolino per riappropriarsi dei mezzi. Nel cuore della notte gl'inglesi si svegliano circondati. Vengono recuperati i camion e soprattutto l'acqua, salmastra, torbida: a casa sarebbe schifata, ma tra queste dune equivale a champagne millesimato. I bersaglieri del 12 e i carristi del 133 hanno di che sbronzarsi. Non c' pi motivo di razionarla: panzer e granatieri sono piombati su Fuka talmente in anticipo rispetto alle previsioni da aver trovato l'acquedotto da 8 pollici in piena attivit. E questa  acqua vera, limpida e dolce. Passeranno ore prima che l'intendenza britannica se ne accorga e chiuda il rubinetto.
La sera del 29 Rommel affida alla 21a panzer, guidata da un discendente di Bismarck, e alla Littorio il compito di spingersi fino alle viste di El Alamein. Vuole studiare la reazione di Auchinleck e soprattutto essere ragguagliato sul tipo di difesa predisposto. In dieci giorni d'Africa quella che  considerata la divisione corazzata di punta del nostro esercito ha perso due dei tre battaglioni carri del 133 reggimento, assegnati alla Trieste e all'Ariete per coprirne i vuoti. A Bitossi  rimasto solo il LI del tenente colonnello Salvatore Zappal, avanzante lungo il mare, pi i risibili L6/40, armati di cannoncino e mitragliatrice Breda, del reggimento Lancieri di Novara diretto all'interno in compagnia del 12 bersaglieri. I fanti piumati del tenente colonnello Ronchetti sono appena giunti in Africa dopo aver naufragato in gennaio con la motonave Victoria silurata.
All'alba del 30 nella conca di Khor el Bayat le scatole di sardine con il patetico 47/32 vengono attaccate da un reggimento di Grant. I carristi hanno contornato le misere corazze da 30 millimetri con decine di sacchetti di sabbia nella speranza di attutire i colpi: in realt hanno soltanto appesantito lo scafo. Contro i cannoni da 75/13 di quei mostri d'acciaio non hanno scampo. Bruciano circa venti carri italiani. La stessa granata ferisce il colonnello Zuco, comandante del 133, e il tenente colonnello Zappal, che spirer nei giorni seguenti per colpa dei medici. La colonna si ritira.
 l'avvisaglia della nuova tattica molto pi dinamica adottata da Auchinleck. Rommel, per, non se ne d per inteso. Meno ancora Bastico e gli altri generali dello stato maggiore intenti da ventiquattr'ore a spupazzarsi Mussolini fra Tripoli e Bengasi. Il duce in divisa da Primo Maresciallo dell'impero  atterrato con un codazzo di gerarchi, di giornalisti, di cineoperatori venuti a illustrare e filmare la marcia su Alessandria. Secondo la propaganda fascista, sar il replay della marcia su Roma, della quale si festegger in autunno il ventennale. Per ingannare l'attesa Mussolini visita ospedali e fortini. All'aeroporto di el Fetejah il secondo velivolo del suo seguito durante l'atterraggio si scontra, a causa dell'oscurit, con un bombardiere di ritorno da una missione: muoiono tre poliziotti e il barbiere del duce.
Le malelingue assicurano che dalla stiva di una nave ormeggiata a Derna sia sceso un cavallo bianco in groppa al quale Mussolini conta di entrare in Alessandria impugnando la sacra spada dell'Islam, antico dono di Balbo. Di sicuro dalla nave  scesa una camionata di lucido da scarpe, che per settimane sar rimpallato da un settore all'altro del fronte. Mussolini vorrebbe incontrare Rommel per ricevere un quadro esauriente della situazione e magari propinargli qualche fondamentale suggerimento. Ma il maresciallo  troppo impegnato sulla linea del fuoco per ritagliarsi le ore necessarie a omaggiare l'indesiderato ospite. Per ingannare la noia al duce non resta che istruire Ciano via telefono sulle trattative con Hitler riguardo il futuro politico dell'Egitto. Accetta, bont sua, che Rommel sia il comandante militare, per pretende per un italiano, l'ambasciatore Mazzolini, l'incarico di governatore civile.
Hitler neppure si degna di rispondere, tuttavia l'ennesima cattiva figura rimediata da Mussolini  niente rispetto alla decisione da lui sottoscritta prima di salire sull'aereo per la Libia.  stata definitivamente varata l'Armir (Armata italiana in Russia), che tra luglio e agosto raggiunger la steppa. Si tratta di 167 mila uomini in aggiunta agli oltre 50 mila gi presenti in Unione Sovietica dall'estate precedente con il Csir. Assieme alle 7 divisioni partiranno anche 580 pezzi di artiglieria - molti sono antiquati, comunque rappresentano il meglio delle nostre bocche da fuoco -, 356 controcarro, 53 contraereo, 1800 mitragliatrici, 2850 fucili mitragliatori, 423 mortai da 81, 864 da 45 pi 16.700 autocarri e 5 mila moto. Nel mattatoio pi sanguinoso del conflitto rappresenteranno un'entit trascurabile. A El Alamein avrebbero fatto la differenza. Diversamente dallo stupido e falso slogan assai amato dai nostalgici (Manc la fortuna, non il valore), nel deserto egiziano non manc la fortuna, mancarono gli strumenti necessari a combattere la guerra in corso. Purtroppo per chi c'era, Mussolini persever nello stesso errore: preferire un altro settore a quello africano. Era la terza volta che gli accadeva: persino un cretino avrebbe capito.

3. Non si passa.

El Alamein  un piccolo presepe di casette bianche. Fino alla guerra la sua importanza si  legata alla miserabile stazioncina ferroviaria, dominata dalle mosche e dalla sporcizia, che la collega ad Alessandria attraverso 118 chilometri di binari a scartamento ridotto. Il suo nome significa Due Bandiere. Volendo, l'anticipazione della realt. Le bandiere saranno molte di pi, ma la Storia semplificher: Montgomery contro Rommel, il resto quasi una nota a margine.
Gi lo stato maggiore di Wavell, quando il pendolo in Africa settentrionale oscillava di continuo, aveva giudicato la zona idonea all'estrema resistenza prima del Nilo. Presenta infatti una caratteristica unica: non ha fianchi scoperti. A nord c' il mare, a sud l'invalicabile depressione di el Qattara, la cui semplice evocazione provoca un brivido lungo la schiena. In tutto sono poco meno di 60 chilometri: la spiaggia di un bianco accecante cede subito al suolo piatto e roccioso, intervallato da ripide alture di roccia nuda (Ruweisat, Miteiriya, la collinetta di Tell el Eisa) e inattese depressioni (in arabo si dice deir e di localit con questo nome se ne trovano a bizzeffe) fino all'improvviso cono del monte Himeimat. Da noi sarebbe meno di una collinetta, ma l a picco sulla depressione di el Qattara, con il deserto che si abbassa di 133 metri sotto il livello del mare, i suoi 250 metri di altitudine rimediano un figurone.
Auchinleck ha studiato bene la linea. Sa che Rommel non potr aggirare i fianchi e s'adopera d'infittire le scarse postazioni difensive onde annullare la distanza fra l'una e l'altra. Per ovviare alle perdite patite a Marsa Matruh vengono mobilitati scrivani, cuochi, infermieri, personale amministrativo. Dal Cairo e da Alessandria partono camion zeppi di uomini in divisa, che da anni non toccano un'arma, ma la cui presenza  ritenuta fondamentale. Vengono allestiti quattro grossi capisaldi con estesi campi minati, robusti reticolati, casematte e bunker: li chiamano box (scatole). Ogni brigata ha costituito piccole unit mobili di pronto intervento, il cui fulcro sono i Grant e i cannoni controcarro da 57 millimetri. Auchinleck, comunque, non pensa a una difesa estrema: vuole s bloccare Rommel, ma pi ancora vuole salvaguardare l'8a armata, scongiurare la sua distruzione. Sa che ci saranno altre battaglie, che si potr resistere sul Delta o addirittura spostarsi in Siria: l'importante  continuare ad avere un esercito. Per lui l'imperativo diventa resistere alla prima ondata. Il tempo gioca a suo favore: dalla Siria  in arrivo la 9a divisione australiana, dalla Gran Bretagna hanno inviato diversi battaglioni di rincalzi, dai porti statunitensi sono salpate le navi con i 300 Sherman, i 100 semoventi, diverse officine mobili, tantissimi pezzi di ricambio. Un po' quello che accadde con Wellington a Waterloo: gli bastava resistere fino al pomeriggio. A quel punto o sarebbe sopraggiunta la notte o sarebbe sopraggiunto Blcher. Spunt Blcher, in realt il corpo di von Blow, e fu la catastrofe di Napoleone.

Rommel  a conoscenza delle condizioni stremate dei propri reparti, specialmente delle esigue schiere italiane, per le quali non sempre si trova il camion su cui caricarle. Tuttavia valuta che l'avversario non sia messo meglio. Anch'egli vuole sfruttare il fattore tempo, ma in senso opposto rispetto a Auchinleck: spazzare l'8a armata prima che riceva il famoso corpo corazzato richiesto da Bonner Fellers ai superiori di Washington. Ritiene di poter sbrigare la pratica in un mese: assestarsi, cio, entro fine luglio sulle sponde del canale di Suez. Per riuscirci confida nelle promesse di Cavallero che i trasporti per l'Africa non incontreranno pi ostacoli nel Mediterraneo bonificato dalla presenza inglese. Forse Rommel  troppo preso dall'acchiappare le divisioni nemiche per accorgersi che la protezione dell'aeronautica si  assottigliata. Certi della vittoria nel deserto, caccia e bombardieri sono stati dirottati verso il porto di Alessandria. Ma l  rimasta la sola Queen Elisabeth tutt'ora in panne: Cunningham ha spostato la Mediterranean Fleet al sicuro, a Suez. Di conseguenza gli aerei dell'Asse tornano spesso indietro con le stive piene e le mani vuote. Soprattutto, per, sono assenti allorch ci sarebbe da contrastare le squadriglie della Raf, che volteggiano sul capo degli assottigliati battaglioni dell'Asse con l'ordine di fare terra bruciata. Sono passati i giorni nei quali i piloti degli Hurricane si abbassavano sul trattore di Gennari per identificare le divise e l'appartenenza. E spesso, vedendo il grigioverde, salutavano con la mano anzich mitragliare.
Nei sussurri della truppa compaiono nomi che diventeranno familiari: pista dell'Ariete, pista Rossa, pista dell'Acqua. Sulle piantine sono linee che da nord puntano verso sud e s'interrompono dove appare la scritta DEPRESSIONE DI EL QATTARA. Sul litorale i soldati da una settimana spiano il mare con occhio malinconico.  da Marsa Matruh che aspettano l'occasione di un tuffo, sembra per che ogni minuto sia imperdibile, a ogni ora spunta un obiettivo nuovo. Manca perfino la possibilit di rifiatare: occorre subito avventurarsi nella notte del 1 luglio. Acquartierato nella piccola casa di preghiera di Sidi Abd el Rahman, Rommel ha suddiviso le forze in due bracci. A nord il XXI corpo d'armata e la 90a divisione, a sud il XX, il X e l'Afrika Korps. Come spesso capita nella nostra guerra da poveri, l'apparenza  roboante, la sostanza molto meno. Il XXI si riassume nel gruppo d'inseguimento Navarini, uno dei pochissimi generali rispettati da Rommel, lo definisce un amico fidato: 3 mila uomini e 100 cannoni; il XX ha 3100 uomini, 200 cannoni, 70 M13 e M14, 12 carri L, che sul terreno servono per fare un minimo di scena; al X sono rimasti 2 mila uomini e 90 cannoni. Non va meglio alla 15a e 21a corazzata, che compongono l'Afrika Korps, e alla 90a leggera: 2 mila uomini, 77 cannoni, 65 controcarro - ma soltanto 29 da 88, gli unici in grado di segnare la differenza - 15 autoblindo e 55 panzer, sui quali poggia il peso dell'offensiva.
Nonostante le perdite notevoli accusate per sganciarsi da Marsa Matruh, dall'altro lato la situazione  nettamente migliore: oltre 30 mila soldati, 400 cannoni di calibro e gittata mediamente superiori; 150 carri armati, irrobustiti da due compagnie dei temuti Grant con l'obice da 75; un centinaio di Bren Carrier. Per di pi i reparti hanno il supporto dei capisaldi e la possibilit di essere aiutati dai gruppi mobili. Viene elaborata una difesa elastica: amalgamata alla natura del terreno dovrebbe imbrigliare, nei disegni dei suoi ideatori, la straordinaria capacit manovriera di Rommel. A preoccupare, tuttavia,  l'alone del maresciallo: il carisma che esercita sui propri soldati, il timore che incute ai nemici, la fama di aver sempre sconfitto i comandanti avversari. Auchinleck dirama il seguente dispaccio agli ufficiali superiori: Esiste realmente il pericolo che il nostro amico Rommel diventi una specie di stregone o di spauracchio per le nostre truppe, che cominciano a parlare troppo di lui. Pur essendo indubbiamente molto energico e abile, egli non  assolutamente un superuomo. Desidero che usiate tutti i mezzi possibili per dissipare l'idea che Rommel rappresenti qualche cosa di pi che un comune generale tedesco.
Pare quasi che il diretto interessato si adoperi per dare ragione al collega. Dimostra di poter sbagliare. Avesse sottomano una divisione fresca, avesse ricevuto una minima parte del tanto che Mussolini e Cavallero gli promettono da mesi, la Storia probabilmente gli darebbe ragione. Viceversa non ce l'ha e la sua grande corsa verso il golfo Persico, verso i campi petroliferi procede soltanto per forza d'inerzia. Nell'ansia di affrettarsi Rommel attacca al buio. Ignora gli approntamenti difensivi; possiede mappe approssimative; nessuno l'ha avvisato che fuori dalle piste i carri incontreranno parecchie difficolt a causa di dossi e avvallamenti; non calcola il logorio di uomini e mezzi al culmine di una corsa lunga 320 chilometri. Sia a nord, sia a sud avvengono ritardi, appuntamenti mancati, incomprensioni. I granatieri del generale Kleemann procedono a rilento sulla pista dell'Acqua e vengono investiti dall'artiglieria del campo trincerato di El Alamein, presidiato dalla 1a divisione sudafricana. Per la 90a divisione l'obiettivo di superare di slancio il baluardo predisposto da Auchinleck attorno alla stazione ferroviaria appare da subito irraggiungibile.
La Trento arriva in linea a mezzogiorno scoprendo di avere sul fianco destro una brigata corazzata inglese; i bersaglieri del 12, invece, avanzano spediti fino al Qattara boring works. In origine era l'inizio del colossale canale d'irrigazione che doveva riempire d'acqua l'omonima depressione, 58 chilometri pi a sud, con il sogno di trasformarla in pianura lussureggiante di alberi e coltivazioni. Erano bastati meno di duecento metri a raffreddare l'entusiasmo. Sopravvivono i lavori di scavo vicino al mare: qui si attestano i bersaglieri. Un'indicazione stradale segnala che Alessandria dista 111 chilometri. I soldati del colonnello Scirocco non sanno di aver toccato il punto pi vicino alla citt dove mai entreranno.
I frastorni maggiori sono procurati a Rommel dal braccio sud. La divisione di von Bismarck incappa nel baluardo di Deir el Shein. Una brutta sorpresa per i Mark II e III, alla quale si aggiunge la strenua e imprevista opposizione della 18a brigata indiana. Deve accorrere anche la 15a di von Vaerst per occupare il caposaldo. Pi dei Grant, dei Valentine, dei Crusader distrutti, pi dei numerosi prigionieri, pi degli indiani scappati, pesano i 18 panzer perduti in un solo giorno. Ne rimangono 37 e tutti gli obiettivi sono ancora da centrare. L'Afrika Korps ha proceduto di 15 chilometri, anzich dei 40 previsti; la 90a ha mancato l'accerchiamento di El Alamein. E dire che tra i britannici l'umore non risulta dei migliori. Il comandante del XIII corpo d'armata, William Gott, sta in apprensione per un messaggio inviatogli da Corbett. Equivocando sull'ordine del giorno di Auchinleck, immagina che si sia vicinissimi ad abbandonare l'intero Egitto. L'ha anche comunicato al generale Pienaar, comandante della 1a divisione sudafricana attestata a El Alamein, gi critico sulla decisione di fortificarsi a ovest del Nilo e non sul Delta. Le sue idee sono condivise dal francese de Larminat alla guida delle truppe golliste. Gott paventa che alla prima spallata tedesca i suoi generali ne approfittino per seguire i propri orientamenti e filarsela.
Rommel sconosce questi stati d'animo, eppure anch'egli  persuaso che le forze nemiche cederanno. Al contrario l'inizio dei combattimenti ha marcato un'inversione di tendenza, che non sar pi recuperata. Forse non si esagera nel ritenere che il sogno di raggiungere il Nilo svanisca questo 1 luglio grazie alla tenace opposizione di sudafricani e indiani. Auchinleck ha avuto le ore necessarie per consolidare le posizioni sul ciglione del Ruweisat, 60 metri sopra il mare. Un'altra di quelle localit, di quei nomi che diventeranno familiari nei bollettini. Verr contesa con accanimento crescente, ma la Panzerarmee dapprima non sar capace di espugnarla, in seguito di proteggerla. Sulle sue creste si dispone la 1a divisione corazzata del generale Lumsden. Gazala ha rappresentato per lui la prima battaglia sul terreno: ha imparato in fretta. La sua dote di 119 tank (38 Grant, 61 Stuart, 12 Valentine, 8 Crusader) costituisce il triplo dei panzer ancora efficienti.
Rommel viene fuorviato dall'informazione dell'aeronautica: la flotta di Cunningham ha evacuato Alessandria. Ne fa discendere che pure le truppe di terra siano sul punto di mollare. Ridisegna quindi il dispositivo di attacco con lo spostamento delle due divisioni corazzate verso il mare. L'obiettivo principale diventa El Alamein. Ma la 15a e la 21a incappano nei carri armati posizionati sul Ruweisat e non progrediscono. All'alba del 3 l'Ariete viene inviata di rinforzo con l'obbligo di scendere verso sud per aggirare i concentramenti di tank nemici. Contro di essa muove la 2a divisione neozelandese sostenuta da un voluminoso fuoco d'artiglieria. L'Ariete sarebbe la nostra divisione di punta, per  a corto di granate, di automezzi, di obici efficaci. Dalle parti di Deep Well bersaglieri e carristi vengono insaccati. La Trieste, attardata dalla solita confusione dei comandi, non arriva a sostenerli. I bersaglieri dell'8 si battono bravamente. Il colonnello Gherardini tenta invano di sfuggire all'accerchiamento. Quando il XII battaglione cede di brutto, la sorte dell'Ariete  segnata. Contro compagnie avanzanti con la baionetta inastata in pochi riescono a indietreggiare fino allo schieramento della Pavia e meno male che la Brescia ce l'ha fatta a mettere in linea i pezzi e a dare un po' di protezione. Il conto finale  pesante: persi oltre 500 soldati, 28 cannoni, fra i quali 11 pezzi da 88, 22 carri, l'intera dotazione di veicoli. A sera Rommel ascolta costernato il resoconto della giornata: all'Ariete rimangono 200 uomini, 8 carri, una ventina di cannoni.
L'offensiva  bloccata. Nelle memorie Rommel riconoscer onestamente che Auchinleck ha mosso con sagacia le proprie unit. Nello scambio di parate e risposte la vittoria ai punti va all'aitante rivale con il vezzo di esibire una capigliatura corvina. Lui ha inoltre il vantaggio di avere i magazzini, le officine, i depositi a un centinaio di chilometri. Riesce a rifornirsi in poche ore. Questo ha gi significato aver motorizzato tutti i reparti e l'annientamento dell'Ariete ne  stata la prima conseguenza. La superiorit si estende a caccia e bombardieri capaci di compiere pi missioni nel volgere di poche ore, mentre Macchi, Savoia Marchetti, Stuka, Me 109, Heinkel devono fare avanti e indietro da piste molto lontane. Quando sulle teste dei combattenti volano i biplani CR 42 della Fiat un ufficiale inglese annota che non sa se ridere di scherno o piangere di commozione. Bench risultino quasi invisibili ai radar e montino mitragliatrici Breda da 12,7, appaiono apparecchi fuori dal tempo e fuori da ogni logica militare: rievocano le imprese di Baracca, di D'Annunzio, profumano di un'epoca ormai travolta. Il principale difetto  la velocit: non vanno oltre i 300 orari, delle lumache a confronto degli avversari, che hanno il doppio della velocit e anche dell'armamento. Spesso i caccia britannici preferiscono ignorarli per non sprecare nastri di mitragliatrice.
L'intervento delle squadriglie di Coningham costringe la 21a divisione, gi sottoposta a furiosi assalti, a ritirarsi. Tramonta la speranza di tagliare la rotabile e la ferrovia alle spalle di El Alamein. Servono rinforzi, ma uomini, mezzi, carburanti partono da Bengasi (1000 chilometri) o da Tripoli (2 mila chilometri) e poi sono sempre in misura insufficiente. Anche l'invito a Supermarina di spostare la corazzata Caio Duilio, due divisioni d'incrociatori e scorte di cacciatorpediniere a Creta per martellare le postazioni britanniche dal mare cade nel vuoto. Al loro posto viene inviata una cisterna piena di acqua potabile dimenticando che nella traversata precedente ha trasportato benzina. L'acqua naturalmente risulta imbevibile.
Dalla sera del 3 luglio lo schieramento di Rommel assume una fisionomia difensiva. Nei suoi progetti servono una decina di giorni per riorganizzare le unit, dare un po' di riposo ai reparti motocorazzati, portare in linea i battaglioni e il materiale necessario, mine e reticolati in primo luogo, a consolidare il fronte. Rommel confida ancora che da Napoli e da Messina giungano i rinforzi promessi. Gli servirebbero altri 10 mila uomini, viceversa si deve accontentare della divisione Bologna, che procede a piedi da Ain el Gazala, 700 chilometri, e s'ignora il giorno in cui arriver. Il nuovo posizionamento delle forze italo-tedesche viene sfruttato da Norrie per spingere la 4a brigata leggera negli spazi lasciati liberi dall'indietreggiare della 21a panzer. Attorno alla depressione di Deir el Qatani la situazione diventa delicata: i tedeschi non hanno pi granate anticarro e d'artiglieria. Li trae d'impiccio un risoluto contrattacco della Brescia. A Rommel rimangono 36 Mark III e IV: un assalto immediato lo metterebbe nell'angolo, ma il servizio segreto britannico continua a sopravvalutare le forze dell'avversario e Auchinleck teme di essere attirato nel trappolone, nonostante abbia un numero maggiore di carri. Dunque, sposta con circospezione le proprie brigate. Anche la decisione di sostituire Norrie con Ramsden nel comando del XXX corpo d'armata contribuisce a rallentare la disposizione offensiva invocata da Churchill nei suoi quotidiani martellamenti. Norrie era considerato il comandante pi esperto nella conduzione delle forze corazzate, Auchinleck per lo giudica troppo legato agli insegnamenti della prima guerra mondiale, mentre egli cerca inventiva e capacit di adattamento alle sorprese del deserto: confida che la voglia di rivincita di Ramsden, dopo le delusioni rimediate in Francia, produca gli esiti desiderati.
L'armata italo-tedesca (Ait), questo il nome assunto dalla Panzerarmee, allunga la linea fino alla depressione di el Qattara. Rommel spera di poter sferrare un colpo sotto il ciglione del Ruweisat, a Qaret el Abd, e aprirsi cos la strada dall'interno verso il Cairo. Ma di fronte hanno i veterani della 7a divisione corazzata, i topi del deserto guidati adesso da Denton, che tanti grattacapi hanno procurato nei due anni di guerra. Accanto alla 21a panzer viene schierata la Littorio con i rimasugli dei ridicoli L6, a bordo dei quali vanno a morire fior di carristi. Come accade in tante delle nostre battaglie belle e sfortunate si tenta con il sacrificio personale di supplire alle carenze strutturali. Il capitano Ferruccio Dardi guida il II squadrone del III Geco Novara. La brutta sigla significa Gruppo Esplorante Corazzato, ma di corazzato gli L6 hanno soltanto il nome e infatti da settimane pagano un conto salatissimo. Eppure il capitano Dardi non esita nel comandare una carica disperata dei suoi trabiccoli per salvare il fianco dei sopravvissuti dell'Ariete. Gli 88 britannici li riducono a brandelli. Pioveranno riconoscimenti, Dardi ricever la medaglia d'oro alla memoria, ma che sciupio di bravi soldati.

Il fortino di Qaret el Abd, abbandonato dai neozelandesi,  occupato dai granatieri della 90a. Recuperano ingenti quantitativi di munizioni e di materiali d'ogni genere. Rommel s'illude di aver finalmente sfondato, viceversa l'arretramento del XIII corpo d'armata di Gott  stato studiato a tavolino nella speranza di riservare anche alla volpe del deserto l'identica fine di tutte le volpi nelle cacce in brughiera. La 21a di von Bismarck e la Littorio si dirigono su Bab el Qattara. Lasciando un velo di truppe a sud, Auchinleck sferra un potente attacco a nord contro i battaglioni italiani del XXI corpo schierati vicino al mare. Li aggrediscono il 10 luglio gli australiani della 9a divisione, l'atteso rinforzo giunto fresco e addestrato dalla Palestina. La comanda Sir Leslie Morshead, caratteraccio, ma grandi doti di trascinatore. Di fronte stanno due battaglioni della Sabratha distrutta nell'inverno '41 e ricostituita con elementi raccogliticci. L'attacco li coglie nel momento di dare il cambio al 7 bersaglieri. Cedono di schianto, molti scappano, molti alzano le braccia prima di essere falciati dalle mitragliatrici.
Sono coinvolti nella disfatta anche tre gruppi di artiglieria e l'XI battaglione bersaglieri. Gli australiani sfondano da Tell el Mack Khad a Tell el Eisa. L'azione  cos repentina che alcune batterie non hanno manco la possibilit di puntare i pezzi. Il tenente colonnello Luigi Fiorentini, responsabile del 52 gruppo, si precipita in mezzo ai cannoni per respingere assieme agli artiglieri i continui tentativi di aggiramento. Guida un contrassalto con la pistola in mano, ma viene trapassato da una raffica all'inguine. Morir dopo quattro giorni di sofferenze in un ospedaletto inglese.  persa Quota 33, il caposaldo principale del settore, che nelle prossime battaglie diventer sinonimo di eroismo, di dolore, di tante giovani vite gettate al vento. Rommel in persona, alla testa del suo Kampstaffel e di un gruppo tattico della 15a divisione corazzata, guida la manovra di contenimento. Gli australiani vengono bloccati, tuttavia il maresciallo vuole liberarsene per avviare lo sfondamento pi a sud. Nel pomeriggio il compito di ributtarli indietro  affidato a un altro battaglione di bersaglieri, il X, a una batteria di cannoni, al gruppo tattico della 15a, al gruppo di combattimento Kiehl e all'XI battaglione carristi della Trieste. Il giorno prima hanno ricevuto 20 dei 38 M14/41 giunti dalle retrovie. Partono all'assalto guidati dal tenente colonnello Gabriele Verri. Assomiglia a una disperata sortita di cavalleria, d'altronde le scatole di sardine hanno un peso di poco superiore agli squadroni equini. Il battaglione ha gi pagato un prezzo elevato negli ultimi fatti d'arme (il capitano Calzecchi Onesti e il tenente Pentimalli hanno ricevuto la medaglia d'oro), ma il suo impeto  intatto. Con infinito coraggio affrontano i 3 chilometri allo scoperto per arrivare alle pendici della quota. Avviene una carneficina: sedici carri bruciano prima di raggiungere la cresta. Uno solo, targato RE 3700, la supera, per cade nelle grinfie dei controcarro australiani. A dare una mano sostanziosa provvedono le artiglierie del campo trincerato di El Alamein: pure bersaglieri e pionieri lamentano gravi perdite.

Prima battaglia (1-27 luglio 1942): movimenti e schieramento 
italo-tedesco la sera del 9 luglio

La sconfitta brucia. Rommel  costretto a sospendere l'attacco sul versante meridionale. A bordo del carro armato trascorre l'intera giornata fra le truppe di prima linea. La sua presenza rincuora granatieri e carristi, ma contro la precisione dei cannoni britannici non esistono ripari. Eppure Rommel  ancora convinto di poter sfondare: avrebbe, tuttavia, bisogno dell'intero corpo aereo di Kesselring. Gli invia un messaggio. Non riceve risposta. Lo scacco pi funesto, comunque,  un altro. La compagnia intercettazioni del capitano Alfred Seebhom, l'insostituibile orecchio di Rommel,  attestata ai piedi di un'altura denominata Collina di Ges. Nei furiosi avanti e indietro di quegli aspri combattimenti finisce nella sfera d'azione dei commando di Morshead. Viene in pratica distrutta; il capitano Seebhom, catturato,  trasportato ferito al Cairo. Lui tace, muore durante gl'interrogatori; al suo posto parlano le traduzioni dei messaggi inviati da Bonner Fellers e rinvenuti dentro le carcasse delle stazioni radio. All'Intelligence Service sono sufficienti pochi minuti per realizzare di che cosa si tratta, ricostruire quanto accaduto nei mesi precedenti. Il colonnello Bonner Fellers viene rimpatriato all'istante, ma la sua carriera non ne risente, d'altronde le responsabilit maggiori del pastrocchio sono di Fiske.  promosso brigadiere generale e assegnato allo staff di MacArthur in Estremo Oriente come responsabile delle operazioni psicologiche. Concluso il conflitto nell'agosto '45, sar sua la decisione di non cancellare la monarchia giapponese e di trasformarla in uno strumento di democrazia.
Il Black Code  cancellato dalle trasmissioni statunitensi. Rommel perde l'alleato pi efficace. Stranamente da quel giorno le sue decisioni smarriscono il tocco vincente. De Risio e Fabiani calcolano che le informazioni ricavate dalle relazioni del colonnello americano siano costate all'8a armata 60 mila uomini e 2 mila tank.

Viene annullata la penetrazione verso Tell el Eisa. Ne fanno le spese il II/66 della Trieste, giunto nella zona da poche ore, nonch i resti dell'XI bersaglieri e dell'artiglieria della Sabratha. Le due divisioni sono ridotte ai minimi termini. Rommel  costretto a rivedere i programmi: allunga la 21a panzer verso la costa, tiene la 15a a protezione del ciglione del Ruweisat occupato dalla Brescia e dalla Pavia, schiera la Littorio da Bab el Qattara a Deir Umm Khwabir, posiziona la 90a dalle parti di el Mireir con il compito di soccorrere eventualmente la Littorio. I nomi sono esotici, ma la realt  sempre composta da sassi, dune, saliscendi arroventati di giorno e gelidi di notte. Si lavora di lena per collocare mine e reticolati. Rommel continua a essere fiducioso nei rinforzi promessi da Cavallero. Ha per il rovello di eliminare il cuneo della 9a divisione nel saliente di Tell el Eisa. Ci prova il 13 luglio con i carri armati e i granatieri di von Bismarck. L'obiettivo  fin troppo ambizioso: impadronirsi dell'altopiano di El Qasaba el Gharbiya e aggirare il caposaldo di El Alamein. Insomma la vecchia tecnica della sacca, sventata, tuttavia, dalla precisione degli artiglieri del generale Ramsay. I cannoni si riconfermano il punto di forza dell'8a armata.  stato pure superato l'ostacolo del munizionamento: i pezzi hanno riserve per sparare a pi non posso. Il giorno prima Churchill ha chiarito a Auchinleck che dare via libera a Rommel significherebbe compromettere gl'impianti petroliferi del golfo Persico, gi sotto schiaffo per l'avanzata delle armate tedesche verso il Caucaso.
Nell'infuriare della battaglia Rommel riceve il 14 due emissari del Gran Senusso della Cirenaica, l'emiro Idris. Propongono al maresciallo d'istituire il protettorato della Cirenaica con esclusione degli italiani. In questo caso i libici sarebbero pronti a cominciare una guerriglia nelle retrovie inglesi. Per chiedono anche mezzo milione di sterline. Rommel li giudica agenti provocatori e li fa rinchiudere nel campo di concentramento. Nel pomeriggio riprova a rompere le linee avversarie con la 21a a sud e con un gruppo d'assalto misto a settentrione. Ne fanno parte anche i sopravvissuti della Trieste e della Sabratha. Per quanto scossi e non protetti dall'artiglieria, i fanti in grigioverde si comportano bene. Gli australiani sono costretti a ripiegare fino a Quota 25: tuttavia occupano la ferrovia al chilometro 130 e questo significa aver allargato il perimetro difensivo di El Alamein. Anche nel settore meridionale le truppe dell'Ait guadagnano una manciata di chilometri: il tenente colonnello Rocchetti conduce un gruppo tattico della Littorio a Deep Well. Ma nel cuore della notte un contrattacco improvviso della 2a divisione neozelandese sconquassa l'esile linea della Brescia e della Pavia sulle creste del Ruweisat. Pure Gott, al pari di Rommel, ritiene salubre disfarsi del cuneo nemico e di rinforzo agli uomini di Freyberg ha inviato blindati e cannoni.
Il generale Lombardi, comandante della Brescia, ha a disposizione due soli battaglioni, ai quali se n' appena aggiunto uno di complementi: molte reclute hanno confessato al tenente colonnello Enrico Annarumma, il capo di stato maggiore, di non aver mai sparato; i loro ufficiali sono civili richiamati in divisa con scarsissimo addestramento e nessuna esperienza. Insomma la divisione si oppone con quanto ha in mano e nel cuore, tuttavia la progressione della 2a divisione  inarrestabile. Lo stesso Lombardi  catturato assieme ai collaboratori. Lo caricano sul suo fuoristrada, la consueta preda bellica, il cui cofano  stato pitturato con il verde, il bianco, il rosso. Si dirigono verso le posizioni britanniche. Proprio il tricolore, per, induce i soldati di Sua Maest ad aprire il fuoco. Muoiono tre inglesi e il maggiore Cappabianca. Lombardi ha la prontezza di sfruttare il caos. Nel polverone di sabbia creato dalle esplosioni convince l'autista a seguire le sue indicazioni. Cos lo fa tornare indietro fino a incontrare una schiera di prigionieri del Commonwealth scortati dai tedeschi. A suon di pugni Lombardi e gli altri ufficiali riconquistano la libert. Ma la giornata rimane amara sia per la Brescia, ridotta a poche centinaia di effettivi, sia per Lombardi: una bomba d'aereo gli asporta un occhio, una mano, la mascella destra.
Purtroppo non  finita. L'onda britannica sormonta il caposaldo arretrato di Deir el Shein (una depressione poco profonda a forma di piatto): ci stanno i bersaglieri del 9. Il tenente colonnello Biancoli guida una resistenza tanto strenua quanto inutile. Il battaglione viene sbriciolato, i tenenti Pizzicato e Vicentini conducono i superstiti verso le retrovie. Due batterie del 1 celere sono sorprese nel sonno e massacrate con pugnali e mannaie. L'intricata situazione  sbrogliata da un'azione combinata delle artiglierie del X corpo d'armata e delle squadriglie di Macchi del 2, 3 e 4 stormo in appoggio ai panzer della 15a e della 21a immediatamente richiamati da Rommel. Il generale Howard Kippenberger, comandante della 5a brigata neozelandese, rimprovera allo stato maggiore di Auchinleck di non aver mantenuto la promessa di far intervenire la 22a brigata corazzata di Roberts, forte di 75 carri armati (31 Grant). A sera il conteggio dei prigionieri  di 2000 della Pavia e della Brescia e di 1200 neozelandesi, fra i quali l'intero comando della 4a brigata, compreso il generale Burrows, sorpreso dall'irruzione dell'unit corazzata tedesca scagliata da Rommel in soccorso della Pavia e della Brescia.
Sempre impaurito dalle qualit di Rommel e nell'incubo di essere attirato in una manovra avvolgente, Auchinleck si ostina a non sfruttare il successo delle punte avanzate. Ci consente al feldmaresciallo di metterci ogni volta una pezza. Tuttavia la perdita di Tell el Eisa e dell'altura del Ruweisat pesa assai e ancor pi peser nei prossimi mesi. Per noi i 58 chilometri di fronte gi equivalgono a lacrime, sacrificio, senso d'impotenza, inferiorit di uomini e mezzi, vitto insufficiente, acqua amara e di colore verdastro. Sono cominciati i giorni di paura, le notti insonni, il continuo vagabondaggio tra quote e localit all'apparenza insignificanti, ma dove l'insidia si nasconde dietro ogni dosso. Rappresentiamo il punto debole dello schieramento. Auchinleck l'ha capito e ci picchia sopra. Non  vero che gl'italiani scappino o si arrendano con eccessiva sollecitudine. Il sergente maggiore Mario Venieri (1a compagnia, 28 Pavia), racconta di aver fatto tornare indietro a suon d'insulti un gruppetto di artiglieri, che nei pressi di el Qattara avevano legato fazzoletti bianchi alle canne dei moschetti non avendo pi munizioni. Ci battiamo con puntiglio, ma abbiamo fuciletti ridicoli, cannoni della prima guerra mondiale, granate controcarro che scivolano a guisa di saponette sulle corazze avversarie, misere scatole di sardine. Si tramutano nella tomba dei tanti carristi testardi nell'opporsi ai Grant e ai Crusader, pur sapendo di condannarsi a morte sicura.

Rommel ha perduto il guizzo magico. L'attacco in forze del 16 per recuperare l'altura del Ruweisat, e soprattutto l'abbondante materiale abbandonato e le migliaia d'italiani imprigionati,  anticipato dall'ennesima puntata australiana in direzione di Tell el Eisa. Ne fanno le spese altri due battaglioni della Sabratha repentinamente schierati, malgrado provengano da un lungo viaggio e non abbiano alcuna conoscenza del terreno, delle tattiche nemiche, delle intese con i camerati. Vengono perdute le Quote 23 e 25. I pionieri del 382 provvedono alla riconquista, ma la distruzione dei due battaglioni italiani crea quasi un incidente diplomatico fra Hitler e Mussolini. L'Oberkommando lamenta lo scarso ardore delle nostre divisioni, mentre Cavallero imputa a Rommel di aver mandato la Sabratha al massacro impiegando a spizzichi e bocconi i suoi reparti, senza concedere alcuna possibilit di organizzarsi e ambientarsi. Ciano sostiene che il duce mai perdoner il telegramma denigratorio inviato da Rommel. Tuttavia, pi dell'indignazione del caporale divenuto comandante in capo, servirebbero le divisioni e le artiglierie, che negli stessi giorni salgono sulle tradotte dirette in Unione Sovietica.
E poi, come dare torto a Rommel quando osserva: Noi dovevamo riconoscere che le divisioni italiane non erano pi in grado di tenere le loro posizioni. Si era gi preteso troppo da loro? Giudizio per altro condiviso dal generale Scotti della Trento: Una divisione come la nostra non  idonea n per il movimento (inadeguatezza dei mezzi di trasporto in dotazione); n per l'attacco (carenza del volume di fuoco della fanteria); n per la difesa attiva (mancanza di qualsiasi riserva mobile). Non  neanche adatta all'arresto di unit corazzate per l'insufficiente potenza dell'armamento controcarro.
Il 17 l'Afrika Korps accorre sulla cresta di Miteiriya in soccorso della Trieste e della Pavia. Subisce perdite pesanti. Rommel considera un miracolo che riesca a tenere le posizioni con quel velo di truppe che gli sono rimaste e non avendo pi riserve.  dura anche per le unit pi preparate. Il XXXII battaglione guastatori funge da congiunzione fra quanto rimane della Trieste e la Trento. Al solito l'etichetta nasconde una realt ben misera: sono in tutto 125 guastatori costretti a reggere l'urto di un battaglione australiano al completo (1200 uomini), di un battaglione carri, di un gruppo d'artiglieria. Arrivano in soccorso due compagnie granatieri controcarro, ma la differenza permane troppo alta per non essere spazzati via. Dei guastatori la scampano in 19. Tocca allora ai reggimenti della Trento fare muro in attesa che il comparire del gruppo combattimento Kiehl convinca gli aggressori a fare marcia indietro. Il III/61 della Trento, provvisto soltanto di alcuni mortai da 81,  accerchiato sulle alture di Miteiriya. Sono sottoposti a un incredibile uragano di fuoco. Al comando li danno per persi.  gi pronto l'ordine di arretrare il fronte settentrionale di una decina di chilometri quando il forsennato contrattacco dell'VIII bersaglieri della Trieste ristabilisce il collegamento. I tenenti Rispoli e Castelnuovo guidano l'assalto conclusivo. Il sergente maggiore Kruger Gavioli, ritrovatosi unico sopravvissuto del proprio autoblindo, lo conduce volutamente contro un carro armato nemico: esplode la riservetta delle granate, il fal si scorge per chilometri e chilometri. Nello stupore generale, viene comunicato che i fanti del III si sono opposti ai Crusader con il 91 e con le molotov.
Rommel cita con sinceri elogi il battaglione della Trento. L'alto comando italiano, viceversa, se ne dimentica. Anche la Trieste si  coperta di gloria: la divisione ha tenuto a costo di perdite ingenti. Il colonnello Gherardo Vaiarini, comandante del 65, e il tenente colonnello Umberto Zanetti, comandante del 66, spireranno per le ferite riportate. Di buca in buca gira l'ultimo scritto di Vaiarini: Non importa se muoio, vi raccomando il mio 65. Viva il 65.
Gi: negli spazi piatti e infiniti del deserto, dove la guerra di movimento ha trovato la propria sublimazione, all'improvviso spunta la necessit di ancorarsi al terreno peggio che nella prima guerra mondiale. Ma non esiste trincea capace di soddisfare l'esigenza difensiva, bisogna trasformare ogni soldato in un caposaldo, calato dentro la buca con il fucile e l'occorrente per resistervi. Nei giorni del dolore ognuna di esse si trasformer nella stazione di tante personali via crucis. Purtroppo la Storia ha deciso che la sofferenza nella sabbia non  bastevole per i ragazzi della generazione sfortunata: dovranno sopportare anche la sofferenza nella neve. Nel dicembre '42 toccher infatti agli alpini scavarsi la buca nella steppa gelata dell'Unione Sovietica e spesso restarci.
La buca sulla linea di El Alamein significa rassegnarsi alle mosche, ai pidocchi, agli scarafaggi, a tutti i cattivi odori del mondo cominciando dai propri. Il caporal maggiore d'artiglieria Sergio Pellizzaro mette in versi l'insolita esistenza e la singolare testimonianza viene riportata da Davide Beretta (Batterie semoventi alzo zero):

Una buca  il mio abituro
le pareti son di terra,
non c' calce, non c' muro,
c' il rumore della guerra.
Tutt'intorno  sabbia e cielo,
una tenda fa da tetto,
che ripara il ghibli e il gelo;
pur di sabbia  fatto il letto.
Per entrarvi passo chino
poi nell'antro, nell'oscuro,
per dormir fino al mattino,
brancolando, trovo il duro.
E mi sdraio tutto stanco
con la mente all'altra sponda,
m'addormento sopra un fianco,
mentre il vento increspa l'onda.
Nel silenzio della notte
solo il mare mugghia ancora,
mi ridesto tante volte
per attendere l'aurora.
Sogno il mondo tutto bello:
vedo i monti, le citt,
vedo un letto ed un Castello
tutto adorno di belt.
Vedo strade, corsi e piazze
brulicanti di allegria;
son fiorite le terrazze,
c' profumo in ogni via.
Nel silenzio della stanza,
stanco il capo chino a terra,
prega muta sulla panca
per suo figlio ch' alla guerra.
... mentre il mare mugghia ancora,
tutt'intorno alla mia buca,
sorge pallida l'aurora.

Quando finalmente i panzer avanzano verso Quota 64 sul Ruweisat sbattono contro la barriera di fuoco dell'artiglieria e dei controcarro da 57 millimetri giunti in gran numero da Alessandria. Per due volte i reparti di von Bismarck e di von Vaerst si fanno sotto e per due volte devono ritirarsi abbandonando 24 carri armati, 6 autoblindo, 6 cannoni da 88, 10 cannoni da campagna, 10 cannoni controcarro.  un Rommel, quindi, sfiduciato quello che si presenta all'incontro con Kesselring, Cavallero e Bastico a el Daba. Rivela di aver impiegato pure le ultime riserve. Le sue forze sono ormai cos assottigliate che giudica un prodigio poter mantenere la linea attuale. Elenca la consistenza dell'armata italiana: divisione Brescia, un battaglione e nessun cannone; divisione Pavia, 2 battaglioni e poca artiglieria; divisione Sabratha, nessun battaglione completo, nessun cannone; divisione Trento, l'unica in forze; divisione Ariete, 15 carri, un battaglione, un gruppo di artiglieria; divisione Littorio, 20 carri leggeri, un battaglione, un cannone; divisione Trieste, 3 battaglioni, un gruppo di artiglieria, pi l'unica batteria pesante sopravanzante dell'artiglieria di armata.
Le perdite subite dai tre corpi d'armata di Bastico e l'inadeguata dotazione di pezzi controcarro inducono Rommel a adottare uno schieramento a capisaldi alternati, uno tedesco, uno italiano. Alle spalle vengono collocati i gruppi misti mobili da utilizzare a seconda delle necessit. Gli italiani protestano: hanno percepito che dietro la mossa di Rommel si nasconde la sua sfiducia nel nostro ardore bellico. In un certo senso, ci ha messi sotto tutela. Opina che la vicinanza dei camerati obbligher i mangiaspaghetti a non sfigurare. Nelle fotografie di quei giorni l'unico a sorridere  Cavallero.
Purtroppo alla guerra di movimento, dove la stella di Rommel brilla,  subentrata una guerra di logoramento, dove conta la disponibilit di uomini e di mezzi, proprio ci che gli manca. A sud deve anche fronteggiare le improvvise puntate dei topi del deserto: per Auchinleck rappresentano soltanto un diversivo, ma la semplice apparizione di carri leggeri e di autoblindo tiene costantemente sul chi vive le esili linee italo-tedesche. Il feldmaresciallo spiega agli interlocutori che se il nemico attaccasse, le probabilit di uno sfondamento sarebbero altissime: l'armata  inferiore per soldati, cannoni, carri, aerei, veicoli. Per di pi un micidiale bombardamento aereo di Marsa Matruh ha comportato la perdita di 2.200 tonnellate di munizioni e di 190 mila litri di carburante. Con aria scura e occhi pieni di rancore Rommel afferma di non poter attendere i rinforzi promessi nemmeno una settimana; propone, perci, di arroccarsi sulla vecchia linea di confine Sollum-Halfaya. Kesselring lo interrompe: un ripiegamento  fuori discussione, metterebbe in crisi i campi di aviazione avanzati sconvolgendo l'organizzazione aerea. Anche Cavallero, in imbarazzo per Mussolini in attesa di entrare ad Alessandria sul cavallo bianco, giudica la proposta ingiustificata: i mercantili sono in navigazione nel Mediterraneo con gli uomini e i materiali necessari per rinsaldare lo schieramento da El Alamein a el Qattara. Non  vero. Delle 120 mila tonnellate di fabbisogno mensile (30 mila di carburante) da dividere fra i porti di Tripoli (20 mila), Bengasi (45 mila), Tobruk (30 mila), Bardia-Sollum (13 mila) e Marsa Matruh (12 mila), in luglio ne partono dall'Italia 71 mila tonnellate e ne giungono poco pi di 67 mila. Va meglio con il carburante, di cui vengono portate quasi 24 mila tonnellate.
Pur ignorando l'entit degli approvvigionamenti, la reazione di Rommel alle garanzie di Cavallero  immediata: a me servirebbero effettivi per sostituire le vostre quattro divisioni falcidiate nell'ultima settimana e per costituire riserve di uomini e depositi di materiale tali da alimentare una nuova offensiva. Ma n la Wehrmacht n il regio esercito, infognati in Unione Sovietica, hanno una simile disponibilit. Cavallero offre il contingente di paracadutisti in attesa di essere lanciato su Malta. Si tratta della brigata Ramcke e della divisione Folgore, numericamente paragonabili a due brigate britanniche: 5 mila soldati l'una, istruiti a puntino, per privi di qualsiasi supporto logistico e di artiglieria.
Rommel accetta a malincuore. Kesselring si piega alla necessit: dirottare in Africa la Folgore e la Ramcke rinvia e forse cancella la conquista di Malta, che lui continua a ritenere indispensabile. Ribadisce che rinunciare a Malta significa infliggere un colpo mortale all'intera campagna africana, a meno che una sollecita avanzata non consenta di occupare tutti i porti egiziani. Rommel s'impegna a predisporre la nuova offensiva. Eppure  il primo a sapere che ogni giorno in pi gioca a favore di Auchinleck. Mussolini, viceversa,  convinto che nel giro di due-tre settimane si potr riprendere la marcia verso il canale di Suez per cui ordina di non arretrare di un centimetro. Dopo questa lungimirante benedizione, il 20 rientra a Roma inviperito con i generali, che l'hanno esposto a una figuraccia, e con il clima del deserto, che gli ha provocato una fastidiosa dissenteria.

Auchinleck ha intuito che il rivale  allo stremo. Punta di nuovo sulle zone che ritiene presidiate dagli italiani. Ma la 24a brigata australiana e un battaglione di tank sono fermati il 22 luglio in vista dell'altura di Miteiriya dai capisaldi misti voluti da Rommel. I protagonisti sono i 6 granatieri del plotone anticarro del 104 reggimento corazzato. Appostati al margine di un uadi (letto asciutto di un torrente), nei pressi di Deir el Shein, con due pezzi da 76,2 millimetri di fabbricazione sovietica prendono per mezzora d'infilata il battaglione tank. Oltre 90 Valentine, Crusader e Matilda sono centrati dalla mira perfetta degli artiglieri.
Il XIII corpo d'armata di Gott non riesce a sfondare sul Ruweisat. La 5a divisione indiana e la 2a neozelandese vengono respinte, malgrado il massiccio sostegno di decine di squadriglie di Wellington e di Spitfire, di 274 carri armati appena giunti dall'Inghilterra, di 300 cannoni. Gott si conferma un comandante pi spaccone che accorto. Tutto in lui  eccessivo, dalla corporatura al vocione tonitruante; il carattere aggressivo, il piglio decisionale gli hanno consentito in tre anni di scalare, da colonnello, le gerarchie: non a caso i soldati l'hanno soprannominato Strafer (bombardiere). Sanguinosi combattimenti infuriano dall'alba al tramonto. I britannici ripiegano su tutto il fronte. A cavallo della pista dell'Acqua, nei pressi di Deir Umm el Khwabir, i Grant e i Mark IV si sono affrontati in una sorta di tenzone medievale. Tanti duelli individuali, una mischia micidiale in cui i pesanti mezzi hanno arso peggio delle torce. A fine giornata Quota 78  stata soprannominata Quota dei carri bruciati. In meno di ventiquattr'ore The Auk ha immolato migliaia di uomini e 137 tank, gran parte dei quali Valentine. L'esultanza dei generali dell'Asse viene gelata dal realismo di Rommel: la potenza d'urto dell'attacco britannico  stata superiore a qualsiasi previsione. La quantit di blindati a disposizione di Gott e di Ramsden fa temere al maresciallo che da Suez siano in arrivo convogli su convogli. E non sa che sono attese a fine mese altre 200 mila tonnellate di materiale bellico.
A Rommel  bastato perdere 2 mila granatieri e pionieri per trovarsi con i capisaldi sguarniti. Valuta, dunque, la possibilit di ritirarsi. Bastico gli fa notare che non pu smentire l'annuncio diramato da Mussolini il 19. Per aiutarlo a resistere - gli annuncia Bombastico - sono in arrivo ben due battaglioni, una cinquantina di scatole di sardine e 7 gruppi di artiglieria. Chiss la faccia che avr fatto Rommel.  cosciente di non aver alternative alla resistenza a oltranza, tuttavia rimarca che in caso di frattura del fronte sia il troncone nord, sia il troncone sud sarebbero sopraffatti con capitolazione dell'armata e conseguente perdita dell'Africa settentrionale. Torna a insistere sulla nota dolente dei rifornimenti. Domanda con insistenza che sia il controspionaggio di Canaris a contrastare in Italia la rete informativa messa a punto dall'Intelligence Service. Dopo un'iniziale opposizione, Cavallero acconsente che i tedeschi sguinzaglino i loro agenti nei porti.

Il giorno in cui Mussolini ha riportato il broncio in patria, a Derna sono sbarcate dai Savoia Marchetti 82 le avanguardie della Folgore. I par ancora si chiamano cacciatori d'Africa. La denominazione con cui passeranno alla storia verr ufficializzata il 28 luglio, allorch la divisione sar schierata al completo. Il nome deriva dal saluto nella lettera di commiato di un vecchio monsignore, costretto dall'et a rinunciare all'arruolamento: ex alto fulgur. Il motto  piaciuto, l'hanno subito adottato. E dal motto discende l'appellativo con cui la divisione verr conosciuta.
I cacciatori salgono sui Lancia 3 RO e sugli Chevrolet di preda bellica, pitturati con il giallo-marrone del deserto. Ciascuno deve prima consegnare il paracadute: svanisce l'estrema illusione di stare in Africa per essere lanciati oltre le linee avversarie. Nossignori: come toccher agli alpini in Urss anche quest'altra unit di specialisti, pagati non a caso il triplo degli altri soldati (912 lire al mese),  adibita a compiti per i quali non  preparata e soprattutto non  attrezzata. Per soprammercato non sono partiti il III battaglione, una compagnia guastatori, una batteria da 47/32 e altre unit che serviranno per formare la Nembo, nuova divisione di paracadutisti. Incomprensibili motivi di sicurezza obbligano a togliere il distintivo dalle uniformi. Molti dipingono un paracadute beige scuro sul braccio. Sono state lasciate a Tarquinia anche le bandiere.  l'occasione per alcuni comandanti di rinverdire le tradizioni nobiliari dei propri casati applicando stemmi e motti ai tricolori rimediati nei magazzini.
I pezzi cosiddetti pesanti sono i 47/32 e i mortai da 81: i par impareranno presto che fanno il solletico all'armamentario britannico. In compenso c' abbondanza di puttane. La scoperta avviene a el Daba. Sotto una grande tenda esercitano ragazze tripoline e meticce, costano 10 lire. Un ultimo assaggio d'Italia prima d'imboccare la pista dell'Ariete chiamata anche palificata per i pali del telegrafo. Gli autisti della colonna li indicano con un sorriso: ogni giorno si accorciano di qualche centimetro, sono i cuochi a usare la legna segata per accendere il fuoco.
I vecchi coloniali svelano il segreto di cuocere il rancio senza fiamma e quasi senza fumo. Si prende un fusto da 200 litri, lo si scoperchia da un lato, lo si riempie per gran parte di sabbia bagnata da nafta. Poi basta accendere: la sabbia serve pure da filtro. I tanti che stanno in Africa da due o tre anni spiegano l'importanza di seguire sul terreno i solchi lasciati dagli altri mezzi per esser certi che non ci siano mine. Spesso sono accatastate ai bordi: segnalano che la zona  stata ripulita e i micidiali aggeggi attendono di essere utilizzati contro gli antichi proprietari. Le lezioni pi importanti riguardano le stelle, come seguirle e orientarsi nel paesaggio lunare, che di notte non offre punti di riferimento, e riguardano soprattutto gli aerei nemici: i secondi a disposizione per appiattirsi al suolo prima che giunga l'ordigno o la sventagliata di mitragliatrice, l'abitudine dei Bristol Blenheim di bombardare con il buio.
Il 24 luglio i paracadutisti s'installano al Passo del Carro e al Passo del Cammello, l'inizio della depressione di el Qattara. Sulle mappe inglesi quei sentieri incastonati fra le strette gole, dove pure le capre devono procedere in fila indiana, sono definiti Pass for Cars, transito in teoria accessibile agli automezzi, e Camel Pass, transito accessibile solo ai cammelli, cio alle carovane. Al quartier generale ne hanno italianizzato i nomi e in pochi sono stati a interrogarsi sul loro vero significato.
All'inizio sembra una destinazione di assoluta tranquillit: lande desolate - lunari le chiamano, malgrado nessuno sia stato sulla Luna - inaccessibili ai mezzi corazzati dell'8a armata. La sistemazione e l'adattamento all'ambiente sono immediati. L'abbigliamento si riduce al minimo indispensabile. Soltanto i tedeschi si ostinano a indossare la divisa regolamentare, tutti gli altri vestono pantaloncini di tela e camiciole sformate. Il vetusto casco coloniale, eredit delle nostre prime apparizioni nel continente,  solo inutile, spesso d'impaccio. Al massimo preserva dai colpi di sole, ma ben altri sono i pericoli. Molto pi comodo il basco grigio-verde della dotazione o quello sottratto agli inglesi. Quanti sono arrivati coltivando l'idea romantica, tramandata dai libri, di un'Africa intessuta di oasi, di palme, di carovane di cammellieri, di pozzi improvvisi di acqua limpidissima, fanno i conti con una realt assai diversa. Sin dall'inizio, anche godendo di lunghe e inattese pause di tranquillit raramente interrotte dal mitragliamento di un Hurricane di rientro alla base, quest'Africa significa sete e fame, mosche e pidocchi, sporcizia e dissenteria, vermi cotti nel rancio e scorpioni velenosi. Con l'aggiunta dei miraggi, degli allarmi lanciati per l'apparire di carri armati e di camionette frutto, viceversa, dei micidiali riverberi del sole.
La depressione di el Qattara resta lontana dal cuore delle operazioni. Auchinleck insiste sul fronte settentrionale. Tuttavia il piano strategico  stoppato per quarantott'ore dalle bizze di Morshead. Il generale australiano contesta a Ramsden i compiti assegnati. Gli sembra che sfrutti pi del dovuto la sua divisione, fin qui perno di qualsiasi iniziativa attorno a El Alamein. Le regole d'ingaggio dei contingenti del Commonwealth assegnano libert di comportamento ai comandanti sul campo: Morshead ha la facolt di negare le proprie truppe. Auchinleck lo invita per il t: in cambio della tazza fumante ottiene d'impiegare una brigata. Nella notte del 26 un battaglione australiano s'impossessa di Sanyet el Miteiriya, ma l'indecisione del generale Fisher, comandante della 2a brigata corazzata, nel far avanzare i carri attraverso il terreno minato isola i fanti. L'improvvisa tempesta di sabbia toglie la visuale all'artiglieria. La feroce opposizione del I/61 della Trento e l'immediato spostamento dei pochi panzer sopravvissuti della 15a e della 21a obbligano gli australiani a una frettolosa marcia indietro. Pure la 69a brigata di Cooke-Collis arretra, mentre i Valentine della 2a brigata, sbrogliatisi dall'ostacolo delle mine, vengono inquadrati dai cannoni della Trento. Caccia Dominioni ricorda il sergente puntatore del 62, Pietro Panfili, autore con il suo 47/32 di un filotto di 4 carri messi fuori combattimento. Alla controffensiva finale partecipa un nostro reparto esplorante completamente equipaggiato con quanto strappato al nemico: 9 Bren Carrier e due trattori con altrettanti pezzi inglesi.
Auchinleck, per, non si d per vinto. Dalla roulotte, impiegata quale comando avanzato, ordina alla colonna diretta verso Deir el Dhib di convergere su Sanyet el Miteiriya. Sono di nuovo le esauste e ridottissime compagnie della Trento a esser prese di mira. Ma con l'ausilio della 90a divisione e dei Mark prontamente accorsi anche questo secondo assalto viene sventato. Per Ramsden il computo delle perdite  pesante: 1000 prigionieri, 70 carri, 30 camionette armate. Auchinleck lo autorizza a ritirarsi. Non pu sapere che l'artiglieria tedesca di medio calibro ha sparato le ultime granate in suo possesso. Un altro tentativo del XXX corpo d'armata costringerebbe Rommel a ripiegare verso il confine egiziano. Ma Auchinleck  impressionato dalla quantit di tank distrutti in meno di una settimana e si ferma. Per quindici giorni ha inseguito il sogno di battere il rivale pi famoso, di essere il primo generale che lo obbliga a voltare la schiena, tuttavia giudica suo compito principale impedire all'armata italo-tedesca di raggiungere il Cairo, il Delta, Suez. La scelta, quindi,  di fortificare la propria linea in attesa che giungano i rinforzi promessi dall'Inghilterra e dall'India. Ha gi intuito che Rommel tenter un eventuale sfondamento verso la strada meridionale partendo dalle posizioni di el Taqa e Bab el Qattara: perci da un mese i genieri sono sotto pressione per irrobustire la zona intorno ad Alam el Halfa con capisaldi a catena e campi minati.
In ogni caso l'ottimismo di Berlino sulle sorti dell'offensiva si  molto raffreddato. Vengono assunte le prime caute precauzioni. Himmler blocca ad Atene il commando speciale dello SD, il servizio segreto delle SS, che si sarebbe dovuto aggregare all'Afrika Korps per dare la caccia agli ebrei dall'Egitto alla Palestina. E di ebrei ce n'erano tanti non solo a Gerusalemme e Tel Aviv, ma anche al Cairo e ancor pi ad Alessandria. In Ultima notte ad Alessandria Andr Aciman racconta che i suoi parenti, i quali erano formalmente considerati italiani dalle autorit inglesi, ogni sera osservavano dai balconi il bagliore dell'artiglieria per controllare se le difese britanniche a El Alamein reggessero o se i tedeschi progredissero. La notte in cui videro le esplosioni spostarsi verso ovest brindarono con le lacrime agli occhi.

A italiani e tedeschi non rimane che puntare sulle incursioni dei caccia e dei bombardieri per conservare un minimo d'iniziativa. Ma incappano in ostacoli crescenti. Aumentano i rifornimenti per la Western Desert Air Force e migliora la qualit della contraerea. Un bombardamento notturno su Alessandria fra il 31 luglio e il 1 agosto sortisce esiti tragici, molti aerei abbattuti. Fra i caduti il capitano Athos Maestri, al suo posto di comando malgrado diverse ferite e mutilazioni testimoniate da quattro medaglie d'argento.
L'unico a non esser soddisfatto  Churchill. Sebbene gli scontri di luglio abbiano premiato la lungimiranza di Auchinleck - Rommel  stato fermato a El Alamein - le ansie del primo ministro sono cresciute. Lui e Roosevelt hanno stabilito di rinviare l'apertura del secondo fronte in Europa per assicurarsi il Nord Africa con lo sbarco di tre corpi d'armata statunitensi in Marocco e in Algeria (Operazione Torch). L'appuntamento  per fine ottobre. Entro quella data Churchill vorrebbe che la minaccia rappresentata da Rommel fosse gi cancellata. La sicurezza dell'Egitto  il suo chiodo fisso. L'antepone perfino al golfo Persico, che secondo i generali rappresenta il punto nevralgico dell'impero britannico. Si dice convinto che le armate di Stalin fermeranno l'avanzata germanica nel Caucaso e rifiuta di spostare anche una sola brigata dal Cairo verso l'Iran. Una sfolgorante vittoria contro Rommel servirebbe anche per influenzare l'atteggiamento delle autorit francesi in Marocco e in Algeria, formalmente fedeli alla Francia di Vichy, allorch la flotta americana si presenter a Orano, a Casablanca, ad Algeri. Insomma Churchill ambirebbe a essere rassicurato sull'immediata realizzazione dei suoi disegni. Al contrario Auchinleck gli comunica di dover assumere un atteggiamento difensivo e di aver bisogno almeno di un mese e mezzo per intraprendere l'offensiva.
Diretto a Mosca per spiegare a Stalin il posticipo del secondo fronte europeo, Churchill fa tappa in Egitto, dove l'ha preceduto il capo di stato maggiore generale dell'impero, Sir Alan Brooke. Churchill ha un'idea ben precisa in mente: sfilare l'8a armata ad Auchinleck e affidarla a Gott, che a soli 45 anni riceverebbe la responsabilit forse pi delicata del momento. Brooke  d'accordo nel chiedere ad Auchinleck di tornare a occuparsi del suo ruolo di comandante del Medio Oriente, per  assai scettico sulle qualit di Gott. Ai suoi collaboratori fa capire che non ha senso promuovere un generale, la cui carriera  costellata da un numero impressionante di sconfitte. Brooke  informato della marcata predilezione dei soldati per Strafer, tuttavia ritiene che per fronteggiare e battere una buona volta Rommel servano altre qualit. Cos ufficialmente sostiene che Gott sia stanco e suggerisce di designare lo sconosciuto Bernard Montgomery. Comincia qui un balletto di proposte e di controproposte con Churchill sempre pi preoccupato per ci che vede e per ci che gli raccontano alcuni alti ufficiali, soprattutto quelli della Raf. L'8a armata gli sembra in crisi, provata pi a livello psicologico che fisico o di equipaggiamento. Ora dopo ora diminuisce la sua fiducia in Auchinleck. Nonostante molti esponenti delle forze armate lo considerino il vincitore di luglio, nonostante Rommel gli riservi giudizi pi che lusinghieri, l'umorale Winnie lo vuole lontano da El Alamein. Spezza in due il comando del Medio Oriente con la creazione di quello del Vicino Oriente, in pratica il solo Egitto, e lo offre dapprima a Brooke, che aveva gi rifiutato la responsabilit dell'8a armata, e poi a Lord Alexander. Nel rimescolamento degli incarichi saltano anche i pi diretti collaboratori di Auchinleck: il suo capo di stato maggiore Dorman-Smith, Ramsden, Corbett. Dopo un colloquio assai teso con il primo ministro, Auchinleck rifiuta il comando del Medio Oriente e abbandona in pratica la carriera militare. Nel 1946 sar nominato maresciallo. Ma la delusione per l'esautoramento e uno spesso rancore nei confronti di Churchill gl'impediranno di metter pi piede in Inghilterra. Morir nel 1981 a Marrakesh.
Impressionato dai pareri favorevoli raccolti durante i vagabondaggi nel deserto, Churchill s'impunta su Gott. Ma il fato  in agguato. Il 7 agosto l'aereo che conduce il generale al Cairo per l'annuncio della promozione  abbattuto da due Messerschmitt. Inizialmente Churchill si orienta verso il generale Wilson, ma l'insistenza di Brooke gli fa accettare Montgomery con spostamento di Wilson al comando del Medio Oriente. In ogni caso la speranza di un attacco immediato contro Rommel svanisce: il nuovo comandante dell'8a armata avr necessit di tempo per ambientarsi. Cos sul fronte pi importante della Gran Bretagna nell'estate del '42 irrompono personaggi nuovi. L'originale desiderio di sostituire Auchinleck, al quale la Storia riconoscer i giusti meriti, si  tramutato in un ricambio totale. Ma Churchill non si pentir di aver dato ascolto a Brooke nella nomina di Alexander e del poco stimato Montgomery (a fine guerra dir di lui: imbattibile nella sconfitta, insopportabile nella vittoria).
Lord Alexander all'anagrafe fa Harold Rupert Leofric George Alexander, terzogenito del quarto conte di Caledon. Nelle vene gli scorre sangue irlandese e presso il reggimento Guardie ha avviato l'apprendistato. La sua piccola fama  nata nel primo conflitto mondiale (a ventisei anni ha guidato una brigata) e proseguita in quella in corso:  stato l'ultimo britannico a lasciare la spiaggia di Dunkerque e su di essa diecimila soldati francesi pronti all'imbarco. A cinquantuno anni  considerato un bell'uomo: figura atletica, profilo greco, folti capelli neri incollati al cranio, le maniere compite di chi  stato educato nei migliori collegi e dunque capace di alternare la divisa di gala a quella del deserto, senza che i calzoni corti gli facciano perdere un grammo di eleganza. Dopo aver accorciato i baffi, la sua somiglianza con un mattatore di Hollywood quale il defunto John Barrymore si  accresciuta per la gioia delle signore pi in vista del Cairo. Oltre che sulla propria abilit e su quella dei sottoposti, punta molto sulla Provvidenza, cui demanda la cura degli affari correnti: Sa sempre meglio di noi che cosa occorre fare. Alexander passa per un decisionista, ma le sue uniche decisioni sono di accogliere quelle altrui. Inclinazione che con Montgomery si accentuer al massimo.
Bernard Law Montgomery  nato a Londra, figlio di un vescovo anglicano, al cui seguito ha trascorso l'infanzia in Tasmania.  segaligno, formalista, vieta di fumare in sua presenza, per ha senso dell'umorismo e una buona propensione ai rapporti umani. Tanto cocciuto nelle proprie idee, quanto prudente al momento di metterle in atto, si ritiene un genio incompreso, sottovalutato nelle alte sfere. Pur essendo diventato generale nel '37, e aver avuto la responsabilit di una divisione in Palestina, la sua carriera  proceduta a rilento: ha quattro anni pi di Alexander.  padre disattento di un figlio poco frequentato e sacrificato alla carriera. La morte della moglie ha contribuito a farlo rinchiudere in s. L'incarico nell'8a armata  l'ultima possibilit che gli si offre per raggiungere la vetta. Dunque arriva in Africa al meglio del proprio carattere: permaloso, ringhioso, pignolo e carico di frenesie.

4. L'attesa.

Per l'armata italo-tedesca cresce l'impellente necessit di aumentare gli organici. Dalla notte in cui Rommel ha avviato l'offensiva (26 maggio) al 31 luglio il bilancio complessivo dei morti, dei feriti, dei dispersi ammonta a 27.670 unit. I ragazzi della generazione sfortunata ne hanno avuti 15.170, i tedeschi 12.500: gi questi numeri dimostrano quanto sia falsa la credenza che i nostri non abbiano voglia di battersi. Si battono eccome ed essendo peggio armati e addestrati lo scontano amaramente. I complementi pervenuti dall'Italia, 9658, non coprono i vuoti, a differenza di quanto capita ai reparti germanici, che ne hanno ricevuti 13.300. Gi a fine luglio le truppe in prima linea di Auchinleck sono pi del doppio di quelle a disposizione di Rommel: 38 mila contro 18 mila. Per non parlare dei cannoni, dei carri armati, degli autoblindo, degli aerei. Il flusso dei rifornimenti volge ormai a favore dell'8a armata.
Il rinforzo pi concreto  rappresentato dalla Folgore, il cui secondo scaglione  giunto da Atene. Erano attendati nei pressi dell'aeroporto di Tatoi e li hanno fatti partire di gran carriera per evitare complicazioni con i crucchi.  infatti accaduto che un gruppo di par abbia fatta irruzione in una casa dalla quale provenivano grida di aiuto. All'interno alcuni tedeschi stavano sopraffacendo due ragazzine. Quelli della Folgore li hanno menati di brutto e buttati fuori a calci nel sedere. I camerati hanno minacciato ritorsioni, i paracadutisti sono andati a cercarli: volevano chiudere il conto prima d'imbarcarsi.
Per trasportarli da Tobruk al fronte bisogna far ricorso ad autisti civili, dipendenti della ditta Faravelli. I cinquemila del generale Enrico Frattini sono suddivisi in tre reggimenti: il 185 del colonnello Ernesto Boffa sarebbe quello di artiglieria, ma non ha cannoni, soltanto due gruppi con il 47/32 e la promessa di un po' di artiglieria dell'armata; il 186 del tenente colonnello Pietro Tantillo e il 187 del colonnello Luigi Camosso possiedono soltanto armamento leggero. I reggimenti subiscono un imprevisto smembramento: i battaglioni vengono separati e impiegati per rimpolpare una prima linea, che da El Alamein a el Qattara assomiglia a un esercizio teorico. Sulle mappe dei comandi si fa presto a tracciarla, ma l, nel deserto, cambia di chilometro in chilometro, dal tramonto all'alba. I camion dell'intendenza e le staffette procedono alla cieca: la piccola depressione o il cocuzzolo ancora sotto controllo al mattino, al pomeriggio sono magari persi. Da entrambi gli eserciti la gara  a confondere le idee aggiungendo segnaletiche fasulle. La linea del fuoco assomiglia alla fantomatica linea che deve sempre separare due squadre di rugby: purtroppo per noi, inglesi, scozzesi, gallesi, sudafricani, australiani, neozelandesi sono maestri in questo gioco.
I nuovi arrivati si districano bene e in fretta. Apprendono che spesso la polvere si sostituisce alla sabbia, che il terreno  pieno di asperit e difficile da scavare, che l'aria produce lo stesso effetto esilarante dello champagne, che fra arbusti e reticolati spuntano le bianche chiocciole, che la voglia di acqua pu far delirare e pur di berla si rinuncia a ogni norma di pulizia, tanto puzziamo tutti allo stesso modo. In pochi giorni diventano per amici e nemici i ragazzi della Folgore. Anche Rommel li appella cos quando, incuriosito dalla fama gi circolante da un caposaldo all'altro, ci si fa portare dalla cicogna, con cui continua a percorrere il fronte, nonostante una salute assai precaria. Il maresciallo mostra sincera considerazione, quasi si scusa dei rischi ai quali li espone. I ragazzi della Folgore non se ne inquietano: se poi si presentasse l'occasione di esser lanciati dietro le linee...
Con simile gente si va in capo al mondo, mormora Rommel al momento del congedo.
Ma chi  simile gente?
Camillo Currini Galletti compir 22 anni il 9 novembre.  figlio del medico condotto di Villa Minozzo, in provincia di Reggio Emilia. Conseguita la licenza liceale al Tolomei di Siena, si  iscritto ad Agraria perch hanno respinto la sua domanda di volontario in Spagna: troppo inesperto, prima vada a fare l'allievo ufficiale. Currini Galletti ha invece altro per la testa e allo scoppio del conflitto  andato tra i bersaglieri. Da sottotenente l'hanno mandato in Jugoslavia. Durante un ritorno a Parma ha incontrato un ex collega del corso con pastrano lunghissimo e alamari: ma di quale reparto sei? Paracadutisti, li stanno appena formando, tuttavia vengono in pochi perch si muore...
Quale migliore invito per Currini? Ha dovuto, per, sottoscrivere tre volte la domanda di ammissione prima di essere accolto. Nelle more i bersaglieri l'hanno trattato da infame (vigliacco, hai tradito La Marmora...):  stato trasferito al deposito di Reggio Emilia e qui ha fatto una bella litigata con il colonnello, che trovava ogni scusa per tardare il trasferimento. Il 1 gennaio '42  arrivato il sospirato nullaosta: il corso a Tarquinia  durato fino al 31 marzo. Dei 15 mila che si sono presentati, ne  passato un terzo. La torre di lancio aveva la stessa altezza della Torre di Pisa. Ci si cominciava a buttare da 5 metri e si saliva fino alla cima, prima di ricominciare il percorso inverso. La prova del seggiolino veniva preceduta dallo sparo improvviso accanto all'orecchio per valutare la reazione del cuore. Quando sono montati sui Caproni i piloti si sono sbizzarriti in picchiate, virate, giravolte: gli ufficiali osservavano e prendevano nota. Chi soffriva di vertigini tornava a casa. L'ebbrezza dei primi lanci  stata macchiata dal disappunto di veder precipitare gli amici a causa del paracadute che non si apriva. Li fornisce la Casa Avorio, sono bellissimi, di seta pura, tuttavia il congegno di funzionamento s'inceppa con facilit. In una mattina di cielo terso Currini ha visto sfrecciare a pochi centimetri Walter Facchinetti, il gigante bolognese che se li caricava tutti sulle spalle: si dimenava nel tentativo di aprirlo e intanto urlava: mamma, mammaaa...
E stato brutto piangere i fratelli morti prima ancora di giungere sul campo di battaglia. Ma dopo ogni cerimonia sono andati su ancora pi determinati: qualcuno si sarebbe buttato anche senza paracadute. Alla fine del corso Currini  stato assegnato alla compagnia del capitano Peyrani: paracadutisti con moto... Una di quelle idee che sulla carta paiono irresistibili - non soltanto li spediamo oltre le linee, ma li dotiamo anche di un mezzo per muoversi come saette - e la cui attuazione, tuttavia, risulta assai problematica con le moto che vanno ad arrugginire in qualche deposito.
Currini Galletti non ha legato con Peyrani, professore di chimica nella vita privata. A quasi settant'anni di distanza il suo giudizio sul comandante non  cambiato: la classica brava persona, da augurarsi come marito di una figlia, per inadatto a guidare una compagnia di par. A Tarquinia  stata celebrata anche una sorta di processo interno, Currini non ha mutato di una virgola il suo dissenso su Peyrani, ma il capitano si  confermato un galantuomo: ha fatto in modo di non rovinare il sottoposto. Currini se l' cavata con il trasloco nel VI battaglione del 186. In primavera inoltrata li hanno posizionati in Puglia. C'era gi la brigata Ramcke. Si  sparsa la voce che invaderanno Malta. In un paio di riunioni congiunte sono state mostrate le foto di pianori e di centri abitati sopra i quali sarebbero planati. Sono stati giorni lunghissimi con gli ufficiali a spiegare che l'operazione tardava per la difficolt di reperire gli aerei necessari. Hanno detto che la Germania offriva gli Junker, per pretendeva che a guidarli fossero i propri piloti e il nostro stato maggiore aveva per orgoglio rifiutato. Currini, che in Jugoslavia ha visto l'artiglieria schierare i cannoni del '15-'18, ha subodorato che la situazione complessiva volgesse al peggio. Per lui, comunque, era l'esistenza da sempre sognata: ha creduto nel fascismo,  stato allevato per credere nella guerra, nella vittoria che compenser i morti e gli invalidi, nel coraggio quale esaltazione personale.
Al di l dei dogmi di regime, Currini si  attaccato alla grande famiglia dei par, a questa spontaneit di rapporti accoppiata a una disciplina assai severa. D'altronde, stanno l per scelta: sono tutti volontari. Giorno dopo giorno si  creata una vera fratellanza tra ufficiali e soldati. L'esempio pi banale  quello del rancio uguale, dal colonnello all'ultima recluta, come fra i tedeschi. Poi Currini ci ha messo del suo conducendo a Napoli il proprio plotone al night Arizona, il pi apprezzato della citt. A essere scoperti si poteva finire dinanzi al tribunale militare, invece  finita con un pieno di donne ed alcol, al cui termine il famoso motto dei moschettieri (uno per tutti, tutti per uno) sembrava persino insufficiente. Il viaggio in treno fino ad Atene  stato un tuffo nella miseria nera, nera. Madri in fila disposte a vendersi in cambio di una pagnotta da dare al bimbo scheletrico tenuto per mano.
Due Junker 52 li hanno scaricati all'aeroporto di Tobruk. Qui sono saliti su un quadrimotore SM 73 diretto a un campo d'aviazione nei pressi di el Daba. Sopra il golfo di Bardia un cacciatorpediniere italiano li ha presi di mira: mai avendo visto un simile gigante, i marinai erano convinti che si trattasse di un aereo inglese. Il quadrimotore  stato colpito due volte: il pilota ha avuto il fegato perforato, il secondo il femore spezzato.  stato proprio questi a riprendere conoscenza, mentre l'aereo era sul punto di precipitare, e a condurlo in un atterraggio di fortuna. I par sono rientrati alla base in attesa di una colonna di camion.

Giovanni Peroncini  del '21. Alla fine del '39, matricola della facolt di Economia e Commercio alla Cattolica di Milano,  stato selezionato assieme a due colleghi per entrare in aeronautica. Essendo minorenne ha faticato un bel po' a ottenere l'indispensabile consenso dei genitori: ma cos mi metto in mano un lavoro di sicuro successo... Il giorno dopo la capitolazione di pap e mamma  arrivato il bando per i volontari universitari: figurarsi se i granatieri rinunciavano a un raro esemplare razza Piave di oltre un metro e novanta. Per quanto si sia sbattuto, Peroncini non ha convinto i superiori a lasciarlo andare fra le nuvole. Allora  intervenuta la mamma:  nata a Tolmezzo e da ragazza aveva impartito lezioni di francese al giovane maestro Benito Mussolini. Quindi gli ha scritto chiedendo di esaudire il desiderio del figliolo. Il duce ha risposto con una lettera autografa: aveva appena perso Bruno durante un volo sperimentale, ha suggerito alla signora Peroncini di lasciar fare al destino.
Se non gli fanno pilotare gli aerei, almeno ci salir per lanciarsi. Cos Giovanni ha domandato di frequentare i corsi da paracadutista. Anzich i sei lanci previsti ne hanno fatti solo quattro per accelerare i preparativi dell'invasione di Malta.
 stato inviato in Puglia e da l ha seguito la trafila della futura Folgore, bench nell'accampamento girasse la notizia che andavano ad Atene per essere catapultati su Suez e chiudere in una morsa l'8a armata messa alle strette da Rommel. Peroncini ha preparato gli elenchi della 16a compagnia, comandata dal capitano Calamai, zio della famosa attrice Clara. Il suo seno nudo (il primo del cinema italiano) ne La cena delle beffe ha turbato molti sonni, ma come si fa a chiedere al capitano una foto con dedica della nipote?
Altro che canale di Suez: l'arrivo a Fuka ha significato la presa di coscienza con le mille insufficienze dei materiali e con la sensazione che dall'altra parte se la passassero molto meglio. Vuoi vedere che finiamo in bocca alla perfida Albione? La domanda  balenata nella mente di tanti, nonostante l'ottimismo di facciata e la convinzione che Rommel sia imbattibile. Viaggiando verso el Daba, l'ultima retrovia prima del fronte, si sono imbattuti nella segnaletica stradale lasciata dagli inglesi: ogni nome ricordava una via di Londra. A cento metri dalla postazione Peroncini ha avuto il battesimo del fuoco: le raffiche dei par della Ramcke, che li hanno scambiati per commando britannici.

Il famoso scrittore e inviato speciale del Corriere della Sera, Paolo Monelli, trascorre qualche giorno con i paracadutisti. Assieme al tenente colonnello Alberto Bechi Luserna, comandante del IV/187, enumera le sette piaghe d'Egitto: il caldo, la dissenteria, le mosche, la sete, la fame, l'artiglieria, la merda. Bechi Luserna  uno dei tanti nobili accorsi nella Folgore per gusto dell'avventura, per rispetto delle tradizioni di famiglia. A sfogliare i registri delle compagnie s'incontrano Guido Visconti di Modrone, Francesco Vagliasindi della Torre di Randazzo, Paolo Emilio Marenco di Portula, Carlo Mautino de Servat, i fratelli Costantino e Marescotti Ruspoli di Poggio Suasa, un terzo fratello, il principe Carlo Maurizio,  il numero uno dei piloti da caccia in Africa, comanda la 91a squadriglia del 4 stormo, quella che nel '17 era guidata da Francesco Baracca.
I Bechi servono nell'esercito fin dai tempi delle guerre napoleoniche: un colonnello Bechi fu ferito a morte in Russia nel 1812; il nipote Stanislao, colonnello garibaldino, spir nel 1863 per la libert della Polonia; il padre di Alberto, il colonnello Giulio Bechi,  stato ucciso alla testa del proprio reggimento durante la decima battaglia dell'Isonzo. Gli hanno assegnato la medaglia d'oro, Alberto ne ha ereditato la sciabola, la stessa riportata a casa dagli amici del Bechi spirato in Russia. Ha ricevuto un'educazione assai british, li ammira, ne riconosce le doti di popolo. E un inglese pare ai suoi soldati nella consueta tenuta camicia, pantaloncini, calzettoni alti al ginocchio, mocassino di tela e gomma, tipo Clarks. A lui dobbiamo il libro pi commovente sulla nascita della Folgore e sul suo sacrificio a El Alamein (fino al 2 novembre allorch sar raggiunto da un ordine di rimpatrio per diventare capo di stato maggiore nella costituenda divisione di paracadutisti, Nembo). I ragazzi della Folgore  scritto sull'unghia,  impregnato della mistica del par, eppure odora di pulito e d'ingenuit, di una fede assoluta nel dovere, nella Patria. Ci che altrove suonerebbe bolsa retorica, nelle pagine di Bechi si trasforma nel manifesto delle illusioni perdute. Ritornano in mente le parole da lui adattate per la canzone del battaglione: Siamo cento cento e cento, / tutti arditi forti e sani, / un po' pazzi e un po' poeti, / ma il fior fior degl'Italiani... / a noi piace far la guerra / con la morte a paro a paro.

Le giornate trascorrono accucciati nelle tane. Chi ci riesce, dorme; chi  sveglio, si dedica alla caccia alle mosche. La pi inutile delle battaglie: vincono sempre gl'insetti. Uscire  a rischio: sopra la testa volteggiano Hurricane, Spitfire, i bombardieri Bristol Beaufort, definiti lo squadrone bianco perch in formazione perfettamente geometrica appaiono bianchissimi sullo sfondo azzurrognolo del cielo. Compaiono puntuali all'ora del caff, dell'aperitivo, del digestivo: gl'italiani imparano che fra i diversi modi di morire il peggiore  indifesi sotto gli ordigni, magari avendone ricevuto l'avvisaglia dal sibilo. Tuttavia l'incubo pi traumatico  l'88 inglese, detto churchillo dai nostri, collaudato pezzo di campagna, che da 14 chilometri di distanza prende davvero di mira tutto ci che si muove sul terreno. Il nemico ha approntato torri di avvistamento e le usa per praticare questa singolare caccia all'uomo. Gl'italiani ci fanno l'orecchio: capiscono la direzione dell'obice, se sia il caso di fregarsene o di incollarsi al suolo pregando Iddio che non abbia cognome, nome, indirizzo. Ma certi pomeriggi per vincere la noia si prende il cespuglio, lo si colloca l dove piovono le granate e si d il via a un giro di scommesse: posta in palio le sigarette, l'unico bene in abbondanza, le pi ambite sono le Macedonia. Si vince e si perde a seconda che il cespuglio venga polverizzato entro quattro colpi. Il gioco cresce, si trasforma nella vecchia battaglia navale: si va dal fusto di benzina, equiparato al cacciatorpediniere, al rottame di autocarro, equiparato alla corazzata. Le voci si diffondono, accorre von Stumme, il vice di Rommel, accanito giocatore assai noto, in tempo di pace, fra i tavoli del casin di Montecarlo.
Non tutti hanno il gusto dell'azzardo. I pi prudenti raggiungono strisciando persino la grande buca usata per i bisogni corporali. Le pillole di emetina prescritte contro la dissenteria aumentano, viceversa, i fastidi gastrointestinali. E poi c' il padrone assoluto di quest'universo: il caldo che toglie la ragione, che fa lanciare sguardi ora disperati ora concupiscenti alla borraccia con la razione quotidiana dell'acqua, due litri se giunge l'autobotte, in caso contrario un litro e mezzo. Calda, spesso puzzolente di benzina o di nafta, per acqua. Chi mantiene un filo di lucidit s'inumidisce le labbra ogni ora; i novellini, i depressi, i fatalisti cedono di schianto, se la scolano in due minuti, magari nel bel mezzo di un bombardamento, e poi vanno a elemosinare fino alla prossima distribuzione. Due par arrivano a scolarsi il vino benedetto del cappellano, che non pu pi dire messa. In seguito cercheranno di rimediare facendogli trovare una bottiglia intonsa di whisky: non si pu trasformare nel sangue di Cristo, per d l'idea del pentimento. E il cappellano dir una preghiera speciale per entrambi la sera in cui, dopo un combattimento, non risponderanno pi all'appello.
La vita si svolge di notte: attivit, colloqui, ispezioni. Naturalmente in un buio assoluto. Anche le sigarette si fumano con la brace nascosta nella buca scavata a bella posta. L'alternativa alla routine, alla sete, alla fame consiste nell'andare di pattuglia dentro la terra di nessuno, la no man's land, espressione che negli anni Novanta sar resa celebre da un fortunato film sulla guerra nella ex Jugoslavia. Lungo i 58 chilometri del fronte il deserto si riempie di cadaveri e di carcasse. Il suo famoso profumo viene sostituito dal puzzo dolciastro dei morti in decomposizione spesso mescolato con zaffate di merda, di urina, della carne bruciata assieme al metallo dei veicoli. Andare di pattuglia assume un significato del tutto particolare. Dietro si cela il gusto di trasformare la guerra in una spietata sfida personale. Inglesi, australiani, neozelandesi, sudafricani l'affrontano quale variante dello sport in tempi perigliosi; i ragazzi della generazione sfortunata quale appuntamento inevitabile per mangiare e bere meglio, a volte pure per rifornirsi di armi. Ai folgorini manco pare vero di potersi inserire in tale gioco di morte.
Si gareggia nel togliere le mine avversarie e nel mutare la disposizione di quelle trovate, nel seminare trappole, nell'individuare dove si possono celare mortai e mitragliatrici, nell'invertire i segnali di riconoscimento nel panorama privo di vegetazione, di opere in muratura, di qualsiasi intervento umano. Ma come racconta il capitano Giovan Battista Arista, comandante del reparto esplorante corazzato del 133 carristi, l'obiettivo pi congruo consiste nel mettere le mani su quanto manca. Senza il bottino strappato di notte al nemico, la nostra sopravvivenza sarebbe assai pi problematica. L'elenco comprende barattoli di marmellata, di frutta sciroppata, biscotti, t, scatolette di carne, bottiglie di whisky, di gin, di rum, perfino di cognac in dotazione ai francesi di De Gaulle e poi sigarette, zucchero, asciugamani, tovaglie, carta igienica, aspirina, sulfamidici, pacchetti di medicazioni, latte condensato, mitragliatrici, mortai, l'ambitissimo Bren, cio il fucile mitragliatore da 7,7 millimetri Brno-Enfield costruito su licenza ceca. E alla fine pu succedere d'imbattersi in una Bibbia piena di cartoline pornografiche, di quelle in vendita da Porto Said a Bengasi. E siccome si tratta spesso di confezioni chiuse, nel gergo dei par il pugnale diventa l'apriscatole dal suo uso pi ricorrente.
Gli inglesi, per, si accorgono della spesa degli italiani e si adeguano. Due soldati di Currini Galletti saltano sulla mina collocata accanto a una cassetta di carne argentina. Currini vorrebbe precipitarsi a soccorrere il par che ha perso una gamba, Guglielmo Principe volontario triestino, che avrebbe potuto evitare la guerra essendo figlio unico di madre vedova. Ma il capitano Maggiulli, comandante della 17a compagnia, non vuole perdere un altro ufficiale, allora va il sergente Oreste D'Elia a recuperare il ferito.
Per tutto agosto l'extra delle razioni elementari proviene dalla terra di nessuno. Il menu  ridotto all'osso. Ciascun soldato ha scorte settimanali di gallette e carne Simmenthal. Il minestrone di verdure con pasta corta ed extra di sabbia pi la fetta sottilissima di formaggio e la cucchiaiata di miele dipendono dall'arrivo serale del Fiat 626 con il rancio. Nella teoria sono adibiti al trasporto della carne fresca, nella pratica nessuno li vede. Se l'artiglieria avversaria si mette a tirare, non tutti gli autisti se la sentono di giocarsi la vita. I paracadutisti del 187, privi financo delle cucine, vanno a pesca nei cimiteri dei veicoli per fornirsi di mezzi. In un mese, sotto la sovrintendenza del maresciallo Roberto Carta, l'autoparco comprende tre Ford, sei Austin, quattro Chevrolet, due Lancia, un trattore, una camionetta V8, una macchina americana per il colonnello Camosso, quattro moto, un'autobotte. Adesso si pu festeggiare con bacon australiano, spezzatino sudafricano, carne rossa statunitense, marmellata inglese e acqua greca: da Atene, infatti, sono stati portati preziosi bidoncini usati con parsimonia, nemmeno fosse Barolo.
E la pastasciutta? Il par reduce da una fruttuosa incursione la chiede per ricompensa al generale venuto a complimentarsi. L'ottiene assieme alla decorazione e alla scatoletta di sugo alle vongole. Poi occorre industriarsi per cucinarla dentro la buca senza allertare il nemico. Il pane nero, il lardo, il prosciutto, il salame sono frutto di un proficuo baratto con i tedeschi alla costante ricerca di orologi funzionanti, che gli italiani si fanno spedire da casa, e di sigarette. Con la pancia piena salgono le richieste: per le stecche di Nazionali, di Macedonia, di Extra servono macchine fotografiche Agfa e binocoli Zeiss.
Ogni reparto ha il proprio esperto in approvvigionamenti. Aumenta la fama del sergente Felice Fiorentini del XXXI guastatori. Alto e biondo viaggia a capo scoperto alla guida di un autocarro statunitense. Indossa l'anonima divisa tipica del fronte africano: camicia e calzoncini kaki, nessun distintivo di corpo e di grado. Sotto il sedile tiene un consumato berretto dell'Afrika Korps e una regolamentare bustina italiana. Usa il primo per superare i posti di blocco italiani e la seconda per quelli tedeschi. Cos spazia da un settore all'altro alla ricerca di accessori meccanici, di calzature, di fucili inceppati, di proiettili, di cibo.
Se il problema del vitto si pu risolvere con le incursioni nella terra di nessuno, quello delle armi rimane insolubile. Il divario non pu essere colmato da qualche mitragliatrice, da qualche mortaio o dal Bren riportati indietro a guisa di trofei. Anzi, quando si va a far la spesa in casa britannica tocchiamo con mano la povert del nostro armamento. Servirebbero molti pi moschetti automatici Breda (Mab) da 20 o 40 colpi. Sono migliori dell'MP38 tedesco, dello Sten inglese, del Thompson statunitense. Hanno il difetto di sparare a volte anche con la sicura, tuttavia sono imbattibili sulla corta distanza. Ma contro i blindati ci vuole ben altro. Dobbiamo alla generosit dei camerati la disponibilit di alcuni esemplari da 88 millimetri, l'unico anticarro in grado di fermare i Valentine, i Crusader, i Matilda, i temutissimi Grant. Anche noi avremmo un ottimo cannone antiaereo da tramutare in micidiale controcarro:  il 90/53, spesso montato sui Lancia 3 RO per farlo accorrere dove necessita. Viene giudicato persino superiore agli 88, ma l'asfittica industria bellica ne produce in numero limitato. Di conseguenza quei pochi presenti a El Alamein vengono disputati fra le varie esigenze, ma quando lo scontro entrer nella fase pi calda lo strapotere degli aerei e delle forze corazzate nemici render vana la contesa fra quanti lo vorrebbero utilizzare contro gli uni o contro le altre.
I folgorini realizzano che il pesante Solothurn calibro 7,92, trascinato dietro da Tarquinia,  solo un peso in pi. Si tratta di un vecchio fucile controcarro venduto poco prima del conflitto dalla Germania alla Polonia. Con l'invasione della stessa il Terzo Reich ne ha recuperato un considerevole stock ceduto all'Italia dopo qualche sommario ritocco. Ha un funzionamento complesso, le munizioni, per di pi, risultano avariate. Dovrebbe perforare una corazza di 10 millimetri, ma pure le nostre scatole di sardine hanno una blindatura superiore. Molto pi efficace il cugino Solothurn calibro 20 di produzione svizzera in uso alla fanteria.
I par rimangono i pi esposti. Si avverte la mancanza di artiglieria: i mortai da 81, i rari lanciafiamme e i 47/32 confermano di essere insufficienti. Uno, per, serve a dissuadere il bimotore statunitense dal presentarsi al tramonto e rovinare con sventagliate e bombe la cena ai ridotti della 17a compagnia. Currini Galletti fa alzare il 47/32 verso il cielo e suggerisce all'artigliere di adottare la tecnica della caccia alle beccacce: sparare verso il muso nella speranza di colpire la fusoliera.  tale la sorpresa che il pilota si dimentica di sganciare, gira in tondo e se ne va.
In sostegno alla Folgore viene spostato al Passo del Cammello il III gruppo di artiglieria della Trieste.  quello di Gennari, che continua a non soffrire i morsi dell'arsura grazie all'acqua del radiatore. Ma anch'essa diminuisce a vista d'occhio. Le batterie, mai impiegate in battaglia, si attestano sul valico con le riserve di granate intatte e cos restano non essendo in grado di rispondere n agli aerei che vengono a bombardare e mitragliare al mattino n ai cannoni che al tramonto sparano per impedire agli italiani di riposare. Gennari cerca un rifugio per il suo trattore: nella penuria di automezzi pu garantire la sopravvivenza del plotoncino, che da mesi ci viaggia sopra. Il motore viene seppellito nella sabbia, il trattore coperto alla bell'e meglio con teloni mimetici. Gli artiglieri non si abituano alla fame, per non partecipano alla rischiosa lotteria delle puntate nella terra di nessuno. Se ne restano acquattati fra le rocce. L'unica integrazione al vitto, allora, diventano le verze all'inizio snobbate perch ritenute cibo per muli e asini. Dalle retrovie giunge, invece, il suggerimento di pressarle e cucinarle. D'accordo, ma con quale acqua? Ogni mezzod viene affidata al furiere l'incombenza di far la colletta dalle borracce dei soldati.
Nessuno s'azzarda pi a usare la razione di acqua per un minimo d'igiene. Tanto non serve: ci vorrebbero ben altre disponibilit per scrostarsi di dosso polvere, sudore, sporcizia. Per difendersi dai pidocchi si usa infilare i calzoni nei fusti di benzina Avio degli inglesi, per scompaiono soltanto i pidocchi adulti, le larve sopravvivono e si riproducono: punto e daccapo. Barba lunga, cattivi odori, abbigliamento casuale, a volte straccione, diventano la norma. La sera in cui Bechi Luserna invita gli ufficiali del battaglione a cena, rivolge sorridendo una domanda molto seria: ragazzi, ma siete banditi?

Aveva ragione Rommel. La Folgore presidia il settore pi delicato. Il sangue scorre immediatamente. Ci sono gi stati morti e feriti durante il viaggio da el Daba, in agosto per lo stillicidio diventa quotidiano. Vengono pattuglioni australiani e neozelandesi di 30-40 uomini a tastare la solidit dei nuovi arrivati. Diversi non tornano indietro, quelli che si arrendono domandano incuriositi chi siano questi italiani che non scappano. E qui si apre un'aspra disputa sulle nostre virt militari, finch un saggio maggiore non spedisce i prigionieri nelle retrovie per evitare conseguenze.
I primi paracadutisti a esser catturati appartengono alla 1a batteria. Il tenente Zingales ha mandato mezza dozzina di artiglieri a rubare un cannone nemico poco protetto. Il gruppetto purtroppo finisce nel mirino di due blindati. I sei non risparmiano raffiche di Beretta e bombe a mano: le corazze manco vengono scalfite. E meno male che i britannici ritengono pi importante catturarli vivi che ammazzarli.
Il VII battaglione del capitano Mautino, uno dei tanti alpini che hanno scambiato l'ebbrezza delle arrampicate con l'ebbrezza del volo,  impegnato in duri scontri dalle parti di Bab el Qattara durante il pattugliamento notturno. Nella terra di nessuno si lavora di trabocchetti e appostamenti: astuzia e coraggio, riflessi pronti e pazienza vanno a braccetto. Quanto non riesce all'istante viene rinviato alla notte successiva. A ogni alba si rientra nei propri ridotti, ma l'appuntamento  solo rimandato. Fra il 7 e l'8 agosto il contingente misto di granatieri e paracadutisti cade a Quota 99, nei pressi di Deir Alinda, nella trappola dei Bren Carrier. Viene subito ammazzato l'ufficiale tedesco, il sergente maggiore Mario Giaretto assume il comando. S'impegna a riportare indietro i suoi, ma capisce che il ripiegamento riuscir a condizione che qualcuno si trattenga sul posto. Non ha esitazioni. Manda via gli altri e rimane con il suo Mab. Colpito, continua a sparare finch una sventagliata non l'abbatte. I compagni subito usciti per soccorrerlo trovano il suo cadavere circondato da quelli dei nemici. Vengono sepolti tutt'insieme: la morte ha annullato ogni differenza. Giaretto  la prima medaglia d'oro della Folgore.
Pi o meno nelle medesime ore il capitano Curti, un altro alpino, comandante del I gruppo di artiglieria, convoca il sergente Luigi Stincone: la tua squadra se la sente di avventurarsi all'interno della Depressione? Partono in sei - uno  Battista Trovero, autore di Ritorno a El Alamein -, scendono fino a 150 metri, si dirigono verso sud per controllare che non ci siano inglesi. El Qattara somiglia allo scantinato dell'inferno, d l'idea visiva del Giudizio Universale. Al mattino  coperta di nebbia, i sei scoprono pozze d'acqua amara, sebka, bevuta dalle carovane che attraversano la gola e che conferiscono il particolare colore bianco alla sabbia. La sebka, per, pu anche nascondere l'insidia di un vortice di fango in grado d'inghiottire l'autoblindo britannico, del quale emerge la cupoletta. Neppure un filo d'ombra, si avanza sotto il sole a 50, un calore umido da bagno turco, l'afa che serra il petto. Le orme dei cammelli risaltano per miglia e miglia, ma possono essere vecchie di settimane. A circa 18 chilometri dal Passo del Carro si scorgono le palme di una piccola oasi, per niente acqua.
Negli stessi giorni due pattuglie guidate dal sergente Lieber e dal maresciallo Carta si sono incamminate da Qaret el Himeimat verso est. Hanno raggiunto il termine della depressione limitato dall'ennesimo pianoro desertico. Erano ben dentro le linee britanniche: fortunatamente nessuno se n' accorto.
Radio fante bisbiglia che le gite nella depressione siano state originate da un'informativa dell'Oberkommando: beduini al soldo di Londra provano a infiltrarsi da el Qattara alle spalle delle truppe italiane. Il generale Frattini, comandante della Folgore, tranquillizza Bastico: le esplorazioni dei par escludono che da quelle gole possano transitare elementi ostili.

Il morale migliora. L'arrivo dei paracadutisti italiani e tedeschi ha fatto crescere la fiducia. A migliaia di chilometri, nelle steppe sovietiche l'offensiva della Wehrmacht  in pieno svolgimento: la 6a armata si trova alle viste di Stalingrado, grande centro industriale che si allunga per quaranta chilometri sul Volga. Hitler riaccarezza il sogno di chiudere la tenaglia fra il Caucaso e il golfo Persico. L'Asse vive l'ultima estate d'illusioni. La tranquillit del fronte da El Alamein a el Qattara giustifica l'ottimismo di poter riprendere l'iniziativa. Rommel  conscio di doversi togliere dall'infida posizione. Ha bisogno di raggiungere Alessandria, il Cairo, il Canale, il delta del Nilo per abolire l'enorme distanza fra s e le basi, 1800 chilometri sui quali incombono i reparti speciali britannici. Commando, Special Air Service, Long Range Desert Groups a bordo di jeep e di camionette superbamente attrezzate e armate piombano di notte su campi di aviazioni, su depositi di carburante, di munizioni, di vettovagliamenti, su colonne di rifornimenti: lasciano alle spalle morti e distruzioni prima di sparire nel deserto. I Lancieri di Novara impegnati con i loro trabiccoli nei servizi di sorveglianza pagano un alto tributo di sangue.
Pur avendo allo studio l'imminente avanzata, Rommel fa predisporre una fascia di campi minati dinanzi alle postazioni. L'intendenza italiana si produce nello sforzo estremo, in prima linea affluisce tutto quanto abbiamo nei depositi di Tripoli e di Bengasi: 80 mila mine, 10 mila paletti, 2 mila rotoli di filo di ferro, 10 mila gabbioni, qualche tonnellata di calcestruzzo. Vengono adoperate anche le mine sottratte nottetempo all'8a armata. Si lavora a ogni ora del giorno per approntare fasce profonde da 10 a 20 metri con bretelle che coprono anche la retrovia della postazione. Rommel li definisce Teufelsgarten (giardini del diavolo), nella traduzione dei tedeschi giardini diabilo, ma non reggono il confronto con quelli allestiti dai britannici. Sar un'altra amara scoperta.

La divisione Bologna del generale Gloria giunge affranta dopo un trasferimento a piedi di 700 chilometri: subentra in linea ai resti della Pavia. Hanno poco di tutto, completamente privi di automezzi vanno elemosinando almeno un po' di pezzi di artiglieria. La divisione corazzata Giovani Fascisti, promessa da Cavallero, viene deviata sull'oasi di Siwa per contrastare gli assalti inglesi dietro le linee.  l'ennesimo bluff dei nostri comandi. La divisione di corazzato ha soltanto l'etichetta: non dispone infatti n di carri armati n di artiglieria semovente, per di pi un gruppo di cannoni  spedito a presidiare Giarabub. Quando Rommel protesta per il suo mancato arrivo, nessuno ha il coraggio di dirgli che ha perso ben poco, visto che a lui interessano i blindati. Gli servirebbero molto la Centauro con i suoi reggimenti carri e la Piave, questa s motorizzata a puntino: viceversa rimangono entrambe a vegetare nei dintorni di Roma.
Entrano in linea anche gli altri due gruppi dei semoventi da 75/18. Rommel nemmeno se ne accorge: preme che gli consegnino i 200 panzer partiti dalla Germania e incagliati nei porti italiani. Il 10 agosto lo dice a chiare lettere al generale Barbasetti Prun indicando nel 26 agosto, periodo di luna piena, l'inizio dell'offensiva. Confida di anticipare lo sbarco a Suez, annunciato dallo spionaggio, di 100 mila tonnellate di armi, di mezzi corazzati, di materiale per l'8a armata. Al contempo spera di sfruttare le squadriglie di Kesselring prima che le spostino di nuovo in Urss. Ma i carri armati rappresentano soltanto una parte delle necessit: occorre la benzina per farli avanzare anche di notte servendosi del periodo di luna piena, occorre l'artiglieria, in special modo i pezzi controcarro con cui attrezzare la 164a divisione giunta da Creta. E infine occorrono gli specialisti, i ricambi per gli aerei, i rincalzi per i reggimenti decimati nelle battaglie di luglio.
Me li darete in tempo?
Bella domanda. Da essa dipende l'esito di quello che Rommel sa essere l'ultimo tentativo prima di dover subire la superiorit di Montgomery in uomini e mezzi. Cavallero, per, sembra avere altro per la testa. Il giorno dopo la promozione di Bastico a maresciallo d'Italia ne domanda la testa a Mussolini con la scusa che ha troppi compiti d'assolvere. Cos a Bastico rimane la cura della Libia, mentre le operazioni in Egitto sono assegnate in toto a Rommel e il suo riferimento diventa la Delegazione del comando supremo in Africa Settentrionale (Delease). La dirige Curio Barbasetti Prun, uno dei tanti generali italiani di cui la Storia non si  accorta. Il suo merito principale consiste nel non essere stato ancora fulminato, per il ruolo defilato fin l rivestito, dagli strali del malaticcio e umorale Rommel.
Un tale sconquasso pi burocratico che pratico - Rommel continua a essere e a comportarsi da Dio in terra - risponde all'ambizione di Cavallero di figurare in prima persona nelle operazioni africane in vista dei futuri trionfi. Per farla digerire anche a Mussolini, inizialmente contrario, ne solletica la vanit con il miraggio delle Piramidi sulle quali far sventolare il tricolore. Tuttavia le Piramidi, la gloria, le sfilate sul cavallo bianco non dipendono da questi giochini di societ, bens dai trasporti nel Mediterraneo. E la situazione in mare  tornata a essere assai complicata. Sommergibili e aerosiluranti inglesi hanno ripreso a colpire con precisione chirurgica. L'elenco delle perdite  sconfortante: le motonavi Monviso, Lerici, Rosolino Pilo e la tedesca Wachtfels, i piroscafi Ogaden e Perseo, la petroliera Pozarica. Viaggiavano con scorte risibili, di solito un caccia e un paio di torpediniere. Assieme al naviglio si sono inabissati i fondamentali fusti di benzina, gli autoblindo, i carri armati, i veicoli, centinaia e centinaia di uomini. In un mese  stato perso il 33 per cento dei rifornimenti. Rommel, che ha invano chiesto a Hitler di assegnare a Kesselring la supervisione della logistica, annota nel proprio diario: La sicurezza dei trasporti marittimi era affidata alla marina italiana. Gran parte dei suoi ufficiali non era per Mussolini e avrebbe volentieri visto la nostra disfatta anzich la nostra vittoria. Perci facevano opera di sabotaggio dovunque potessero. Non se ne traevano per le conseguenze politiche.
Da Berlino piove un rapporto del servizio informativo nel quale vengono riportati accadimenti e coincidenze, che inchiodano il Sis di Maugeri e diversi ammiragli. Cavallero e Am ottengono un incontro urgente dal duce. Alla relazione tedesca Am aggiunge le prove raccolte dal Sim. Mussolini legge ogni pagina con attenzione, poi suggerisce di mettere sotto controllo i telefoni dei sospettati. Argomento definitivamente chiuso.
Purtroppo per Rommel e per gli italiani schierati in Egitto a Churchill riesce di rifornire Malta boccheggiante e inoffensiva da mesi. Sarebbe stata un boccone facile facile se il miraggio del Cairo non ne avesse annullata la conquista. Il 10 agosto entra in Mediterraneo il meglio della flotta mercantile britannica: undici navi pi tre statunitensi, una  la petroliera Ohio con 11 mila tonnellate di carburante. La scorta  imponente: 4 portaerei, 2 corazzate, 7 incrociatori, 31 cacciatorpediniere, 6 corvette, 3 navi rifornimento, 2 rimorchiatori oceanici. Riccardi, Cavallero, Kesselring dispongono sommergibili, Mas, 800 fra bombardieri e aerosiluranti e per la bordata finale 3 incrociatori pesanti (Gorizia, Bolzano, Trieste), 3 leggeri (Eugenio di Savoia, Attendolo, Montecuccoli) e 11 cacciatorpediniere al comando di Da Zara, il presunto vincitore di Pantelleria, e dell'ammiraglio Angelo Parona.
Gi il 10 un U-Boot manda a picco la portaerei Eagle. Nei giorni seguenti i Savoia Marchetti, i Cant Z 1007, gli Junker, gli Heinkel affondano incrociatori e piroscafi, costringono la portaerei Indomitable e altre navi a ripiegare su Gibilterra. Viene colpita anche l'Ohio, il bersaglio pi succulento: la benzina che ha nelle stive serve per far volare gli Spitfire, i Bristol Beaufort, i Beaufighter atterrati a Malta nelle settimane precedenti e in attesa di scatenarsi nel basso Mediterraneo.
Secondo il piano originario spetterebbe all'imponente formazione di Da Zara e di Parona bloccare l'Ohio e le altre quattro navi superstiti in prossimit ormai della Valletta. Gli italiani attendono la copertura della caccia tedesca per fronteggiare eventuali incursioni delle squadriglie di Malta. Kesselring, invece, manda i suoi Me 109 a proteggere i bombardieri ancora impegnati contro i resti del convoglio anglo-americano. Secondo le migliori tradizioni, i sei incrociatori e gli undici cacciatorpediniere girano la prua e ritornano a Napoli. La mattina del 13 agosto l'attacco della Luftwaffe elimina un altro mercantile, tre navi entrano in porto. Manca all'appello proprio la Ohio attardata da una granata sulla fiancata. Il giorno successivo un ordigno fa scoppiare la sala macchina e sprofondare la poppa, ma sopraggiungono tre rimorchiatori per tenerla a galla e trascinarla in salvo. Le 11 mila tonnellate di carburante dell'Ohio significano che le squadriglie di Malta hanno adesso l'autonomia di volo sufficiente per fare il tiro al bersaglio sulle imbarcazioni dirette in Libia.

All'8a armata, delle cui divise  sopravvissuto soltanto il berretto e dove sono state abolite le licenze, gli approvvigionamenti non costituiscono un assillo. Montgomery ne riceve con regolarit 300 mila tonnellate a settimana. Pu dedicarsi alle carenze di comando emerse nella conduzione delle battaglie di luglio. Monty giudica i suoi generali abili combattenti, ma digiuni di strategia, di tecniche di guerra. Indica nell'assenza di coordinamento tra fanteria e carri, e in talune circostanze anche fra le brigate, il motivo che ha impedito ad Auchinleck di cogliere il successo definitivo. Istituisce la qualifica, sconosciuta all'esercito imperiale, di capo di stato maggiore. Il prescelto  Francis de Guingand, che si riveler un instancabile culo di pietra dell'organizzazione: proprio ci che Montgomery cerca per dedicarsi interamente alle prossime mosse. La prima direttiva riguarda i reggimenti carri: non andranno pi all'assalto contro gli 88 a guisa di squadroni di cavalleria, di Balaklava ne  bastata una; se ne staranno, invece, acquattati nell'attesa che l'aviazione e l'artiglieria distruggano i controcarro nemici. Ma  sull'umore e sulla coesione fra i reparti che la comparsa di Monty incide in profondit. E se era scontato che ci accadesse fra i tanti ufficiali critici con le scelte di Auchinleck, la risposta pi inattesa arriva dai veterani del deserto: percepiscono il nuovo comandante come il condottiero ideale, il campione da opporre a Rommel. Monty  stato perentorio da subito: niente lamentele, si fa come dico io e basta, non ci ritireremo pi.
L'intesa fra Alexander e Montgomery si palesa eccellente fin dall'esordio, nonostante la diversit di estrazione sociale e di carattere. Alexander ha la rara abilit d'interpretare a puntino sia i desideri di Churchill, sia i desideri del suo sottoposto. Annuncia che da El Alamein non si arretrer di un centimetro, come preteso dal primo ministro, e che l'offensiva si far, ma nei tempi pretesi da Monty. Sulla scia di questi sposta anch'egli in avanti il proprio quartier generale, racchiuso in una tenda, a pochi metri dalla riva. La truppa riceve una benefica scossa dallo scorgere i due capintesta in mezzo a essa. Migliorano pure i rapporti con la Western Desert Air Force fin l burrascosi. Montgomery dice a Coningham che fanteria, aerei, carri dovranno agire in totale coordinazione.
Di rientro da Mosca Churchill si ferma a Burg el Arab, dove pulsa il cuore dell'8a armata. Monty gli cede la propria roulotte dopo averla fatta sistemare a ridosso della spiaggia. Il primo ministro pu in tal modo bagnarsi pi volte al giorno e mostra di gradire le inattese attenzioni. La favorevole predisposizione d'animo non lo fa insistere pi di tanto nel chiedere quando l'8a armata sar pronta per infliggere la spallata definitiva.  il primo faccia a faccia tra due personaggi che soltanto il caso ha unito. E forse a Churchill basta fissare gli occhi del generale che non voleva per accorgersi che  molto meno ordinario di quanto lo giudichino i suoi detrattori. Malgrado l'altissima opinione di s, Monty ama poco il palcoscenico. Occorre l'insistenza del ministero per farlo mettere in posa a bordo di un carro armato Grant:  la famosa foto con il basco nero e il binocolo in mano, che diventer l'immagine della vittoria. Meno ancora gli piace bazzicare la prima linea: mai si sposter dal suo quartier generale in omaggio al principio che ciascuno svolge il lavoro per cui  pagato senza interferire nei compiti altrui. L'esatto opposto di Rommel attentissimo al culto della propria personalit, smanioso di apparire nei documentari e nelle foto della propaganda alla testa delle truppe come immagina facessero Alessandro e Napoleone.
A un Churchill sempre pi fiducioso Monty spiega che Rommel dispone di due mosse: o ritirarsi su posizioni pi vantaggiose e meno lontane dalle sue basi oppure irrobustire le proprie difese in attesa dell'attacco britannico. Avendo studiato accuratamente le campagne del rivale, anticipa a Churchill che Rommel non arretrer, anzi mette in conto un tentativo di aggiramento da sud. L'ha sempre fatto, dice Montgomery, perch dovrebbe rinunciarci proprio stavolta? Le informazioni in suo possesso pronosticano l'attacco tedesco per fine mese. Anche per fronteggiare simile evenienza Monty sta predisponendo la costituzione di un corpo d'armata corazzato in grado di battersi da pari a pari con l'Afrika Korps: non dobbiamo pi essere noi a preoccuparci delle iniziative di Rommel, ma lui delle nostre. Il corpo d'armata prescelto  il X, veterano delle campagne precedenti. Lo guida Herbert Lumsden, uno dei generali pi giovani e pi lodati.  coraggioso, ha fascino, i soldati lo seguono a occhi chiusi. Dall'abitudine a primeggiare discende una considerevole caparbiet che lo porta a scontrarsi con quanti gli stanno intorno. All'inizio Monty  attratto dalla sua personalit, ma se ne pentir.
Il X viene reimpostato con tre divisioni corazzate (la 1a, l'8a, la 10a) pi la divisione neozelandese, nonostante i reiterati scontri di Lumsden con Freyberg. All'equipaggiamento andranno aggiunti i 300 Sherman e i 100 cannoni semoventi da 75 mm inviati da Roosevelt e attesi a Suez per il 3 settembre. Se Rommel si muover prima, l'8a armata se la caver con quanto gi dispone. Tuttavia, per cacciare i crucchi dall'Egitto, Montgomery giudica indispensabile ricevere i rifornimenti promessi. Oltre all'enorme quantitativo di mezzi,  in arrivo dall'Inghilterra la 44a divisione, mentre la 50a e la 51a, rimpolpati i ranghi dopo le perdite di luglio, si addestrano fra Alessandria e il Cairo pronte ad accorrere dove incomber il pericolo.
Ma le previsioni inglesi sulle intenzioni di Rommel sono al momento contraddette dal diretto interessato. Il feldmaresciallo non manifesta alcun desiderio di riprendere l'offensiva. Anzi tempesta il comando supremo di proteste per i rinforzi. Con pignoleria elenca che alle unit tedesche mancano 12 mila soldati, 2500 sottufficiali, 200 panzer, 195 cannoni controcarro, 1400 veicoli; per non parlare degli italiani: hanno ricevuto i 5 mila della Folgore e i 7 mila della Bologna, tuttavia i loro effettivi sono ampiamente al di sotto del necessario. E il conto non  ancora concluso: Rommel pretende scorte di carburante idonee a coprire 500 chilometri con tutti i mezzi necessari all'operazione, in pi viveri e acqua per 5 giornate, munizioni per una settimana. Solo per le divisioni germaniche significa una riserva di 30 mila tonnellate. A disposizione, per, ce ne stanno appena 8 mila. E se anche questi rifornimenti per miracolo si materializzassero gli italiani non hanno veicoli per portarseli al seguito.
La riunione con Cavallero e Kesselring registra un paradossale rovesciamento di ruoli: Rommel restio a dare il via all'offensiva e il suo compatriota a insistere. Kesselring si spinge a garantire pure quanto non pu garantire: un'adeguata copertura dal cielo ai trasporti via mare e alle colonne avanzanti. L'unica sua remora riguarda il volo notturno: al contrario della Raf, la Luftwaffe non  attrezzata. E saranno dolori.
In questo cozzo di giganti il povero Cavallero si trova stritolato.  l'Italia a dover assicurare i rifornimenti. Qualsiasi deficienza viene addebitata alla sua marina e alla sua aviazione. Cavallero giura che  gia predisposto l'avviamento verso Bengasi e Tripoli di 4 petroliere e di 9 piroscafi con tutto quanto serve all'armata. D per scontato che le 6 mila tonnellate di benzina necessarie ai carri armati e alla logistica saranno a destinazione entro fine mese. Ma Rommel non si fida. Il 22 agosto chiede di essere sostituito per motivi di salute. Non  una semplice scusa. La pressione alta gli crea scompensi cardiaci, i problemi intestinali sono aumentati e lo incupiscono: il suo medico curante, nonch vecchio amico, professor Horster, ha consigliato sei settimane di assoluto riposo. A Berlino, per, quelli di Rommel vengono giudicati i capricci di una primadonna non abituata alle difficolt. Hitler lo prende in parola e propone a Kesselring di allargare le proprie competenze. Kesselring  orientato verso il s, ha gi scelto il generale Nehring quale responsabile operativo al fronte. Ma non se ne fa niente. La prospettiva di esser sostituito dall'eterno rivale contribuisce al repentino voltafaccia di Rommel: rimane al proprio posto e programma per il 31 agosto l'inizio dell'offensiva.
Sulle mappe germaniche il dito viene puntato verso il Nilo. Si torna a parlare di lanciare i par alle spalle delle brigate britanniche per impadronirsi dei ponti sul fiume. La prospettiva ridesta l'entusiasmo dei folgorini. Vengono ripescati i paracadute consegnati un mese prima: pi di met sono inservibili. Alcuni ufficiali tedeschi progettano di costruire sul Nilo un ponte di 500 metri con materiale italiano, sulla scia di quanto fatto dal nostro genio a Voroscilovgrad: in quattro ore sono stati approntati due ponti di 140 metri l'uno. Ma in Urss il materiale era a portata di mano, qui dovrebbe percorrere 300 chilometri di deserto sopra una teoria lunghissima di camion con rischi costanti di affossamento e di bombardamento dell'aviazione nemica. Il velleitario disegno  accantonato. Tutti, per, nella corte di Rommel restano convinti che ponti o non ponti l'avanzata si fermer soltanto a Suez. Gi molti si vedono a godere il meritato riposo ai tavolini dei caff del Cairo.
Circola meno ottimismo fra gli italiani. Forse  dovuto alle mille carenze con le quali ci si deve misurare giorno dopo giorno. Al XXXI si presentano i 72 guastatori specialisti sopravvissuti del XXXII fatto a pezzi il 17 luglio. Con il capitano Di Luzio, ci stanno i tenenti Bertolini, Leoni, Macchi, 14 superstiti e altri 54 raccolti negli uffici, negli ospedali, in licenza. La loro vista riempie i cuori di pena e la mente di cattivi pensieri sull'esito della guerra. Eppure fra i comandi girano le carte topografiche di Alessandria, del Delta. I rimpiazzi si vedono con il lumicino, la burocrazia domina persino in prima linea. La relazione mensile di Caccia Dominioni sullo spirito della truppa - pregevole, ma minacciato da numerosi fattori non difficili da eliminare - viene rimandata indietro. Il suo diretto superiore, che gli  anche amico, annota al margine: Hai ragione, ma certe cose non bisogna dirle. Fammi il piacere di toglierle.
Dobbiamo alla penna di Caccia Dominioni un ritratto al vetriolo del generale Enea Navarini, comandante del XXI corpo d'armata: pi interessato, secondo il nostro Lawrence d'Arabia, alla forma che alla sostanza, incurante dei sacrifici affrontati dai sottoposti. Viene mal sopportato che taluni ufficiali dei guastatori e dei paracadutisti girino con il cappello alpino. Chiss come sarebbe interpretata la tregua di mezzora stipulata da una pattuglia del 185 con una pattuglia inglese incontrata sotto la scarpata di el Taqa. Il reggimento di Boffa ha infatti abbandonato il Passo del Cammello per avvicinarsi alle postazioni nemiche di Nagb Rala. In alto, nella parte nord-orientale di el Taqa,  gi spuntato un piccolo cimitero. Accanto sono state montate le quattro tende dell'ospedaletto da campo sperando che l'aviazione rispetti la bandiera della Croce Rossa. Con gli inglesi ci si d la caccia nel vallone sottostante percorso dalla Palificata, i cui pali non sono stati accorciati proprio perch nel centro della no man's land. Eppure proprio qui, nella notte fredda e silenziosa illuminata a giorno dalla luna, i soldati delle due pattuglie in fila dentro l'ombra delle rocce hanno quasi sbattuto l'uno contro l'altro. Secondi di sguardi forsennati, poi la decisione di sedere e fumare una sigaretta: anzi, se le sono scambiate per meglio assaporare lo scampolo di quiete imprevisto.
I pochi egiziani rimasti nella zona s'industriano di vendere notizie ai due schieramenti. Li attraversano al buio, a volte senza calzari, seguendo piste conosciute solo a essi. Promettono rivelazioni fondamentali in un territorio coperto quasi per intero dai binocoli e dalla ricognizione aerea, bench quella italo-tedesca cominci ad avere l'affanno: i vuoti non vengono pi colmati, il fronte sovietico ha la netta precedenza. Gli egiziani non vogliono soldi, si accontentato di cibo, ma i nostri continuano a tirare la cinghia. Malgrado le promesse di Cavallero, le sistemazioni sono sempre di fortuna - il capitano di artiglieria Oreste Malandra in forza all'Ariete annuncia esultante in una lettera a casa di aver avuto la branda -, le provviste scarseggiano. Guai se non ci fosse il supermercato del Commonwealth. Le pattuglie del VII approfittano del buio per eliminare centri di fuoco nella piana di Alam Nayil. Il plotone del sottotenente Giovanni Gambaudo cattura 30 soldati e 6 Bren Carrier. All'interno di uno vengono trovate molte scatolette di ananas. Quello che le apre, annusa, assaggia, sputa. Ma un commilitone riconosce nelle fette gialle la frutta pregiata, allora tutti si danno a raccoglierle, a ripulirle dalla sabbia. Sono mangiate, anzi divorate al termine di una magnifica pastasciutta opera del capitano Mautino: ha ceduto uno dei sei Bren Carrier a Ferrari Orsi, comandante del X corpo d'armata, in cambio di un cesto di pomodori, di uno di cipolle e di un fusto di 200 litri d'acqua senza il retrogusto della benzina. Ci sarebbe anche la medaglia di bronzo che Ferrari Orsi appunta sul petto di Gambaudo, tuttavia passa in secondo piano dinanzi al piatto di pasta che non si assaggiava da mesi.
Ferrari Orsi  uno dei tanti cavalleggeri rimasti con il cuore e con le abitudini a un'epoca ormai tramontata. Su questo fronte abbondano. Dalla cavalleria provengono De Stefanis, il comandante del XX, uno dei suoi vice, Ruggeri Laderchi, Carlo Ceriana Mayneri, comandante della Littorio al posto di Becuzzi ferito il 25 luglio, Manca di Mores, comandante in capo dell'artiglieria, il generale Nicolini, comandante dell'artiglieria del XX, il colonnello Mancinelli, ufficiale di collegamento con Rommel e nel dopoguerra il pi accanito difensore del soldato italiano, spesso sottoposto a ingiuste critiche nelle rievocazioni degli storici anglosassoni e tedeschi. E non possono che essere cavalleggeri i comandanti dei due battaglioni carri dei Lancieri di Novara, i maggiori Fabbri e Guiscardi. Ma il numero pi considerevole figura nella Folgore: buttarsi con il paracadute ha assunto lo stesso alone romantico di una carica a sciabola sguainata. Da Bechi Luserna a Visconti di Modrone, dai fratelli Ruspoli a Valletti Borgnini, da Zanninovich a Marenco di Moriondo non ci si pu sbagliare: hanno sempre la barba fatta e spesso il frustino nelle mani. Allorch dalla steppa prorompe l'eco della carica a Isbuscenskij del Savoia Cavalleria un moto d'orgoglio e una voglia di emulazione li fa vibrare.
Non sembra sceso da cavallo il tenente colonnello Arrigo Dall'Oglio, comandante del 40 fanteria della Bologna.  un volontario, l'hanno accettato perch ha fatto il diavolaccio e per riconoscenza del suo passato nelle trincee del '15-'18: ci ha perso un occhio, mezza mascella, un braccio e una gamba, ci ha guadagnato tre medaglie d'argento e tre di bronzo. A ogni sguardo ironico risponde a brutto muso: giudicatemi sotto il fuoco. La fedelt di quasi tutti va al re piuttosto che a Mussolini. Molti, anzi, nutrono nei confronti del regime un'avversione appena appena mascherata: si sono visti scavalcati nella carriera e nei comandi da quelli provenienti dalla milizia o da chi  stato lesto ad acchiappare la tessera del partito. Anche i fascisti avvertono che a unire non  la fede ideologica, bens l'appartenenza alla patria lontana.
Nei 58 chilometri da El Alamein a el Qattara truppa e ufficiali patiscono eguali disagi e privazioni. Dal colonnello alla recluta pi giovane la dissenteria non guarda in faccia, non chiede i gradi. Troppo caldo, troppe mosche, troppi residui di benzina nell'acqua, troppe scatolette, troppi vermi, niente frutta, niente verdura, persino le provviste britanniche, con l'eccesso di sale e di condimenti, contribuiscono ad aumentare i problemi gastrointestinali. I tedeschi prendono l'abitudine di non separarsi dalla vanghetta, spesso se la portano appresso nella corsa verso la liberazione. Fra loro e gli italiani hanno il triplo di malati delle truppe del Commonwealth. La differenza sta nella migliore igiene dell'8a armata. L'esperienza delle colonie ha insegnato agli inglesi a proteggere le latrine con lamiere e stoffa: hanno infatti imparato che a diffondere le infezioni sono le mosche in volo dai rifiuti organici al cibo.
Si vive in mezzo ai cattivi odori; si vive male nella solitudine della buca dove il compagno  il moschetto e se si  in due con il fucile mitragliatore bisogna adattarsi a condividere anche i disturbi e i fetori dell'organismo. Pure accendere la sigaretta o riscaldare il pentolino costituisce un rompicapo. I fiammiferi, che nella scatoletta hanno la pubblicit dell'aranciata San Pellegrino, diventano introvabili. Dicono che non li mandano proprio. Si suggerisce di fare alla maniera antica sfregando due pezzetti di legno. Sistema precario assai, al quale viene preferito il moncone di corda di canapa sempre acceso, ben dissimulato nella sabbia per non farlo individuare dagli osservatori nemici e con turni di cinque minuti per soffiarci sopra ed evitare che si spenga. Esiste, infine, un altro rimedio, ma bisogna essere in confidenza con l'ufficiale per domandargli se pu prestare il monocolo giusto il minutino che serve per attrarre i raggi del sole.
Un articolo apparso a met agosto sul Corriere della Sera celebra attraverso i guastatori (titolo per l'appunto: Il guastatore a teatro) lo spirito dei combattenti d'Africa.  una delle innumerevoli corrispondenze di Paolo Monelli. Ha fatto l'alpino nell'altra guerra e usa i propri ricordi per raccontare con frasi toccanti, prive di ogni retorica, l'abnegazione e le sofferenze dei tanti in attesa di morire.
Monta l'orgoglio di esser l. Il confronto fra le nostre deficienze e l'abbondanza nemica, che cresce quotidianamente, sortisce l'inspiegabile desiderio di fargliela vedere al mondo. I ragazzi della generazione sfortunata sono animati dal sentimento di rappresentare il meglio di un Paese in mano a corrotti, opportunisti, scansafatiche.

5. La trappola.

Le promesse di Cavallero risultano proprio da marinaio. In Africa arriva molto meno di quanto assicurato a Rommel. Agosto, anzi, registra quasi un dimezzamento del carico rispetto al mese precedente. Dai nostri porti vengono inviate 38.750 tonnellate di materiale, poco pi del 43 per cento del fabbisogno, e ne giungono 29.155, il 32,39 per cento. Nell'ultima settimana del mese sono sbarcate soltanto 13 mila tonnellate. Anni dopo financo l'ufficio storico della Marina, pur con tutte le ovvie cautele, sar costretto ad ammettere: La portata delle navi mercantili avviate in Libia non era interamente sfruttata e si pu formulare l'ipotesi che la determinante di tale fatto  da ricercare nella carenza di materiali pronti per il carico, ma potrebbe anche darsi che sia da attribuire, almeno in parte, alla mancanza di una volont decisa... Cavallero appare persino masochista nella pignoleria con cui annota gli affondamenti e le perdite. A volte glieli spiffera Kesselring: Supermarina, infatti, non  cos solerte nel comunicare i disastri in corso nel Mediterraneo. Su tredici piroscafi, nove sono stati affondati dai sommergibili. Ritorna l'angosciante domanda degli ultimi anni: la solita fortuna sfacciata degli inglesi oppure erano informati a menadito sulle rotte? L'indifferenza di Mussolini, il suo rifiuto di capire che le informazioni a Londra vengono soffiate dalle segrete stanze di Santa Rosa bloccano qualsiasi possibilit di fare luce, nonostante i tedeschi gli abbiano messo per iscritto i nomi e i cognomi degli ammiragli conniventi con il nemico.
Nel dopoguerra la marina per giustificare gli affondamenti scaricher tutte le responsabilit su Ultra, la macchina con cui il Secret Intelligence Service decrittava a Bletchley Park i cifrati di Enigma, il codice usato dalla Wehrmacht per le trasmissioni. Ma dal quartier generale sulla Cassia mai vengono comunicati ai comandi tedeschi le rotte delle navi, al massimo il giorno in cui partiranno. Tuttavia sommergibili e aerosiluranti di Cunningham dimostrano un'incredibile puntualit nel colpire: come se conoscessero in anticipo longitudine e latitudine dell'appuntamento. Sia colpa del Caso, di Ultra o del tradimento, per evitare tale sconquasso basterebbe un decente servizio scorta, anzich l'abituale cacciatorpediniere, che cos diventa la vittima aggiuntiva.
Gli ultimi giorni di agosto sono terribili. Il 27 un intero convoglio finisce nelle fauci dei sommergibili: spariscono i piroscafi Istria, Delpi, Paolina, la motonave Manfredo Campeiro. Trasportavano veicoli, cannoni, blindati, carburante, munizioni. Nell'ultima settimana del mese all'armata italo-tedesca affluiscono 13 mila tonnellate di materiale, a quella di Montgomery 500 mila. Agli italiani arrivano le nuove granate per il 47/32. Le chiamano E/P, Effetto Perforante. Hanno il vantaggio di non esser traccianti e di produrre una corta vampa non rintracciabile di notte, allorch si usa rispondere al fuoco puntando sulla vampa di partenza. Purtroppo ai carri armati sopra le 20 tonnellate, e Monty incomincia ad averne tanti, le granate E/P fanno il solletico, a meno di non centrare la feritoia della torretta o le congiunzioni dei cingoli. Non a caso fra qualche mese in Russia gli alpini le definiranno Effetto Pernacchia.
Rommel comprende che non ricever ci che Cavallero e Kesselring gli hanno garantito pochi giorni prima, quando egli riteneva poco saggio attaccare. Adesso, se vuole sfruttare la luna piena per avanzare pure di notte, deve muoversi entro il 30 agosto, cio con il poco che ha disposizione. Il buon senso suggerirebbe di rinviare l'attacco, di prendere in considerazione un arretramento verso il ciglione di Sollum su una linea pi difendibile e, soprattutto, pi vicina ai magazzini dell'intendenza. Sono ipotesi gi esaminate da Rommel, per il feldmaresciallo non vuole abdicare alla propria aureola. Come riconoscer in seguito, rinuncia alla prudenza per inseguire una chimera. Non ha i carri armati per lo sfondamento centrale, di conseguenza opta per una manovra avvolgente identica a quella che tre mesi prima ha sorpreso Auchinleck e Ritchie a Ain el Gazala. Stavolta l'aggiramento dovrebbe avvenire ad Alam el Halfa, quasi a met strada fra la costa e la depressione di el Qattara. Negli intendimenti di Rommel in poco pi di ventiquattr'ore le colonne corazzate dovrebbero raggiungere la costa a el Hamma e insaccare gran parte dell'8a armata.
Il piano prevede che a nord, fra il mare e la depressione di el Mireir, attacchi il XXI corpo d'armata del generale Navarini; a sud, fra el Mireir ed el Taqua, il X di Ferrari Orsi. Dietro di esso le forze incaricate di travolgere le difese britanniche di Alam el Halfa, il nerbo dell'armata sul quale poggiano le speranze di Rommel: la 21a divisione corazzata e la 164a con obiettivo Alessandria; la 90a leggera, la 15a corazzata e il raggruppamento esplorante misto con obiettivo il Cairo e i ponti sul Nilo. Tra i panzer sono stati appena inseriti 27 nuovissimi Mark IV, dotati di una corazza da 60 millimetri e di un lungo cannone da 75, capace di neutralizzare il carro avversario a tre chilometri. Si aggiungono ai 10 vecchi Mark IV con il cannone a canna corta, ai 71 Mark III special con il cannone lungo da 50 millimetri, e ai 93 Mark III con il cannone da 75 millimetri.
Rommel punta sui suoi collaudati reparti. Agli italiani affida incarichi secondari. Nel raggruppamento esplorante figurano in seconda linea una batteria dell'Ariete con 88 germanici, il III gruppo di autoblindo dal romantico nome Nizza Cavalleria e l'acciaccato VIII bersaglieri della Trieste. Il XX corpo d'armata di De Stefanis con i resti del nostro meglio (Ariete, Littorio e Trieste) dovr occupare i ponti nel medio Delta. Nel complesso il disilluso feldmaresciallo dispone di 67 battaglioni (39 italiani); di 536 cannoni (336 italiani); di 515 carri armati (281 italiani e fra questi 38 carri L, cio buoni solo a bruciare); di 119 autoblindo (72 italiani); di 777 aerei (427 italiani). Di fronte stanno 66 battaglioni tutti motorizzati; 576 cannoni da campagna, esclusi i pezzi controcarro e contraerei; 450 tank, fra i quali 164 nuovi Grant muniti del cannone da 75 non all'altezza di quello dei Mark IV, ma in grado di fare sfracelli degli altri carri; 150 autoblindo; 1200 aerei.
L'Ait denuncia ovunque una palese inferiorit.  gravissima a livello di carri armati: tolte le scatole di sardine, ne possiede la met di Monty. Ai semoventi con il 75, ormai equiparati a carri d'assalto, malgrado le marchiane insufficienze, vengono tolti i sedili per stipare il centinaio di granate a disposizione. I tre membri dell'equipaggio siedono sopra questa santabarbara: se saranno colpiti, non avranno speranze di scamparla. L'inferiorit  notevole pure nella fanteria. Il battaglione italiano conta 450 effettivi, quello inglese 800. Il battaglione italiano ha 27 tra mitragliatrici e fucili mitragliatori, 18 pezzi controcarro, 12 automezzi, nessun mortaio. Quello inglese ha 120 tra mitragliatrici e fucili mitragliatori, 22 mortai, 25 pezzi controcarro, 28 automezzi (21 cingolati). I battaglioni tedeschi sono meglio armati, hanno ricevuto la nuova mitragliatrice MG 42 da 1200 colpi al minuto, tuttavia non toccano le 500 unit. Anche nei cieli il divario  molto pi netto di quanto non dicano i numeri: la qualit degli aerei inglesi e statunitensi  di gran lunga migliore di quasi tutti gli aerei italiani.
Pure l'alto comando britannico ha guardato le fasi lunari e dedotto che l'offensiva incomincer dopo il 26 agosto. Per di pi Montgomery ha intuito in pieno gli intendimenti del rivale. Le sue contromosse prevedono a nord il XXX corpo d'armata di Ramsden e a sud il XIII di Horrocks, giunto da Londra in sostituzione del defunto Gott: sono stati apprezzati l'energia e l'ottimismo del quarantaseienne generale durante il lavoro in comune nel sud-est dell'Inghilterra. Ma il piatto forte Monty l'ha apparecchiato intorno ad Alam el Halfa, dove  pronto a giurare che Rommel cercher d'incunearsi: vi sono attestate la 44a divisione di fanteria e la 10a corazzata. In prossimit di Quota 102, alle propaggini occidentali dell'altura, i carri armati della XXII brigata corazzata vengono interrati fino alla torretta per sottrarli al fuoco degli 88. Montgomery vuole essere attaccato per poi annientare il nemico sfruttando il sistema delle fortificazioni difensive. De Guingand lavora ininterrottamente giorno e notte per coordinare l'impiego di artiglieria, blindati e Spitfire. Pochi giorni prima della data fatidica le truppe affrontano un'esercitazione in cui simulano il cedimento della prima linea e l'arretramento fino allo scatto della trappola. Un lusso che Rommel nemmeno si sogna. Monty  talmente sicuro della solidit degli approntamenti e della preparazione dei soldati da tenere il corpo d'armata d'lite, il X di Lumsden, nelle retrovie a completare l'addestramento.

La sera della vigilia, quando l'approssimarsi della battaglia induce ai rendiconti di una vita, il maggiore Giovanni Crivelli si confida con Caccia Dominioni: non si conoscono, per hanno amicizie in comune e soprattutto lo stesso approccio alla vita, la stessa pena per il futuro. Crivelli  un esperto di montagne, di miniere: ha lavorato all'estero fino al gennaio '42, poi  rientrato in Italia per rispondere alla cartolina precetto, lui che  gi stato nelle trincee dell'altra guerra e sul Carso ha meritato la medaglia d'argento. A El Alamein gli hanno affidato un reparto della Bologna e prende sul serio l'incarico per quanto nutra poche illusioni. Non mi risparmio perch il gennaio scorso, nel viaggio di rimpatrio dal mar Nero, mi trovai la cabina del vagone letto occupata da un'audace danesina, trentenne e pianista. Qualche ora dopo, credendomi austriaco o svizzero, parl del nostro Paese e disse, in termini meno crudi, ma altrettanto espliciti, una frase equivalente a quella del colonnello francese, che ci aveva messi al secondo posto, dietro la Francia, nella classifica della merda. Arrivai in Italia, ne mancavo da quattro anni e trovai che indiscutibilmente c'era moltissima merda. Invece qui, se escludi quella organica e abbondante, moltiplicata dalla nostra colite, c' poca merda. Questo posto non mi dispiace. L'Italia s' davvero spremuta per mandare quaggi quanto poteva riunire di pi pulito: speriamo che se ne salvi un po'.
E non sar un caso se molti dei pochi sopravvissuti di El Alamein all'8 settembre non avranno dubbi da quale parte schierarsi assieme al meglio di un popolo che non riesce a essere una Nazione, preda di opportunismi, d'interessi particolari, di egoismi: tutto ci che il fascismo ha esaltato e protetto. Ma dov' ora il codazzo di gerarchi e di cortigiani che ha accompagnato Mussolini a fine giugno, quando si sognava a occhi aperti la sfilata trionfale ad Alessandria, al Cairo? Adesso che il pericolo incombe sono tutti al sicuro a Roma, spaparanzati in comode poltrone. Al fronte sono rimasti i radi rappresentanti di una coscienza civile smarritasi nei favoritismi e nella miopia di un regime, che pure agli esordi aveva illuso una parte consistente della giovent. Quasi niente  rimasto della promessa di costruire un'Italia nuova e moderna. Anche il sogno dell'Africa si  tramutato in un incubo. E per quanti marciscono nelle buche fra diarrea e mosche conta ormai onorare la patria, un'Italia senza aggettivi, l'Italia del Risorgimento e del '15-18. Il fascismo e soprattutto Mussolini appaiono i responsabili del tremendo, sanguinario bluff, che li ha sprofondati in questo deserto.

Il 30 agosto  una domenica. I cappellani officiano messa davanti ad altari improvvisati, le funzioni sono pi affollate del solito. Molti desiderano mettersi in pari con un Dio di cui ci si era magari dimenticati. Alle 19,30, sotto lo splendido biancore della luna, le avanguardie italo-tedesche scattano in avanti nel settore settentrionale. Sulla torretta di un L6 una mano baldanzosa ha scritto: Mamma cara vado e torno. Un battaglione della Ramcke muove verso le propaggini occidentali del Ruweisat, preceduto da due compagnie del XXXI, la 7a del capitano Santini (le tigri), che vorrebbe ripetere l'exploit di Tobruk, e la 1a del tenente De Rita (i giaguari). I guastatori riescono ad aprire un sentiero, giungono in prossimit dei ridotti sudafricani. I giaguari di De Rita attaccano con i lanciafiamme, dall'altra parte rispondono a tono. La compagnia ha diversi morti, tuttavia il fortino  espugnato, si contano 50 prigionieri.
Alle 22 si muovono le forze del settore meridionale: a fare da apripista i par della Folgore e i fantaccini della Brescia, dietro i panzer, le scatole di sardine, i semoventi del maggiore Barone, i bersaglieri del tenente colonnello Rocchetti. Le difficolt si palesano da subito: i campi minati. Italiani e tedeschi ne erano informati, ma non ne immaginavano le dimensioni: le fasce pi piccole vanno da 20 a 50 metri, le pi grandi da 50 a 150. Superate queste, s'incontrano quelle che gli inglesi chiamano zone di annientamento: oltre alle mine sono state collocate grosse ogive aeree ad accensione comandata. I guastatori di Caccia Dominioni si dannano l'anima per liberare il terreno, ma non possono correre ovunque, cos succede che venga inviata in appoggio una squadra di genieri, si tratta, per, di telegrafisti e non hanno pratica di mine.
Fra Deir el Munassib e Qaret el Himeimat, una collina tozza e gibbosa all'inizio dei ventidue chilometri verso Alam el Halfa, i reparti non riescono a districarsi. L'artiglieria della 2a divisione neozelandese li prende d'infilata. Spuntano anche i bombardieri Wellington e Albacore addestrati al volo notturno: nessuno li aveva previsti. Non c' difesa contro la morte che piove dal cielo. Aumenta la confusione, spunta la sfiducia. Ci arriveremo mai al Nilo? Con tutte quelle ragazze che ci aspettano e i cesti di frutta, ma lo sai da quanto non mangiamo frutta...?
I ragazzi della Folgore rimangono sparpagliati. Il V e il VII del 186, al comando del tenente colonnello Marescotti Ruspoli, marciano nella colonna di sinistra del generale Dino Parri assieme al I e al II del 19 Brescia al comando del tenente colonnello Macr; nella colonna di destra stanno il IX e il X del 187, guidati dal colonnello Camosso, e due battaglioni di par tedeschi con lo stesso generale Ramcke. I paracadutisti ci danno dentro. Paradossalmente li avvantaggia il procedere a piedi. In molti serpeggia l'ansia non dichiarata di mostrare ai crucchi di che cosa siano capaci gli italiani. Clinio Misserville, guastatore della 185a compagnia minatori, si  sempre offerto volontario per le azioni pi rischiose. Lo fa anche adesso che la colonna si arresta all'inizio di un campo minato. Un ordigno di insolite proporzioni sbarra la strada. Misserville si mette all'opera per disinnescarlo, ma gli esplode fra le mani. Il suo corpo  trafitto da sessanta schegge, le mani maciullate, le orbite vuote. Con l'ultimo soffio mormora al comandante: Signor tenente si pu passare, non c' pi pericolo, cos almeno recita la motivazione della sua medaglia d'oro. Anche se non furono le parole esatte, rendono comunque lo spirito aleggiante.
Alla Quota 99 di Deep Well, nome inglese per identificare un mucchietto di sassi alla destra della depressione di el Munassib, i par del VII fanno una sorpresina a un centro di fuoco neozelandese. Catturati 75 soldati, 8 jeep, 4 mortai da 76 con relativo munizionamento. L'impresa costa 4 morti e 18 feriti. Con i mortai britannici Mautino allestisce un secondo plotone mortai. La 6a/II del capitano Paolo Emilio Marenco raggiunge la vetta di Qaret el Himeimat quasi fosse una scampagnata: alcuni scanzonati ragazzi milanesi la battezzano in dialetto Caretta d'i bej matt. Da l sciamano i carri della Littorio.
L'avanguardia del tenente colonnello Rocchetti (lo squadrone di blindati L del tenente Sartorio, la DLIV semoventi del capitano Beretta, la 1a compagnia carri M14 del capitano Campini, la 4a/XXIII del tenente Arosio, il reparto genio del maggiore Bigliani)  inchiodata nei pressi di Quota 115, dieci chilometri a est di Gebel Kalakh. Nel lampeggiare dei razzi con il paracadute lanciati dagli aerei, le scatole di sardine offrono un magnifico bersaglio sia ai bombardieri, sia all'artiglieria. Rocchetti  ferito, il comando passa a Beretta. Ma a chi miriamo? I cannoni inglesi sono fuori obiettivo. Non lo sono, viceversa, i carri armati che avanzano per spazzare via l'avanguardia in difficolt. I semoventi di Beretta fanno il miracolo di bloccarli. In un paio d'ore vengono sparate 305 granate, 20 tank bruciano, ma la DLIV ha quasi esaurito le granate.
Si continua a strisciare metro dopo metro sul terreno alla ricerca delle micidiali trappole, mentre carri e semoventi possono soltanto sperare nel buon Dio. I genieri del maggiore Bigliani si prodigano nell'individuare e dissotterrare le mine. Su una di esse salta anche Bigliani: miracolosamente se la cava con due squarci alla gamba e all'avambraccio. Alla fine il varco viene creato con un elevato prezzo in vite umane. Il distintivo del DLIV comincia a servire per individuare i morti.
All'alba, con un ritardo gi di parecchie ore sulla tabella di marcia, il raggruppamento esplorante e la 15a corazzata sbucano finalmente a est del sistema difensivo; la 21a e la Littorio ne vengono fuori alle 9,30; la Trieste, l'Ariete e la 90a soltanto alle 12 e sfruttando il passaggio creato dalla Littorio. Rommel invia un messaggio di congratulazioni. La Littorio continua a comportarsi al meglio nonostante la girandola di comandanti. L'ultimo, Ceriana Mayneri,  stato ferito e a sostituirlo viene rimandato Bitossi, uno dei pochi generali preparati nell'utilizzo dei blindati, accolto benissimo dalla truppa.
L'attraversamento delle fasce minate si rivela improbo anche per i generali tedeschi. Muore von Bismarck, il comandante della 21a;  ferito gravemente Nehring, la guida dell'Afrika Korps;  ferito anche Kleemann, responsabile della 90a. Rommel ordina una serie immediata di spostamenti: von Vaerst assume anche il comando del corpo d'armata, dalla 164a arriva Lungershausen. Tuttavia il contraccolpo sul morale e sull'efficienza delle divisioni  inevitabile, peggiorato dalla strenua resistenza dell'8a armata e dallo strapotere della Western Desert Air Force. Gli aerei dell'Asse si alzano solo all'alba e sono comunque in numero insufficiente per contrastare i bombardieri scatenati contro i panzer. Nessun Macchi, nessun Messerschmitt si mette in coda all'Hurricane che mitraglia l'ospedale della Bologna.

Anche il IX e il X della Folgore proseguono verso Deir Alinda e Deir el Munassib assieme ai par della Ramcke e al III gruppo del 185. Italiani e tedeschi si pestano i piedi. La voglia di recuperare il tempo aumenta il caos. Favorito dal buio e dalla scarsa conoscenza dei movimenti altrui, scoppia un conflitto a fuoco fra italiani e tedeschi con morti e feriti. In quella notte piena d'incognite succede pure che un plotone di granatieri devii troppo verso sud, incocci in un fortino abbandonato e lo occupi. Lo stesso fortino  per avvistato da un plotone di par della colonna Parri. Scorgono i movimenti, ascoltano le voci: il tempo di piazzare il fucile mitragliatore, il solito Savoia e via a testa bassa contro il presunto nemico, che si arrende in un battibaleno. Riconosciutisi a vicenda, con gli italiani che se la ghignano per aver costretto l'altezzoso camerata ad alzare le mani, ognuno va per la propria strada, ma attento a non perdere di vista l'altro.
I folgorini spingono a braccia i cannoncini da 47/32 e sulle spalle portano le cassette di munizioni. Di ostacoli ne incontrano pochi. I neozelandesi di presidio al settore non hanno preventivato che qualcuno s'avventuri sui sentieri scoscesi. Comincia la conoscenza di queste tre cime troncoconiche, il cui nome (Munassib) evoca il treppiedi usato per scaldare le vivande. I paracadutisti compiono i gesti abituali di quando sull'aereo ci si prepara al lancio. Pi di un ufficiale pronuncia il solito augurio: in bocca al lupo, ragazzi, e occhio all'atterraggio...
Il 187 si acquatta nel buio in attesa di aggredire Quota 101. Bechi Luserna manda le staffette per ricordare al capitano Amleto Carugno e al maggiore Aurelio Rossi di aspettare il razzo rosso prima di dare il via all'assalto. Nello stupore generale si ode una tromba suonare la carica. Poi l'urlo del battaglione.  il X di Rossi, che guida l'attacco con il monocolo e le bombe a mano. Le linee nemiche vengono scompaginate, i parapetti abbattuti. Rossi si issa su un Grant con la bisaccia piena di granate pronta all'uso, una raffica per lo centra in pieno petto. Al termine di una breve agonia morir a quarantatr anni. Era stato diciannovenne ardito sul Piave: due ferite e tre medaglie d'argento. Aveva fatto l'avvocato a Napoli e il cacciatore di elefanti in Africa, dov'era tornato nel '36 alla testa di un battaglione eritreo. E non s'era tirato indietro quando l'avevano richiamato per la terza volta. Anzi, aveva portato da Tarquinia la tromba del battaglione sicuro che sarebbe servita. E infatti il trombettiere Scotti l'ha suonata. Rossi era molto ammirato e molto temuto dai suoi. Trentacinque anni dopo, Raffaele D'Oronzo (Folgore!... E si moriva) spiegher: C'era questo maggiore Rossi, Dio l'accolga, che nessuno mi leva dalla testa sognasse per s e per il suo battaglione l'eroismo pi esaltante. Sono pi che persuaso che con Rossi, un giorno o l'altro, sarebbe arrivata la sua e la nostra ora. Dio ha voluto che arrivasse prima la sua e siamo qui a raccontarla. Pure, occorre riconoscere che pagava di persona.
La posizione dei due battaglioni  diventata precaria. Spira anche Carugno. Il suo posto  assunto dal capitano del 187, Fabio Rugiadi: prende una scheggia al braccio destro, una seconda alla gamba e una terza al braccio sinistro, mentre claudicante cerca di raggiungere la propria compagnia. Gli amputano l'arto, ma non sopravvive allo choc.  stato ferito tre volte anche il ventenne Giacomo Cesaroni, staffetta del 187. Ha le gambe inutilizzabili: puntellandosi sui gomiti raggiunge il comando di compagnia, trasmette il messaggio e chiude gli occhi per sempre. Salta su una mina il giovanissimo sottotenente Giovanni Stassi del V, accorso volontario da Tunisi, che pochi giorni prima ha fatto ritorno da un pattugliamento alla guida di un Valentine. Alcuni paracadutisti dello stesso battaglione, ingabbiati da un reparto motorizzato neozelandese, vengono liberati dai fanti della Brescia: avevano gi raccomandato l'anima al Padreterno dinanzi alle lame dei pugnali mulinanti a pochi centimetri dal volto.

Sul cocuzzolo di Alam el Halfa, la Quota 132, gli ufficiali inglesi della 22a e della 23a brigata corazzata seguono con i binocoli il sussultante progredire dei panzer e dei reparti di accompagnamento. Temono che il nemico possa aver cambiato il disegno strategico. Le divisioni corazzate germaniche hanno perso altre ore per rifornirsi di carburante e di munizioni. Rommel appare incerto, ha un lungo conciliabolo con il colonnello Bayerlein, che da capo di stato maggiore dell'Afrika Korps sta gestendo il passaggio di consegne a von Vaerst. Il maresciallo  sconfortato pi dagli imprevisti bombardamenti della Raf che dagli effettivi danni arrecati: aveva affermato che la velocit era l'elemento imprescindibile per la riuscita dell'operazione, ma ora  lui a indugiare. Appare tentato di lanciare il meglio delle sue forze verso la costa e lasciare gli italiani a contenere le divisioni stipate ad Alam el Halfa. Alla fine, invece, conserva il piano originale: i suoi devono puntare su Alam el Halfa, il XX corpo d'armata su Alam el Bueib, qualche chilometro pi a sud.  probabile che nella decisione abbia influito una mappa della zona, abbandonata ad arte, su iniziativa di de Guingand, all'interno di un blindato. In essa era tracciata una zona disagevole a sbarramento di una strada, che si voleva impedire di prendere; al contrario il sentiero conducente alla sommit della mitica Quota 132 appariva sgombro di ostacoli fino al ricongiungimento con la linea ferrata. E il generale von Thoma, comandante dell'Afrika Korps dal 26 settembre, racconter dopo la cattura che quell'amo era stato completamente inghiottito da Rommel.
Montgomery pu, dunque, tirare un sospiro di sollievo: il rivale sta per infilarsi nella trappola, che gli  stata allestita. Dalla 7a divisione corazzata, che ripiegando accompagna la marcia di avvicinamento delle unit tedesche, viene costantemente informato sulle mosse avversarie. Nel pomeriggio inoltrato, dopo una tempesta di sabbia, la 15a e la 21a attaccano Quota 102. Il terreno cede sotto il peso dei panzer, i cingoli affondano, il ghibli complica ogni movimento, la mira e la rapidit di fuoco della 22a brigata corazzata di Pip Roberts fanno il resto. A dare man forte giunge anche l'8a brigata corazzata del generale Custance. Invano Rommel ordina di portare avanti l'Ariete e la Trieste: la Littorio  obbligata a sostenere da sola il peso dell'offensiva ai piedi di Deir el Munassib. Poco distante il raggruppamento misto esplorante non riesce a superare le difese dei reparti di Renton. Costretti a battersi su posizioni disagevoli, italiani e tedeschi restano distanti dagli obiettivi fissati. Monty manda di supporto anche i sudafricani della 2a brigata di Poole.

Seconda battaglia (30 agosto-5 settembre 1942): 
schieramento delle forze contrapposte la sera del 30 agosto

Il semovente 4445 del sottotenente Bruno Angioy viene attardato lungo la Palificata da un guasto. Effettuata la riparazione, il blindato e la Guzzi 500 della staffetta motociclista Gavioli non riescono pi a ristabilire il contatto con la batteria del capitano Beretta. Incominciano a girare in tondo fra dune all'apparenza identiche dentro un panorama sconfinato. Si esaurisce l'acqua nel radiatore ed  sostituita con l'urina, si esauriscono anche gli accumulatori della radio di bordo. Di conseguenza non si possono raccogliere i messaggi lanciati nell'etere da Beretta. Il semovente 4445 continua a seguire la rotta assegnata alla partenza: 90 centigradi est-nord-est, poi rotta est-sud-est 126 centigradi. In parole povere, lambire l'estrema propaggine di Alam el Halfa prima di deviare verso l'aeroporto del Cairo, la meta finale. Dopo una settimana di vagabondaggio inasprita dalla mancanza di acqua e di cibo, una pattuglia della 2a divisione neozelandese li cattura. Nell'inutile tentativo di difesa Gavioli esaurisce tutti i proiettili del suo 91.

Seconda battaglia (30 agosto-5 settembre 1942):
schieramento delle forze contrapposte al mattino del 1 settembre

Gli M14 e i semoventi della Littorio battagliano nella zona fra Deir el Hina e Qabr Hani Zada esposti al tiro dei carri britannici e all'inferno che subissa dal cielo. Saltano per aria le riserve di munizioni e parecchi mezzi corazzati. I velivoli di Coningham, rinforzati da alcuni gruppi statunitensi di bombardieri Mitchell, compiono quel giorno 111 missioni. Vengono anche provati i nuovi ordigni da 4 mila libbre con effetti spaventosi per coloro che li devono subire. Invano gli occhi d'italiani e tedeschi si alzano verso l'orizzonte: non si scorgono n Macchi n Stuka. Non si riesce ad avanzare. Si brucia nell'incendio dei carri, si muore avvinghiati a quegli arbusti trasportati dal vento masticando e inghiottendo sabbia. Qualcuno invoca la mamma, qualcuno mormora: Dio mio perch mi hai abbandonato?
Al tramonto von Vaerst ordina il ritiro. In poche ore l'Afrika Korps ha perduto quasi un terzo dei carri. E con il buio ricomincia il tormento dei bombardieri notturni, che si accaniscono senza incontrare alcuna replica. Rommel tuttavia non si d per vinto. Nella mattinata del 1 settembre cerca quanto meno di attestarsi su Quota 102, ma i panzer della 15a sono stoppati dall'ottimo posizionamento dei mezzi corazzati di Gatehouse. L'8 reggimento carri supera perfino Quota 132, la strada costiera  a soli undici chilometri, ma il 5 della 21a  bloccato dal fuoco concentrico dei tank e delle artiglierie. Le difese predisposte da Montgomery reggono magnificamente alla prova. L'assalto del pomeriggio si risolve addirittura in una batosta con diversi Mark III e Mark IV immobilizzati sul terreno. E i problemi non sono finiti. La bassa velocit e il surriscaldamento dei motori, causato dal vento caldo soffiante dal sud, hanno aumentato il consumo di carburante, le cui riserve sono in via di esaurimento. Delle 6 mila tonnellate di benzina garantite da Cavallero e da Kesselring ne sono giunte solo 1000 trasportate via aerea. Sono state avviate verso la prima linea con un convoglio di autocarri sottratti agli inglesi. Nella fretta nessuno ha badato a cancellare le vecchie insegne. Alcuni Messerschmitt li scambiano tragicamente per rifornimenti nemici e attaccano. Oltre alle vittime, va perduta la quasi totalit del carico. Sono finite, viceversa, in fondo al mare le 2600 tonnellate a bordo del Sant'Andrea e dell'Abruzzi azzannati dal solito attacco di sommergibili e bombardieri. Fra il 2 e il 6 settembre al largo di Hammamet vengono distrutti la nave cisterna Picci Fassio e il piroscafo Audace. Il 4 settembre dinanzi al porto di Tobruk, come dire nel cortile di casa, i sommergibili Thrasher e Traveller scorrazzano impuniti: sono silurati i piroscafi Padenna, Davide Bianchi, Albachiara, i cacciatorpediniere Calliope e Polluce. Le scorte si riducono a tre giorni per i carri italiani, a quattro per quelli tedeschi.
Ma a Roma hanno altro per la testa. L'annuncio che l'ammiraglio Weichold  partito per assumere il comando di Alessandria scatena la gelosia degli alti gradi. Cavallero ammonisce Riccardi di non farsi cogliere alla sprovvista.  necessario, sostiene il capo di stato maggiore generale, salvaguardare il prestigio degli italiani: le truppe che entreranno in Alessandria e al Cairo dovranno essere italo-tedesche e non solo tedesche. Una sicumera sconcertante sugli esiti dell'offensiva, del tutto avulsa dalla realt, dai rapporti di forza. Eppure Cavallero sa bene che quasi niente  pervenuto a Rommel dei carri, dei cannoni, delle armi, delle truppe, del carburante necessari. In che modo, in virt di quali sortilegi le unit del feldmaresciallo dovrebbero avere la meglio su un nemico attrezzato assai meglio e rifornito di continuo?

Non si scorge segno della copertura aerea promessa da Kesselring. Al contrario, per la prima volta si delinea una netta superiorit della Raf. Questo comporta uno stillicidio di attacchi. I reparti sono sottoposti a una pressione continua senza la possibilit di tirare il fiato o di riorganizzarsi, malgrado in un solo giorno 37 apparecchi nemici vengano abbattuti dai cannoni dell'armata e il 3 settembre la 91a squadriglia del 4 stormo, guidata da Carlo Maurizio Ruspoli, festeggi la centesima vittoria. Sacrifici e abnegazione non cambiano la sostanza: l'offensiva  naufragata. Anzi, bisogna cominciare a proteggersi dalle ficcanti puntate dei cingolati avversari. Dopo un'altra notte di bombardamenti, che sfiorano la trincea in cui si  piazzato, Rommel il 2 settembre stabilisce un arretramento graduale verso el Taqa Bab ed el Qattara. Comunica a Berlino di doverlo fare per il mancato arrivo della benzina, per i ritardi nel superamento dei campi minati, che hanno fatto fallire l'elemento sorpresa, per le gravi perdite di uomini (570 morti, 1800 feriti, 570 prigionieri) e di materiali (50 carri armati, 15 cannoni, 35 pezzi controcarro, 400 veicoli) causate soprattutto dalle incursioni di Curtiss, Spitfire, Wellington, Albacore, Bristol Beaufort. Ma nel dopoguerra Kesselring sosterr che la supremazia aerea della Western Desert Air Force non era stata cos straripante e che il fallimento dell'attacco fu esclusivamente dovuto alle errate scelte di Rommel. Comunque gli aerei britannici scagliano in quei giorni 1300 tonnellate di bombe sulle posizioni dell'Asse, cio 100 tonnellate ogni chilometro quadrato.
Il 3 settembre i neozelandesi si muovono dal ciglione del Ruweisat, dove Montgomery ha fatto arrivare anche una brigata sudafricana dal campo fortificato di El Alamein. A fronteggiarli otto battaglioni della Brescia e della Folgore al comando del generale Dino Parri, in secondo scaglione sono schierati i resti della Trieste. Sulla destra premono anche due brigate della 44a divisione del generale Hughes, ormai libere dall'assillo dell'Afrika Korps. I fanti della Brescia non mollano di un centimetro, i par del 187 contrattaccano alla baionetta. Echeggia il grido di appartenenza: Folgoreee... Anche i britannici incominciano a riconoscerlo. Sudafricani e neozelandesi vanno per le spicce con feriti e prigionieri. Spesso sono alticci: prima di ogni combattimento hanno l'abitudine di tirarsi su con abbondanti dosi di whisky, come facevano i nostri con la grappa sul Carso e sul Piave nella guerra precedente. La grappa figura anche qui, ma  roba da ufficiali, per la truppa c' il vino: viene promessa razione doppia prima di ogni attacco, ma chi l'ha vista e soprattutto bevuta? Molto pi pratici i tedeschi: alla vigilia di un'azione fanno inghiottire le pastiglie di simpamina.
Sotto il sole cocente, in una pausa dei combattimenti, quelli del 187 scorgono una giardinetta sobbalzante fra le dune con uno straccio bianco in bella esposizione. Ne discende in short e cappellaccio sulle ventitr il generale neozelandese Clifton, comandante della 6a brigata giunta a sorreggere la manovra della 132a brigata del generale Robertson. Portato al cospetto del colonnello Camosso, indica l'orologio e minaccia: siete circondati da venti batterie, avete mezzora per arrendervi. Anche Camosso indica il proprio orologio e avverte l'interprete di tradurre bene: dica che ha cinque minuti per portare il suo brutto culo altrove. Il generale fissa sbigottito Camosso prima di risalire sulla giardinetta.
Sostenuti dall'efficace fuoco di sbarramento della Trieste, i ragazzi della Folgore travolgono le linee britanniche. La 6a arretra talmente veloce da lasciare indietro proprio Clifton. Il generale viene di nuovo condotto dinanzi a Camosso, ma da prigioniero. In sofferenza per una brutta ferita alla schiena, il colonnello lo liquida in poche battute. Clifton  accompagnato nella tenda di Rommel, al quale rivela di considerare un'offesa al proprio prestigio l'esser stato catturato dagli italiani. Il maresciallo ribatte a muso duro: e i prigionieri della Trieste, della Brescia e della Pavia massacrati dai suoi soldati? Clifton scarica ogni responsabilit sui troppi maori della brigata, sulle loro usanze selvagge.

Nell'oscurit i Valentine e i Crusader provano a riguadagnare terreno. Le batterie della Folgore tirano a indovinare l dove prima hanno visto accendersi la fiammata. Si spara a casaccio, ma si muore tanto. Gennarino Esposito aziona il 47/32 intonando le canzoni napoletane del suo repertorio di posteggiatore all'esterno dei ristoranti, dove all'occorrenza si esibiva da menestrello. Tace di colpo allorch una granata centra il suo pezzo. Spira il giorno seguente. Prima di morire ha sussurrato a Boffa, il responsabile dell'artiglieria soprannominato colonnello sempre in piedi, che quelli l non gli stavano simpatici manco da clienti.
Ai piedi del Ruweisat vanno nelle peste le compagnie della Brescia. Interviene il V/186 del maggiore Izzo, che ha avuto il battaglione sminuzzato dai plotoni e dalle compagnie inviati nei settori pi caldi. Sono deceduti molti ufficiali e il vice, l'anziano capitano Rondelli, sta in linea grazie a un imbroglio durante le analisi cliniche. Soffre di diabete, neanche avrebbero dovuto richiamarlo, ma lui  sempre stato abile nel sostituire le proprie urine con quelle di altri convalescenti. Il trucchetto gli  riuscito anche nell'ultimo esame, cui l'hanno sottoposto qualche settimana prima dell'attacco.
Il plotone mortai del VII, quello che un paio di giorni prima ha raddoppiato la dotazione con i pezzi da 77 catturati agli inglesi, carica e tira per ore e ore. I cingolati nemici si allontanano, il sottotenente Omero Lucchi e i suoi possono finalmente concedersi una pausa. Un centinaio di metri pi avanti, dietro le dune, si solleva un turbinio di polvere. Lucchi, un sardo cocciuto, decide di andare a curiosare, malgrado gl'inviti alla prudenza. Prende una jeep, sulla quale  stato collocato un mortaio, e va con un sergente alla guida e con il caporale Busettini, cui si deve il racconto, che d'ora in avanti differisce abbastanza dalla motivazione, fin troppo retorica, della strameritata medaglia d'oro assegnata a Lucchi. Superate le dune, i tre entrano in una gola rigurgitante di Bren Carrier, di blindati, di carri armati, di cannoni. Il sergente autista fa immediatamente dietro front. Una jeep si butta all'inseguimento, ma il colpo di mortaio la centra in pieno. Di rincalzo, per, arrivano gli altri inseguitori. Centrato, il veicolo della Folgore si rovescia: Lucchi e gli altri due sono sbalzati a qualche metro. Lucchi  ferito ai glutei, Busettini alle gambe e ai testicoli. Il sergente si lamenta per qualche frattura. Arriva un cingolato, ne scendono tre inglesi. Con la baionetta finiscono il sergente. Rigirano gli altri due, che fortunatamente fingono di essere morti. Gli inglesi soddisfatti se ne vanno. Le compagnie del IX in avanzamento hanno udito la sparatoria e si arrestano per timore di un'imboscata. I due rimangono nella terra di nessuno. Busettini si mette a urlare, Lucchi striscia fino al caporale. Tenta di alzarsi in piedi, ma  dura. Si aiuta con il mitra, che aveva a tracolla e gli  rimasto sotto il corpo. Malgrado abbia perso molto sangue trascina Busettini sulla sabbia per circa cinquecento metri finch arrivano i portaferiti.

Anche il X della Folgore passa i suoi guai. Inglesi e neozelandesi si fanno sotto in gran numero. Ai par basta sparare ad altezza d'uomo per essere sicuri di non sbagliare. Ma quanti sono? Per cavarsi d'impaccio occorre uscire fuori con le bombe a mano e con il mitra. Quando la 2a divisione di Freyberg molla la presa, le perdite assommano a un centinaio di morti e 12 Valentine distrutti, pi 200 prigionieri, 18 cannoni controcarro, 4 Bren Carrier, 4 jeep e 8 veicoli catturati. Il computo finale dei tank persi da Montgomery risulta superiore (68) a quello di Rommel con l'aggiunta di 18 pezzi controcarro inutilizzabili e di 1640 soldati morti, feriti e dispersi, ma lui, a differenza del rivale, non ha l'angoscia dei rifornimenti. A ogni ora, infatti, cresce dalle retrovie il flusso di uomini e mezzi. Il conto finale  amaro pure per il 187 Folgore: centosedici morti in sei giorni. Significa pi del 10 per cento del reggimento.
Vengono respinte le puntate della 132a brigata contro il centro dello schieramento: Monty vi faceva ben altro affidamento al punto da aver messo in preallarme il X corpo d'armata per inseguire il nemico in fuga. Gl'inglesi, invece, lamentano quasi 700 fra morti, feriti e dispersi, tra i quali lo stesso generale Robertson. Il conto complessivo delle perdite si equivale: Rommel ne ha subito 2910 (1051 italiani), Montgomery 1750; 49 carri armati (11 italiani) ci ha rimesso il primo, 67 il secondo. Risultano abbattuti 68 aerei britannici e 41 tedeschi (5 italiani).
Le forze dell'Asse ripiegano attraverso i varchi nei campi minati inglesi. L'Ariete e la Littorio coprono il passaggio di battaglioni, artiglieria, blindati. Carristi e bersaglieri dell'Ariete non si risparmiano. Cadono in tanti. Il capitano Domenico Jachino si prodiga con il suo M14 contro i Crusader e i Valentine fino a rimetterci la vita. Spira anche il cucciolo della nostra armata, Sergio Bresciani, diciotto anni appena compiuti. Era il pi giovane dell'esercito in Africa. Quelli del 3 artiglieria Duca D'Aosta l'avevano avuto dinanzi all'inizio del '41. Aveva a malapena quindici anni e il colonnello Cesare Ruggeri Laderchi era stato obbligato a respingerlo per la tenera et. Bresciani si era ripresentato dopo qualche settimana con il permesso scritto del padre, Davide, orgoglioso che il figlio seguisse le orme degli zii, un dragone e un bersagliere, caduti da volontari nel '15-18. Bresciani ha combattuto tutte le battaglie dell'ultimo anno e mezzo. Ruggeri e il tenente Zirano l'hanno trattato da figlio, hanno tentato di evitargli i rischi maggiori, egli, al contrario, dava l'idea di volerseli proprio cercare. Rommel gli ha affisso sul petto la croce di ferro di seconda classe e quella di prima. Per non restare indietro Bastico e Barbasetti Prun lo hanno insignito della medaglia d'argento. Il 3 settembre una pietra, fatta schizzare da un obice, l'ha colpito al petto: lui ha subito annunciato di essere illeso, di poter rimanere in prima linea. Il giorno dopo l'autocarro sul quale viaggiava  saltato su una mina. Prima di morire Bresciani ha chiesto che fosse restituito al capitano Amatucci il binocolo ricevuto in prestito. E anche se arriver la medaglia d'oro, a chiunque abbia un figlio risulta difficile comprendere la serenit di quel padre che mandava il proprio ragazzo di quindici anni a sfidare la morte.
Pu succedere, come racconta Davide Beretta nel commovente libro di ricordi, che il semovente comando della prima batteria si attardi nel rientrare e finisca in un cimitero di carri armati, di jeep, di autocarri, dove trova abbondanti scorte di cibo inglese e fondamentali taniche di acqua con cui dissetarsi e riempire il radiatore. Siamo in mezzo ai perfidi figli di Albione? Non abbiamo manco il 75/18 per difenderci, bens un'inutile mitragliatrice Breda binata? E chi se ne frega. Intanto ceniamo come non facevamo da settimane con vero brodo di carne, con polpette di manzo al sugo di pomodoro, con biscotti farciti di marmellata d'arance e brindiamo all'incerto futuro con ottima Lager Beer. Al risveglio ci penseremo...
Al risveglio comincia un rientro alla cieca, facendo slalom fra i carri e le pattuglie inglesi, con la speranza che la pista imboccata conduca a incocciare le unit amiche.

Per quanto l'arretramento sia andato a buon fine, l'iniziativa  stata ormai assunta dalle unit di Montgomery. I folgorini vengono impiegati per tappare i buchi, per dare una mano nelle situazioni complicate. Nella notte fra il 7 e l'8 settembre la 20a compagnia del VII  mandata in soccorso dei fanti della Brescia a Deir el Anqar. Due assalti con le bombe a mano ricacciano i neozelandesi. Al secondo partecipa anche il generale Parri: lo riportano indietro in gravi condizioni.
Gira voce che sia previsto un premio di duemila lire per chi ferma un carro armato. Si  gi iniziata l'epopea delle molotov da lanciare dentro le feritoie quando non si ricorre a bisacce colme di esplosivo con la bomba balilla a funzionare da innesco. I comandi inoltrano le segnalazioni di chi ha fatto centro, di soldi, tuttavia, non se ne vedono. D'altronde non si vedono nemmeno gli stipendi.
Il nuovo allineamento dei reparti risulta avanzato di qualche chilometro verso est: adesso va da El Alamein a Qaret el Himeimat (la Carretta d'i bej matt), in modo da comprendere i vecchi campi minati britannici, che da Alam Nayil scendono fino alla depressione di el Qattara. Montgomery nelle memorie scriver che quell'abbandono fu voluto per consentire al comando dell'armata italo-tedesca di osservare i falsi preparativi sul settore meridionale ed esser cos tratto in inganno sugli obiettivi della grande offensiva d'autunno. Il maresciallo si prender anche il gusto di affermare che non era affatto ansioso di costringere Rommel a disimpegnarsi e a ritirarsi in forze sulle posizioni di El Agheila. Se Monty non ha mentito per i posteri, significa che pure a lui era chiaro ci che risultava ostico a Roma e a Berlino: quel fronte rappresentava la condanna a morte dell'Ait. Nella mente di Rommel, viceversa, prende corpo un'altra considerazione:  sfumata l'ultima possibilit di raggiungere Suez. Il suo sguardo s'incupisce: se ne accorgono gli ufficiali italiani delle avanguardie abituati a vederlo comparire all'improvviso a bordo della Volkswagen decapottabile o della cicogna.  scomparso il buon umore con cui accompagnava la nota d'apprezzamento per i carristi della Littorio e dell'Ariete e ognuno dei prescelti si sentiva speciale.
A Peroncini, rimasto con il VI a presidiare i varchi aperti il 30 agosto all'Ariete, un generale tedesco spiega la situazione: non si passa, gl'inglesi hanno portato in linea pezzi controcarro in grado di fermare i nostri panzer. D'altronde, basta guardare in che condizioni rientrano quelli dell'Ariete per capire che non  pi aria di corse sfrenate nel deserto.

6. La fatale miopia.

Purtroppo non uno fra generali e gerarchi dell'Asse sembra rendersi conto che Suez sia ormai irraggiungibile. Nemmeno chi, come Bastico, ha per mesi contrastato i piani offensivi di Rommel giudicandoli scriteriati. Pure Kesselring, che fino a Tobruk era stato il pi scettico sia sugli esiti dell'offensiva di Rommel, sia sull'anteporla alla conquista di Malta, sostiene che la posizione di El Alamein debba essere conservata a ogni costo e che non bisogna rinunciare al progetto sul Canale. Lo ripete anche a Mussolini, dal quale si reca il 7 settembre in compagnia di Cavallero. Miele per le orecchie del duce: non deve annullare la direttiva del 19 luglio indicante Suez quale obiettivo finale. Figuriamoci per Hitler e per l'Oberkommando, ancora convinti che le armate di von Bock oltrepasseranno il Caucaso e punteranno sul Medio Oriente per la famosa manovra a tenaglia in grado di cacciare la Gran Bretagna dai campi petroliferi del golfo Persico. Nessuno prende in considerazione che entrambi i bracci della tenaglia possano essere fermati.
Il solo a chiedere il tempestivo arretramento del fronte  l'ammiraglio Weichold, la cui presunta partenza per Alessandria ha tanto inquietato Mussolini. E dopo la guerra gli dar ampia ragione Alexander:  difficile dire se fu per sua iniziativa o per ordine di Hitler che Rommel tenne tutte le forze avanzate ad Alamein. Ma se egli avesse organizzato una solida posizione difensiva pi indietro, a Marsa Matruh o a Sollum, a noi si sarebbe presentato un problema molto pi difficile da risolvere.
Bloccato in Italia, Weichold ha compreso che i nostri trasporti per la sponda libica sono peggio di un colabrodo. Di conseguenza ritiene che schierarsi sul ciglione di Sollum possa alleviare i problemi dei rifornimenti per l'armata di Rommel trasferendoli, al contempo, su quella di Montgomery, costretto a quadruplicare la distanza dalle basi. Tuttavia, Monty pu contare su un afflusso di materiale che spacca il minuto. La rotta attraverso il Canale  sempre pi sicura e Churchill ha pure avuto la previdenza di allestire una sorta di ponte aereo che da Takoradi (Ghana) via Kano (Nigeria) e Khartoum (Sudan) giunge al Cairo. Un percorso di circa 4500 chilometri, notevolissimo per l'epoca, ma grazie al quale le squadriglie, lanciate dalle portaerei, evitano il Mediterraneo e i rischi connessi alla presenza della flotta aerea di Kesselring. Lungo questa rotta da settembre viaggiano anche i materiali per l'8a armata.
Malgrado conosca la precariet della situazione - divisioni ridotte ai minimi termini, pochissimi carri efficienti, copertura dal cielo insussistente, logistica a pezzi, rifornimenti al lumicino - Rommel sancisce che ritirarsi da El Alamein significherebbe perdere tutte le scorte di munizioni: mancano i veicoli per trasferirle. E in Libia non esistono arsenali dai quali attingere. Tutti concordano, solo Cavallero ha una resipiscenza, ma non sulla follia di attestarsi a El Alamein, bens sui risultati non conseguiti. Nel diario annota: Malta dev'essere assolutamente messa sotto pressione. Se si neutralizza Malta, vinceremo tutte le battaglie in Africa. Se non la neutralizziamo, le perderemo tutte. Previsione esatta al millimetro, purtroppo tragicamente tardiva. Le strutture dell'isola sono in piena efficienza per assistere aerosiluranti e sommergibili incaricati della caccia grossa in Mediterraneo.

Il 2 settembre, respinto l'estremo assalto di Rommel ad Alam el Halfa, de Guingand ha dato il via libera a un'ambiziosa operazione dietro le linee, nome in codice Big Party: dovrebbe assestare il colpo definitivo alla sussistenza italo-tedesca. Il capo di stato maggiore conosce alla perfezione la condizione dei propri rifornimenti e quella del nemico. Nei suoi intendimenti, mettendo a ferro e a fuoco Bengasi e Tobruk, secondo il servizio informativo presidiata da due battaglioni italiani male in arnese, si toglierebbe a Rommel ogni velleit d'importunare l'8a armata impegnata a preparare la grande offensiva d'autunno.
Gli inglesi sanno a chi rivolgersi. Persino nei periodi pi complicati, allorch uomini e mezzi scappavano a perdifiato verso El Alamein, i commando dell'Lrdg e del Sas mai hanno rinunciato alle azioni mordi e fuggi attaccando e incendiando depositi e fortini. Questi reparti, dotati di moltissima autonomia e composti da volontari desiderosi di sfuggire alle strettoie della vita militare, si muovono come le navi del famoso pirata Francis Drake, incaricate di mandare ai pesci i galeoni spagnoli nell'Atlantico. E alla fine Drake fu nominato Sir da Elisabetta I. Gerarchie e disciplina sono considerate optional, il fine giustifica qualsiasi mezzo. Vengono coltivate barbe da profeti, s'indossano copricapo arabi, il caftano  ritenuto pi confortevole e comodo della divisa. Oltre ai regolari, ci sono gl'irregolari, beduini arabi, in costante agguato dietro le linee al comando di due ufficiali entrati nella leggenda, il tenente colonnello John Haselden e il tenente colonnello Vladimir Popsky Peniakoff. Costui, un russo nato in Belgio e stabilitosi in Egitto, ha messo insieme una specie di compagnia di ventura (Popsky Private Army) al servizio dell'impero. Le loro basi sono piantate nel cuore della Libia, dentro il Gebel el Akhdar, non lontano da Bengasi.
 tutta gente nata nel deserto o abituata a viverci, adusa alle temperature infernali del giorno e al gelo della notte, brava nel cogliere il minimo indizio, nello scorgere una presenza ostile a chilometri e chilometri. L'equipaggiamento assomiglia alla bottega dello scienziato pazzo: ricetrasmittenti, bussole, telemetri, visori notturni, esplosivi, mappe di zone desertiche raramente visitate, compassi, telescopi. L'armamento individuale rappresenta il meglio della disponibilit dei tanti eserciti in lotta, magari applicando la canna di un'arma al calcio di un'altra. Si spostano su Bren Carrier, autocarri Chevrolet e Bedford muniti di un paio di mitragliatrici leggere in grado di far fuoco contro obiettivi di terra e contro gli aerei.
Il piano prevede per la sera del 13 settembre l'attacco contemporaneo contro Bengasi, assegnata al Sas, contro l'aeroporto di Barce, a met della strada verso Cirene, assegnato all'Lrdg, e infine contro Tobruk, di cui si occuper Haselden. Una volta entrati, gli uomini di Haselden dovranno formare e difendere una testa di ponte, che distragga gl'italiani dalla vera incursione: lo sbarco al porto di un grosso reparto incaricato di distruggere installazioni, depositi sotterranei di carburante e di liberare circa 4000 prigionieri con i quali riprendere poi la via del mare.
Dopo un viaggio di 1600 chilometri i diversi gruppi sostano nell'oasi di Cufra, a 1100 chilometri da Bengasi. Siamo nel sud-est della Libia, ma l'oasi  stata conquistata nel marzo 1941 dai gollisti del generale Leclerc, provenienti dal Ciad. E nessuno nelle alte sfere italiane e tedesche si  mai preoccupato di togliere a Londra quest'importante osservatorio piantato nel cuore del nostro territorio. Adesso lo presidiano un distaccamento del reggimento Welch e reparti della Sudan Defence Force, i nipotini degli assatanati miliziani dell'armata derviscia del Mahdi. E toccher ai sudanesi neutralizzare il 15 settembre la guarnigione di Gialo, l'avamposto pi vicino, a circa 600 chilometri da Cufra e 500 da Bengasi, con una guarnigione di 500 uomini e due batterie da 75/28.
Le tre formazioni di commando devono, infatti, transitare nella lingua di terreno tra il forte e il mare di sabbia. E se all'andata si prevede che il gran caldo e l'accecante riverbero del sole le possano rendere invisibili, al ritorno  pensabile che gli italiani saranno gi stati messi in allarme da quanto accaduto a Tobruk, Bengasi, Barce. Ecco spiegata la necessit di assicurarsi il presidio posto alla fine del mondo. A Gialo, infatti, terminano le macchie di cespugli e s'inizia il deserto senza vita. L'acqua viene ricavata da pozzi salmastri e consente l'irrigazione di cinquanta ettari di palmeti coltivati attorno al fortino, alla caserma, ai pochi edifici in muratura, alla pista d'atterraggio.
Il mattino del 13 quarantacinque componenti dell'Lrdg con 12 autocarri e 5 jeep sono acquattati in un uadi (un antico letto di fiume, spesso intrecciato con altri) a 24 chilometri da Barce. Li comanda il maggiore Jake Easonsmith. Con lui Peniakoff e due arabi. Proprio questi vengono inviati verso l'aeroporto per raccogliere informazioni, ma non tornano indietro. Al crepuscolo i commando si mettono in marcia. S'imbattono nell'avamposto di Sidi Rawi: la vivace reazione italiana non procura feriti, bens la perdita di due autocarri. In vista della meta, la pattuglia neozelandese punta sull'aeroporto, le due inglesi con Peniakoff ed Easonsmith prendono di mira la caserma e il comando, dove viene rintracciato soltanto un impaurito telefonista. Si spara intorno alla caserma, per il resto gli assalitori hanno l'agio di percorrere la via principale sventagliando raffiche contro edifici e veicoli, alle quali gli italiani replicano a casaccio. D'altronde nel villaggio sono di stanza pochi carabinieri e pochi militari, vi abitano soprattutto i componenti dei tribunali militari. Gli assalitori s'introducono nell'aeroporto, rendono inutilizzabili circa 30 aerei. La decisa reazione di carabinieri e avieri obbliga gli uomini di Easonsmith a ritirarsi. Peniakoff  ferito, gli amputeranno un dito, alcune jeep sono speronate, altre danneggiate. Addosso ai neozelandesi catturati sono rinvenuti i diversi piani del Big Party.
Contro Bengasi muovono in duecento fra Sas e marinai con il compito di danneggiare il naviglio in porto. Hanno 40 camion e 40 jeep, li guida il tenente colonnello David Stirling. L'ultima sosta viene effettuata a 40 chilometri dalla citt. Li raggiunge un commerciante di cotone belga, Bob Melot, arruolato dallo spionaggio britannico fin dallo scoppio delle ostilit. Melot ha costituito una propria rete, da oltre due anni rifornisce di puntuali informazioni il Cairo. Ora i suoi beduini servono per intrufolarsi a Bengasi, annusare l'atmosfera. All'agente prescelto viene chiesto di tornare indietro pure con sigarette e fiammiferi. Al rientro riferisce a Stirling che Bengasi pullula di militari, che circolano voci su un attacco il 14 settembre, che sono stati predisposti altri campi minati attorno al perimetro cittadino. Stirling chiede via radio al Cairo di rinviare l'operazione. Gli dicono di non curarsi dei pettegolezzi da bazar e di procedere.
Nel pomeriggio Melot conduce un gruppetto contro la ridotta dominante il ciglione. I pochi italiani si difendono accanitamente: vengono sopraffatti, ma dopo aver inflitto pesanti perdite agli assalitori, fra i quali lo stesso Melot. Il resto del contingente procede con lentezza, perde tempo per districarsi fra gli uadi. Secondo il piano originario, la Raf attacca Bengasi, ma i commando sono in ritardo: sostano incerti dinanzi al blocco stradale in periferia. Temono che la strada sia stata minata. Allorch Stirling ordina di avanzare si scatenano raffiche di mitragliatrici e bombe di mortai. Le due jeep di testa sono incendiate, il resto ripiega disordinatamente verso il ciglione. Stirling cerca di sfruttare le ore del buio. All'alba i Macchi individuano i britannici e li martellano per l'intera giornata. A sera i superstiti si dividono nel tentativo di raggiungere l'oasi di Gialo, che dovrebbe esser stata conquistata dai sudanesi.
Gli ottanta incursori di Haselden, denominati Forza B, sono alle porte di Tobruk. La maggior parte fingono di essere prigionieri sotto la scorta di una decina di granatieri. Sono s tedeschi, ma ebrei trasferitisi negli anni Trenta in Palestina e tutti volontari appartenenti al Sig (Special Identification Group). Viaggiano su tre Chevrolet, che non incontrano ostacoli. Le sentinelle non chiedono documenti, la polizia militare, addirittura, li scorta per un lungo tratto. Raggiungono l'insenatura di Sciausc e si predispongono all'intervento in contemporanea alla comparsa in cielo di Wellington, Curtiss e Beaufighter. Il bombardamento della citt dovrebbe fungere da preludio agli sbarchi.
Gli inglesi costituiscono la testa di ponte, ripuliscono il settore. Fuori dall'aeroporto di el Adem viene intercettata una pattuglia di avieri con il sottotenente Amleto Fortuna. I sette si arrendono, ma dalle jeep li mitragliano per non lasciare testimoni. Cinque muoiono, gli altri due feriti riescono a trascinarsi fino al pi vicino posto di guardia e a dare l'allarme. Nella zona orientale il plotone del maggiore Campbell  in ritardo a causa di un campo minato. Haselden avvisa il Cairo di far muovere la Forza C (3 motolance e 16 motosiluranti con una compagnia di scozzesi, un plotone fucilieri, artiglieria e genieri) e la Forza A (cacciatorpediniere Sikh e Zulu con 400 fanti di marina) per raggiungere gli obiettivi di terra.
Solo alle 3, per, due motosiluranti riescono a incunearsi nel porto e a sbarcare un pugno di fucilieri e due cannoni, uno dei quali subito perso. La situazione s'ingarbuglia pure per i due cacciatorpediniere. Il mare agitato rende difficile il trasporto a terra dei marines del tenente colonnello Unwin. Su chiatte trainate da motolance incomincia il trasbordo degli uomini verso Marsa el Mreisa, a nord del porto. Alle 3,30 Unwin annuncia che il motore si  rotto, le sue zattere vanno alla deriva e con quelli gi sbarcati non sono possibili comunicazioni essendo sprovvisti di radio. Alle 5 infuriano i combattimenti. L'ammiraglio Lombardi ha fatto puntare contro le motolance e le zattere anche i cannoncini di tre torpediniere ancorate nella rada. Il fuoco di sbarramento  violentissimo in acqua e sulla riva. Il Sikh si avvicina per raccogliere i sopravvissuti, ma viene inquadrato e colpito assieme allo Zulu, accorso in suo aiuto, dagli 88 germanici. Fallito il tentativo di rimorchiare il Sikh, che da l a un'ora affonda, lo Zulu prova a riguadagnare il mare aperto. Contro di esso e contro l'incrociatore Coventry, in attesa al largo assieme a sei cacciatorpediniere, si scatenano Macchi, Messerschmitt e Stuka. Dapprima cola a picco il Coventry, in seguito lo Zulu raggiunto, a 100 miglia da Alessandria, dagli ordigni della squadriglia del maggiore Renzo Viale.
I 150 marines della Forza A sono affrontati a ovest di Tobruk da una raccogliticcia compagine di carabinieri e marinai tedeschi e italiani messa assieme dal capitano di vascello D'Aloya. Dopo aspri scontri una ventina di inglesi s'infiltrano nei quartieri: vengono tutti catturati al pari di quelli finiti da diverse ore in acqua. Gli uomini di Haselden - distrutti cannoni, capannoni, capisaldi, uccisi una decina di artiglieri sorpresi nel sonno - sono fermati dai marinai del battaglione San Marco. Il giovanissimo tenente Giacomo Colotto e il suo plotone spezzano il fronte dei commando: costretti a disperdersi, vengono isolati in gruppetti ed eliminati uno dopo l'altro. Haselden spira guidando una carica disperata. Soltanto in dieci riescono a sfuggire nascondendosi a Tobruk e facendosi inizialmente passare per arabi. A novembre sei di questi si presenteranno agli avamposti britannici di El Alamein.
Va meglio agli incursori di ritorno da Barce e da Bengasi. Nei pressi di Gialo incontrano il reparto della Sudan Defense Force al comando del tenente colonnello Browne. Si tratta di duecento soldati con 120 veicoli, una batteria di obici da 94 millimetri e una di mitragliere contraeree da 20 millimetri, sottratta agli italiani. L'effetto sorpresa svanisce per il chi va l pronunciato da una sentinella. Dopo confusi combattimenti al buio, i sudanesi riescono a mettere piede nel fortino, tuttavia ne vengono cacciati.
Il 17 settembre atterra in Libia Cavallero. Dispone immediatamente l'invio di una formazione in soccorso degli assediati di Gialo, ma deve fare i conti con l'impreparazione del suo esercito. Non esistono unit gi predisposte alla bisogna, si scatena l'abituale caos di comandi che si bloccano a vicenda. Quando finalmente il generale Giovanni D'Antoni riesce a organizzare lo squadrone Monferrato con 21 autoblindo e un robusto contorno di fanti, artiglieri e bersaglieri il trasferimento si trasforma ben presto in un'odissea di automezzi che s'insabbiano, s'ingrippano, di radiatori che vanno in ebollizione. Insomma quelli dell'oasi se la devono sbrigare da soli. Le schermaglie durano quattro giorni con scambio di artiglieria. In sostegno ai difensori giungono alcuni Macchi, ma la scarsa autonomia di volo consente soltanto d'infastidire gli attaccanti. Nelle lunghe pause i berberi del luogo si premurano di vendere uova e polli a entrambi i contendenti. Il 19, ormai al sicuro gli uomini di Stirling e gli uomini di Easonsmith, l'alto comando consente a Browne di ritirarsi.
Il velleitario Big Party si  risolto in una clamorosa indigestione. Sono stati persi due cacciatorpediniere, un incrociatore, cannoni, mitragliatrici, tanti bravi soldati e tantissimo materiale. Nelle memorie Alexander lo ammetter: L'attacco fu un fallimento: se fossimo riusciti a distruggere i depositi di carburante e a rendere inservibili le attrezzature portuali di Tobruk anche per una sola settimana, prima o dopo una battaglia importante sulla linea di El Alamein, il risultato avrebbe potuto essere disastroso per il nemico.
Rommel, per, se ne inquieta: conosce la vulnerabilit di Tobruk e teme che il nemico, poco prima dell'offensiva generale, possa ripetere l'operazione, ma con ben altre forze. Un esito positivo comprometterebbe in modo irrecuperabile la via principale dei rifornimenti. L'armata schierata a El Alamein sarebbe condannata al disastro. Dunque raccomanda all'ammiraglio Lombardi e al generale Deindl di prendersi somma cura delle misure di sorveglianza. Non contento, invia un'allarmata relazione all'Oberkommando di Berlino: Il 14 gli inglesi hanno effettuato un tentativo di sbarco a Tobruk, con azioni singole contro Gialo, Bengasi e Barce.  da ritenere che queste azioni rappresentino dei diversivi e delle azioni di disturbo, intesi a smascherare le intenzioni del nemico. Comunque, confermano le nostre previsioni di un attacco in forze al nostro schieramento che, presumibilmente, si svilupper verso il centro. Le nostre posizioni sono state concatenate in tanti capisaldi difensivi, articolati in sezioni autonome saldamente munite con legamenti di campi minati e postazioni di artiglierie. Con la riserva mobile e corazzata, io sono in grado di poter elasticamente muovermi e intervenire l dove sia necessario. Una maggiore garanzia  data dal sistema misto di interpolazione di reparti nostri a quelli alleati, in modo che le divisioni possano appoggiarsi reciprocamente e io sono in grado di avere una maggiore sicurezza relativa in caso di cedimento degli italiani. Le maggiori difficolt sono sempre queste segnalate: a) carenza di benzina e munizioni; b) assenza di difesa aerea; c) artiglierie deficitarie. Nella cerchia ristretta di Rommel si racconta che i fusti della benzina giungano nei porti africani pieni per due terzi d'acqua. Le parole sabotaggio e tradimento ricorrono con frequenza sempre maggiore. Dino Campini, pluridecorato ufficiale italiano, negli ultimi giorni comandante del IV battaglione carri, parler di contatti fra il governatorato della Libia e il quartier generale britannico al Cairo. D'altronde Campini  autore del libro italiano pi aspro sulla battaglia egiziana (Eroismo e miserie a El Alamein), l'unico in cui vengono spiegati gli errori e le vigliaccherie dei nostri ufficiali. Magari una visione parziale, forse fin troppo arrabbiata, tuttavia utile per capire che non furono solo eroismi e sacrifici.

Alexander e Montgomery ottengono di far distogliere al nemico forze considerevoli dal fronte principale per vigilare il confine libico-egiziano. Reparti esploranti e reggimenti corazzati tedeschi si schierano da Marsa Matruh a Ras el Kanays. La 90a divisione leggera viene arretrata fra el Daba e Ras el Gibeisa, a el Daba si raccoglie anche il III gruppo corazzato del Nizza Cavalleria, fin l assegnato all'Ariete. La divisione Giovani Fascisti  spostata nell'oasi di Siwa, la divisione motorizzata Pistoia sul ciglione di Sollum e la Pavia, ancora in riordino dopo le batoste di luglio, fra Marsa Matruh e Sidi el Barrani. Tuttavia la sicurezza della strada costiera diventa sempre pi precaria. Risulta insufficiente la scorta aerea per salvare i convogli di camion, ai quali non basta essere ridipinti con i colori del deserto per sfuggire all'individuazione. Anche la scelta di far viaggiare il materiale su lance e zatteroni si scontra con il predominio dell'aviazione britannica. Eppure le nostre squadriglie non si risparmiano: fino a cinque missioni al giorno con la pena di veder sparire i piloti giorno dopo giorno. Amici che muoiono imprigionati nelle carlinghe; ore e ore a scrutare l'orizzonte nell'attesa di chi non torner pi alla base.  quanto capita il 5 settembre con il tenente colonnello Mario Giuliano, comandante dell'LXXXVII gruppo del 30 stormo di stanza a Gadurr. Guida otto Cant Z 1007 nel bombardamento di Burg el Arab, nei pressi di Alessandria. Il suo velivolo e quello del sottotenente Anacleto Dal Monte sono dati per dispersi: dieci croci in pi. Anche la storia dei gruppi IX e X del 4 stormo del colonnello Armando Francois, piena di citazioni, di medaglie, di encomi, assomiglia a quella di una candela che pi riluce pi si consuma. Sulle bombe viene scritto ai signori dei cinque pasti e con affetto all'home fleet, ma a ogni eroismo corrisponde una perdita, un vuoto che non sar colmato. E proprio al 4  venuto in visita di cortesia il cacciatore pi decorato d'Africa, l'imberbe capitano Hans Joachim Marseille.  festa grande per questo ventiduenne biondo dal volto fanciullesco. C' la gara a farsi fotografare con lui: sono visi sorridenti e fiduciosi, irradiano l'ottimismo e la gioia di una giovinezza, che sembra ancora gravida di promesse.

Carcasse di veicoli, di aerei, di blindati segnano le piste del deserto e la memoria di quanti vi transitano. La guerra d'Africa  sempre pi una guerra di veterani, di chi ci sta e l'affronta da due anni, a volte tre: ogni dettaglio  un ricordo spesso amaro. Non passa giorno che non bisogna cancellare un nome, un volto.
Ancora scottato dall'incapacit dei comandi di spedire una colonna in aiuto di Gialo, Cavallero ripartisce ulteriormente le responsabilit dei generali fra Tripolitania, Cirenaica ed Egitto. Ha evidentemente scordato la vecchia regola dell'aritmetica: invertendo i fattori, il prodotto non cambia. Dei problemi legati alla filiera di comando italiana offre una vivida testimonianza il maggiore Izzo nel libro, Tafkir, scritto con Caccia Dominioni. Izzo, comandante del V battaglione della Folgore, racconta i burocratici intoppi legati alla scelta di una postazione, il deserto scambiato per un ufficio ministeriale, le ripicche legate a piccole gelosie dimenticando che si gioca con la morte. D'altronde le vicende militari di Izzo bene fotografano le traversie affrontate da tanti ufficiali di carriera in quel periodo. Izzo aveva partecipato con le camicie nere alla guerra civile in Spagna. Al ritorno era stato fra i pionieri del paracadutismo. A El Alamein sar fra gli indomiti e ricever una medaglia d'argento. Dal '44 combatter con il ricostituito esercito italiano al fianco degli Alleati, si guadagner una medaglia d'oro.
Nell'avanzamento della nostra prima linea da Alam Nayil a Qaret el Himeimat il V della Folgore, quello di Izzo per l'appunto, va a sostituire il battaglione bersaglieri del maggiore Ferrari, schierato fra Quota 153 e Himeimat. Il settore  di notevole valore strategico: da qui, difatti, partono le piste camionabili verso il nord. Il suo possesso da parte italiana complica di parecchio i piani di Montgomery per la prossima offensiva. Pur ereditando i 18 mezzi anticarro dei bersaglieri, Izzo si accorge che le posizioni delle compagnie sono assai esposte. Quota 153  del tutto a vista, gl'inglesi la spazzano a piacimento: i par sono costretti a vivere di notte. Anche il raddoppio del campo minato prospiciente il dosso  un lavoro a rischio da effettuare al buio con l'ostacolo supplementare della nebbia. Il maggiore propone di sfruttare il terreno, di appoggiarsi alle inespugnabili cime dell'Himeimat e di spostarsi verso il nemico per togliergli spazio. Anche a quanti sono digiuni di strategia bellica, basta dare un'occhiata alle mappe per intendere la sensatezza della richiesta di Izzo. Con questo schieramento verrebbe pure sfruttato il dosso del Bersagliere - chiamato cos in onore del povero fante piumato saltato su una mina e di cui  stato rinvenuto soltanto un piede dentro la scarpa - per sistemarvi la compagnia arretrata. Il colonnello Tantillo e il generale Frattini dicono subito s, acconsente anche Ferrari Orsi, si oppongono, invece, gli stati maggiori della Folgore e del corpo d'armata: si parla di ragioni superiori, di equilibri fra i reparti; viceversa  il burocratico desiderio di non farsi scavalcare. Alla fine Izzo riesce a dispiegare le proprie compagnie nel modo voluto e che abbia visto giusto lo si noter nei giorni del sacrificio.
Anche Dino Campini racconta l'inutile protesta per evitare che le croci di ferro, dispensate dal comando tedesco ai carristi che meglio si erano battuti nei giorni dell'avanzata, diventino la ricompensa degli operai civili aggregati a un'officina di blindati nei pressi di Tripoli. La populistica ricerca del consenso assimila il rischio della morte al rischio di pestarsi, al massimo, un dito con il martello. Molti, troppi si ascrivono il diritto di decidere, vantano la pretesa di avere l'ultima parola. La classica confusione che precede i tracolli.
A Deir Alinda il IX della Folgore vive notti agitate.  il settore con maggiore attivit di pattuglia, anche le artiglierie si tirano addosso a ogni ora. Allorch calano le ombre i paracadutisti non resistono alla tentazione di andare a rifornirsi dei beni mancanti. Si esce in undici, spesso gli altri sono il triplo, allora  il momento giusto di far risuonare l'urlo ormai conosciuto e temuto: Folgoreee... e via di bombe a mano e di mitra. Sono prove di coraggio quotidiano affrontate con l'aria disincantata di chi non si lascia impressionare da simili scaramucce. A volte i par vanno dalla batteria della Trieste attestata nei pressi e chiedono a Gennari di guidare il trattore per una rapida incursione contro l'avamposto appena adocchiato. La promessa  di fare a met con il bottino. Tuttavia capita pure che il rodomonte, pronto al corso di Tarquinia a spaccare il mondo, qui senta i brividi percorrergli la schiena e preferisca tirare un calcio alla bomba balilla priva di sicura: rientro a casa per invalidit con annessa pensione.
Il 17 settembre il raid dei folgorini s'indirizza verso i veicoli britannici bloccati a poche centinaia di metri.  una trappola: nei dintorni stanno appostati i pattuglioni nemici. Intervengono anche gli 88 inglesi incuranti di sparare sui propri. La situazione si complica. La risolve il tenente Franco Marini Dettina, medaglia d'argento.  un conte romano con i baffetti alla Charlot: i suoi soldati sono intimoriti dall'aria svagata, dall'abbigliamento sempre curato, dall'attenzione alla disciplina. Per hanno imparato che  il pi interessato alle sorti di ognuno di essi. Negli anni Sessanta diventer presidente della Roma calcio, l'unico della storia a rimetterci.

Rommel ottiene da Hitler di rientrare in Germania. Dopo diciotto mesi ininterrotti di Africa necessita di un periodo di riposo e di curare gli acciacchi. Lo sostituisce il florido generale Georg Stumme, lo chiamano Blitzkugel, palla-lampo:  l'unico generale tedesco bene in carne, ha il volto paonazzo di chi ha seri problemi di circolazione sanguigna. Sul fronte russo si  conquistato la fama di brillante comandante delle forze corazzate, l'hanno per silurato dalla guida del XL Panzerkorps a causa della cattura di un suo ufficiale con addosso i piani dell'imminente offensiva. Con Stumme giungono il generale Wilhelm Ritter von Thoma per il comando dell'Afrika Korps, il generale Heinz von Randow per sostituire il defunto von Bismarck alla 21a divisione e il generale von Sponeck al posto di Kleemann nella 90a.
Alla vigilia della partenza Rommel riunisce i comandanti delle grandi unit. Da un lato desidera tranquillizzare sull'intenzione di ritornare; dall'altro lato, nel rammentare i motivi dell'ultimo insuccesso, ribadisce che per riprendere l'iniziativa servono benzina, carri armati, artiglieria. La marina reale sar in grado di assicurarli? Il caso vuole che quello stesso giorno, 22 settembre, la motonave Apuania venga sventrata dentro il porto di Bengasi da un bombardiere avversario. Ha una stazza superiore alle 7 mila tonnellate ed  una delle ultime rimaste in attivit. Affonda in pochi minuti con un carico di 64 automezzi e 2 carri armati italiani pi 54 automezzi e 10 carri armati tedeschi oltre a cannoni e pezzi di ricambio. Ormai il computo delle perdite va esteso dai rifornimenti alle imbarcazioni. Coprire i vuoti  sempre pi arduo. In agosto e settembre Italia e Germania hanno perso sulla rotta africana trentuno fra motonavi, piroscafi, mercantili, cisterne pari a 121.375 tonnellate.
Cavallero  a conoscenza della sorte dell'Apuania quando, il 24 settembre, accompagna Rommel da Mussolini a Rocca delle Caminate. Il duce sta rintanato tra le care mura del castello nella speranza di riprendersi dai frequenti disturbi gastrici.  stanco, sfiduciato, per di pi deve ascoltare le rimostranze di Rommel sulla grave deficienza delle scorte di benzina e munizioni, sull'insoluta sicurezza dei trasporti nel Mediterraneo, sullo scarso morale dei soldati italiani. Il pignolo ospite sostiene che per difendersi, manovrando le divisioni corazzate in contrattacchi con obiettivi a medio raggio - di Alessandria, il Cairo e il Canale manco a parlarne - servono due nuove divisioni e trenta giorni di carburante. Mussolini riconosce che la mancata conquista della valle del Nilo e l'insuccesso dell'ultima offensiva vanno addebitati unicamente alle deficienze dei convogli e dei rifornimenti, non all'Afrika Korps. S'impegna, perci, di far portare a termine l'attacco a Malta; in seguito torner a prospettare un'occupazione della Tunisia, argomento assai caro a Rommel, per risolvere in maniera definitiva il problema dei rifornimenti.
Volendo dimostrare che le indicazioni di Rommel sono state prese sul serio viene approntato un convoglio diretto a Bengasi. Nei pressi della citt greca di Navarino (nel cui porto fu ingaggiata la furiosa battaglia navale del 1827) la Francesco Barbaro, un'imponente e moderna motonave, viene colpita dai siluri del sommergibile Umbra, che danneggia pure la nave cisterna Unione. L'Umbra  un cacciatore spietato: nella battaglia di mezzo giugno ha affondato l'incrociatore Trento, ma la sua triste, per noi, specialit sono i mercantili. L'elenco  impressionante: Piemonte, Amsterdam, Napoli, Manfredo Campiero, Assunta De Gregari, Emilio Morandi, Algerino, Sacro Cuore, Cadamosto.
In simile elenco la Francesco Barbaro rappresenta il boccone prelibato. Trasporta 547 tonnellate di carburante, 21 carri armati, 151 veicoli, 1217 tonnellate di munizioni, 2334 tonnellate di materiali vari, destinati in gran parte al reggimento Cavalleggeri Lodi. Anche l'Unione ha un carico di tutto rispetto. Rimorchiata nella rada di Navarino, vi risieder per mesi in panne assieme a 190 automezzi e a 3562 tonnellate di benzina. Per i reparti attestati a El Alamein  forse la perdita pi grave in termini di carburante dell'intera campagna.
Eppure il conto complessivo di settembre non  dei peggiori. Sono partite dall'Italia quasi 97 mila tonnellate di materiali (56.703) e carburante (40.200), ne sono giunte 77.526 (l'80 per cento): una riduzione pressoch fisiologica, ma il cui totale  molto lontano dalle 120 mila tonnellate mensili di fabbisogno dell'Ait. La produzione bellica del Terzo Reich, e in misura maggiore dell'Italia, stentano a tenere il passo delle necessit quotidiane. Solo la benzina  arrivata in quantit sufficiente (31.061 tonnellate) per la normale attivit, non certo per costituire la riserva di trenta giorni prospettata da Rommel a Mussolini.
Il feldmaresciallo apprende il nuovo affondamento mentre  a colloquio con Hitler. Il Fhrer l'ha appena tranquillizzato sui rifornimenti per l'Africa con la promessa d'inviare quaranta nuovissimi carri armati Tiger (100 millimetri di corazza e un cannone da 88 in torretta) e una brigata con i lanciarazzi multipli sul modello katiuscia sovietica. Tutto ottimo, ma chi li trasferir dalla Germania a Tobruk?

Anche di quanto avviene nella lontana madrepatria, non soltanto dei rifornimenti, in prima linea arrivano le briciole. Nonostante l'ottimismo di facciata, cresce la sensazione che le sorti dello scontro non siano pi nelle mani di Rommel, la cui partenza  nascosta per settimane. Le mille difficolt vanno spiegate alle reclute provenienti dall'Italia con l'assoluta convinzione di essere alla vigilia della marcia trionfale verso le Piramidi. I nuovi venuti raccontano che a casa si  diffusa la certezza che la guerra d'Africa sia pressoch vinta, che si tratti d'infliggere l'ultima batosta alla perfida Albione. D'altronde i bollettini diramati da Roma mai hanno spiegato in tutta la sua crudezza il disastro delle tanti navi affondate nel Mediterraneo; anzi, sono sempre messi in evidenza i progressi del fronte, l'attivit vincente dei reparti, il raggiungimento dell'immancabile obiettivo fissato dal comando supremo. I cinegiornali Luce e le foto della propaganda mostrano volti sorridenti, parate di cannoni e di carri armati, squadriglie compatte di aerei nei cieli, perfino un traballante veicolo Fiat con la scritta AUTO FRIGORIFERO sul fianco adibito alla consegna di carne fresca. Ma questa prosopopea va poi misurata con ci che accade sotto gli occhi. Di solito sono sufficienti tre giorni per volgere l'ottimismo dei nuovi venuti in dispetto, per capire che la nostra guerra da poveri ci ha infilato in un tunnel senza uscita, per accorgersi che le deficienze riguardano i beni di prima necessit, dalle munizioni alla semplice acqua (l'ultimo accorgimento  di lasciare i coperchi delle gavette sui cofani dei veicoli per raccogliere la rugiada del mattino): figurarsi la carne assente da settimane al pari del fantomatico autocarro Fiat, che nessuno ha avuto la gioia di scorgere nei paraggi della prima linea.
Il rapporto con cui Rommel si  accomiatato viene letto perfino dentro le buche, che si sono moltiplicate e che ciascuno migliora come pu: una comoda, profonda, protetta da travi e ricoperta dalla tettoia di autocarro con tanto di telone pu essere pagata perfino 20 litri d'acqua. L'armata italo-tedesca ha interrotto l'offensiva e ha assunto un atteggiamento difensivo su posizioni che saranno favorevoli per un attacco futuro. Fra i due gruppi corazzati, del nord e del sud,  stato costituito uno sbarramento minato molto grande che deve arrestare il nemico all'altezza del Ruweisat. Io confido che nella prossima settimana o nei prossimi mesi noi potremo rafforzare l'armata. Il problema si riduce alla sola questione dei rifornimenti. Io passer all'offensiva quando avr abbastanza mezzi per farlo. Forte dotazione di carburante e di ogni altro genere ed effettivi completi. Nel frattempo ci teniamo sulla difensiva. Naturalmente la difesa sar integrata da spunti offensivi qua e l, dove il nemico ne offra l'occasione. Una cosa mi preoccupa: interrare e mimetizzare i mezzi corazzati e gli autocarri in sosta sino al confine egiziano. Gli automezzi, per noi tanto preziosi, siano interrati di un metro e mezzo e tenuti ben distanti fra loro. Prego di curare l'occultamento di tutti i mezzi.
Un Rommel cos preoccupato costituisce una brutta sorpresa. Quando mai ha parlato di difesa, di nemico da arrestare? E poi gli autocarri e i blindati da interrare: significa scavare per ore infinite sotto il sole a picco, con vanghe che si rompono a meno che non siano quelle inglesi. L'interramento non fa bene al morale dei soldati e poco importa che sia l'accorgimento adottato con successo da Montgomery ad Alam el Halfa. L hanno operato le scavatrici, qui si va avanti a forza di braccia con il timore che possa poi bastare l'ordigno di un Beaufort a vanificare il sudore versato. I comandanti dei semoventi ci aggiungono l'ordine tassativo di aumentare la blindatura degli scafi prelevando cingoli e corazze dal cimitero di carri armati britannici appena individuato.
Il caporal maggiore Valentino Pisani  uno dei pochi a essersi salvato nell'affondamento dell'Apuania. Ha ventotto anni,  capocarro nella batteria di semoventi da 75/18 del capitano Semeraro: ha contribuito a farla nascere con gli esperimenti condotti nelle officine dell'Ansaldo di Sestri Ponente. Del mese trascorso a Marsa Matruh, prima di spostarsi a El Alamein, rammenta i continui bombardamenti aerei, la fame, la sete, la tenacia nel pulire e lubrificare la canna del semovente. Anch'egli, che il 9 settembre '43 avr il dubbio onore di scortare i Savoia in fuga verso Francavilla del Mare e rientrato a Piacenza militer fra i patrioti di Giustizia e Libert, ritiene di rappresentare un'Italia ligia al dovere, all'amicizia, alla solidariet fra compagni d'armi. Quest'Italia, dopo aver creduto per vent'anni a Mussolini, ne scopre le bugie, le velleit, il bluff sanguinario. Stiamo dentro un conflitto planetario con le nostre scatole di sardine e un fucile vecchio di mezzo secolo. Ai ragazzi della generazione sfortuna spetta subirne le conseguenze.
Le giornate appaiono lunghissime, il pericolo si annida ovunque, ogni minuto pu essere l'ultimo. Pure il deserto contribuisce con i velenosissimi scorpioni verdi annidati nei luoghi pi impensati. L'artiglieria britannica spara a tutte le ore, si concede tiri di prova e di aggiustamento. Noi rispondiamo con il contagocce: la dotazione quotidiana oscilla tra le 10 e le 12 granate. Il passaggio dei bimotori Mitchell, un baffo bianco nel cielo azzurrissimo, costituisce uno spettacolo cui pochi rinunciano, malgrado si rischi di beccare un ordigno in testa. Bombardieri e caccia avversari rovesciano a casaccio su trincee, ridotte, buche gli spezzoni e le bombe non utilizzati nelle missioni. I piloti italiani e tedeschi prima di sganciare devono calcolare se l'obiettivo vale la spesa. La reazione della contraerea britannica la dice lunga sul numero dei pezzi e sulla disponibilit infinita di munizionamento. Gli avversari ormai ci sovrastano in terra e in cielo, per numero e per qualit dei materiali. In una di queste azioni viene colpito il Me 109 (denominato 14 giallo) di Marseille, il ventiduenne capitano asso della caccia germanica con 158 vittorie. In un estremo tentativo di salvezza si lancia in prossimit del presidio del XXXI guastatori, ma il paracadute non si apre. Per due giorni i suoi colleghi di stormo vengono a ossequiarlo con lunghe evoluzioni.
Pur non smettendo d'ipotizzare avanzate tattiche, Rommel ha raccomandato d'intensificare i preparativi per respingere l'offensiva dell'8a armata. Il sistema difensivo si concentra sui campi minati, i famosi giardini del diavolo. Da El Alamein a Qaret el Himeimat vengono approntate fasce orizzontali e trasversali di ordigni intervallate con nidi di mitragliatrici e postazioni di cannoni. Possono essere profonde fino a otto chilometri, dietro ci stanno le postazioni di artiglieria e i carri armati. Pi o meno inconsciamente Rommel si rif allo schieramento adottato dall'esercito tedesco nel 1918: uno sbarramento di avamposti, con alle spalle un'area di difesa molto estesa nel tentativo di guadagnare tempo per la controffensiva delle riserve mobili. Ma i veterani della prima linea sono consci dell'inferiorit dei carri tedeschi. I mitici panzer non appaiono pi invincibili.
La preparazione costa una fatica bestia, colma per di pi di rischi: il lavoro va infatti sbrigato in piena luce. I guastatori del XXXI di Caccia Dominioni si fanno carico delle sistemazioni pi improbe. Bisogna piazzare le mine anticarro, occorre una pressione di 120 chili per farle esplodere, e quelle antiuomo, per le quali  sufficiente la zampa di un gatto. L'ingegno umano, ahinoi, si sbizzarrisce nell'inventare micidiali trappole, che su entrambi i fronti falceranno migliaia di sventurati giovani. L'impegno  cos vasto e assorbente da richiedere l'impiego del genio e la precettazione dei reparti: molti preferirebbero uscire di pattuglia nella terra di nessuno piuttosto che entrare nella catena per far giungere le casse di esplosivi e mine a quegli squinternati del XXXI. I guastatori ci scherzano sopra finch non devono misurarsi con la presunzione dei tedeschi. Il colonnello Hecker, cui Rommel ha delegato la sovrintendenza dei giardini del diavolo, ha detto di coinvolgere nella posa gli italiani. Per molti crucchi significa che il sergente maggiore comanda sul capitano. Ne nascono frizioni e un clima di tensione crescente. Parecchi ufficiali italiani cresciuti con il mito della somma cultura tedesca, del romanticismo, di Goethe, di Wagner, di Schiller assaggiano una delusione in pi. Da una buca all'altra monta il desiderio bene espresso nella lettera di un paracadutista alla famiglia: al momento buono la faremo vedere anche a loro.
Ma la rivincita pu persino arrivare dalla semplice esplorazione notturna di una pattuglia mista di paracadutisti. Il giovanissimo tenente germanico salta su una mina, che il giorno prima non c'era. Il sergente ordina l'immediato rientro e pazienza per il tenente: non possiamo rischiare, ci penseranno gl'inglesi a soccorrerlo. La pattuglia esce dalla no man's land. Due folgorini, per, riprendono a strisciare verso il punto dell'esplosione. Raggiungono il tenente e lo riportano indietro. Poi vanno a dormire. Li sveglia un agitato portaordini tedesco: sono attesi nella tenda del maggiore Hubner. Con lui sta il generale Ramcke: tiene in mano due croci di ferro di prima classe e le appunta sul camicione degli assonnati par. Sono i fratelli Butturini, veronesi, appartenenti al II/186 del maggiore Mario Zanninovich. Trattenuto uno sbadiglio, domandano se possono tornare a dormire. Hanno alle spalle ventiquattr'ore di notevole spossamento: il battaglione ha ceduto il controllo della Carretta d'i bej matt (Qaret el Himeimat) al VI/187 del maggiore Gian Maria Bergonzi e si  spostato in pianura, dove convergono le depressioni di Alinda e del Munassib, accanto alla brigata Ramcke.  qui che cominciano i 15 chilometri di linea affidati alla Folgore. Nei manuali d'accademia sostengono che occorrano mille uomini per un chilometro, alla divisione ne sono rimasti in tutto quattromila.

Il giorno dopo aver respinto ad Alam el Halfa le divisioni corazzate Montgomery ha avviato dentro la roulotte in riva al mare la preparazione dell'offensiva in grado di cacciare Rommel dall'Egitto. Alexander ha tenuto a bada l'ennesima impazienza di Churchill: gli ha spiegato che non si pu attaccare a fine settembre, che serve concedere un altro mese a Monty per non lasciare alcun dettaglio al caso. Churchill ha dovuto abbozzare, si  sfogato addentando il sigaro. Alla primigenia necessit di eliminare la minaccia incombente sul petrolio dell'impero si sono aggiunte due nuove urgenze: disporre dei campi d'aviazione in Cirenaica per proteggere Malta e ottenere un successo eclatante prima che il corpo di spedizione statunitense sbarchi in Marocco e in Algeria. Non si tratta di semplice orgoglio, ma di marchiare la supremazia alleata in modo da condizionare le scelte della dirigenza di Rabat e di Algeri. Colonie della Francia, i vertici del Marocco e dell'Algeria rispecchiano l'ambiguit del governo di Ptain: in teoria neutrale, in pratica succube di Hitler. I servizi segreti di Usa e Gran Bretagna si sono gi molto adoperati per ammorbidire, a suon di dollari, le posizioni di generali e ammiragli transalpini; robuste quinte colonne agiscono da mesi nei due Paesi africani, tuttavia Churchill e Roosevelt puntano sull'effetto persuasivo che una netta affermazione militare avrebbe sugli indecisi.
All'apparenza Monty presta solenne attenzione alle pretese del suo primo ministro, viceversa a lui interessa solo di programmare un attacco con l'esito scontato. Colui che Montanelli definir generale quindici a uno, dalla superiorit in uomini e mezzi che gradiva, stabilisce che la prossima battaglia - secondo gli storici inglesi, la pi determinante del conflitto - sar combattuta secondo gli schemi della prima guerra mondiale. Niente aggiramento dei carri armati sui fianchi: gli scontri di luglio e di settembre hanno dimostrato che sulla linea di El Alamein sono impossibili. Montgomery punta su un'aspra strategia di logoramento. Spetter alla fanteria guadagnare metro su metro, alle forze corazzate stabilizzare i progressi, all'artiglieria appoggiare entrambe. Secondo gl'insegnamenti del '14-18, l'ideale sarebbe una preponderanza complessiva di tre a uno, il generale dovr accontentarsi di schierare il doppio delle forze.
Diventa, perci, fondamentale poter contare su cannoni e carri armati capaci di segnare la differenza. Ed ecco finalmente sbarcare sui moli di Suez i 300 Sherman da 30 tonnellate regalati da Roosevelt a Churchill. Hanno il cannone da 75 con cui fronteggiare i Mark IV e la corazza rinforzata dal tungsteno. Possono sparare granate esplosive e anticarro; in rapporto alla stazza, per, s'incendiano con facilit: prendono fuoco in quindici secondi e all'equipaggio ne occorrono quaranta per uscire dal carro. Assieme agli Sherman vengono allineati il pezzo controcarro da 57 millimetri, che per efficienza vale l'88 tedesco, e il Priest, semovente con obice da 105 mm e munizionamento antivampa montato sul telaio del Grant e successivamente dello stesso Sherman: il pi efficiente ritrovato da parte alleata dell'artiglieria mobile. Dopo un mese di intenso addestramento gli Sherman, i cannoni controcarro da 57 e i Priest vengono caricati sui convogli ferroviari diretti al fronte. Poco distante dai binari sorge un campo di prigionieri italiani, tra questi il giovanissimo Ottavio Missoni, il quale decenni dopo racconter: All'arrivo dei primi treni, urlavamo come matti aggrappati al reticolato: quella  tutta roba nostra, adesso i nostri camerati se la vengono a prendere. Le grida finirono in un rantolo quando vedemmo la spola dei convogli durare ininterrotta sei giorni e sei notti.
Il 15 settembre sul litorale, dove ormai  di casa, Montgomery convoca una riunione dei comandanti di corpo d'armata e di divisione. Si notano diverse facce nuove: Monty ha sostituito quanti non gli sono sembrati all'altezza o per motivi anagrafici o per difformit di vedute. Il cambio pi clamoroso  avvenuto nel XXX corpo d'armata: Ramsden  stato avvicendato da Oliver Leese, un generale esperto nell'impiego di forze corazzate. Anche la 7a ha un nuovo comandante, il generale Harding, fin l nello stato maggiore del Cairo. In uno stupore crescente il maresciallo svela ai pi diretti collaboratori le linee guida del piano: un urto frontale con massicci attacchi notturni e carri armati in movimento dopo la conquista della posizione. Il massimo dello sforzo sar effettuato sul versante nord. Copiando Alexander, anche Monty paragona il fronte nemico a una porta con i cardini all'estremit settentrionale. Sostiene che spingere il lato cedevole, quello sud, pu farla girare all'indietro anche a lungo prima di provocare danni seri, viceversa un colpo secco alla cerniera potrebbe spalancare la porta scardinando l'intero fronte. Montgomery guarda alla grande strada costiera, sulla quale far correre le proprie unit tutte motorizzate: non lo rivela, ma il suo sogno  di piombare sul ciglione di Sollum per insaccare gran parte dell'armata italo-tedesca.
Montgomery avverte i generali che hanno un mese per addestrare i soldati al duro compito dal quale sono attesi. Dovranno apprendere le tecniche ormai desuete dell'assalto contro postazioni e fortini. Tuttavia per giungere al cospetto dei bunker, a volte distanti quattordici chilometri dalla linea britannica, bisogner superare i temutissimi giardini del diavolo. La premessa  di creare dei corridoi, percorribili prima dai soldati, poi dai tank. Il compito viene affidato al maggiore Peter Moore, comandante il 3 squadrone da campo del genio, ferito negli scontri di luglio allorch n Auchinleck n Gott avevano prestato la giusta attenzione ai campi minati mandando spesso al massacro i reparti. In due mesi, spiega Montgomery, il nemico ha centuplicato l'estensione e la pericolosit del suo sistema difensivo; per di pi dovremo agire di notte, quindi dobbiamo trovare un modo efficace di sminare questi campi. Moore deve creare la scuola di sminamento dell'8a armata. Un aiuto fondamentale gli arriva dai modelli sperimentali del rilevatore elettromagnetico polacco in grado di individuare all'ascolto un oggetto metallico sotterraneo. Significa che la sabbia smossa e le baionette non rappresenteranno pi i due modi d'individuare le mine; significa soprattutto che sar possibile lavorare di notte. I rilevatori elettromagnetici giungono in numero insufficiente, appena 500, presentano diversi difetti, per consentono a Moore e alla sua squadra di risolvere il principale assillo di Montgomery.
Il fervore dei preparativi non distoglie gl'inglesi dal punzecchiare gli avversari. Vengono di nuovo messi alla prova i folgorini. Il 30 settembre a Deir el Munassib due battaglioni della Queen's Brigade, preceduti dal tiro di accompagnamento di quaranta batterie e appoggiati da un battaglione carri, investono il IX del capitano Pasquale Chieppa, successore di Rossi e di Carugno. Chieppa  circondato dall'affetto per l'attenzione nel proteggere i soldati: Molte madri vedranno ritornare i figli e non immagineranno neppure di dover dire grazie a lui. Per quanto sistemate a caposaldo avanzato, quindi abbastanza esposte, la reazione delle tre compagnie, 25a, 26a e 27a,  energica e immediata. Berloffa, Marini Dettina e Artusi preparano il contrassalto. I numeri sono modesti (60 par la 25a, 73 la 26a, 50 la 27a): fin troppo per vedersela con due battaglioni zeppi di coraggiosi, che mostrano notevole sangue freddo pur essendo impigliati nei reticolati. Bechi Luserna chiama a raccolta i volontari delle compagnie vicine. Per mezzogiorno si raccolgono 300 paracadutisti: pronti..., via... Folgoreee... L'attacco scompagina l'ordinato procedere degli aggressori non adusi a una sorta di pugna individuale. Il fuoco dei centri di artiglieria del maggiore Ferdinando Macchiato costringe i battaglioni della Queen's Brigade a disperdersi. Per ci stanno i General Lee di fabbricazione statunitense attorno ai quali viene riorganizzato un secondo attacco. Intervengono anche i tedeschi del maggiore Hubner, il cui sbarramento di artiglieria  molto pi sostanzioso. Alle 4 del pomeriggio un'altra carica della 26a con bombe a mano e raffiche sparate da brevissima distanza induce gli inglesi a ritirarsi. Sul campo rimangono diversi carri armati, 200 tra caduti e feriti, 280 prigionieri. Parecchi di costoro sono terrorizzati dalla prospettiva di finire male: i folgorini hanno acquisito fama di esser veri diavoli sia in combattimento, sia dopo. Ovviamente ai prigionieri non viene torto un capello.

7. Conto alla rovescia.

Con ottobre s'intensifica l'attivit di caccia e bombardieri britannici sulle postazioni, sui porti, sui magazzini, sulle vie di collocamento. La Western Desert Air Force punta se non a paralizzare, almeno a rallentare l'afflusso dei materiali di maggior utilit per le truppe dell'Asse. La frenetica attivit dei Wellington, dei Beaufort, dei Blenheim, degli Hurricane, dei Curtiss, degli Spitfire, dei primi esemplari dei giganteschi Halifax e B24 Liberator serve pure a logorare la macchina nemica. Alexander e Coningham hanno una perfetta conoscenza delle difficolt della Regia Aeronautica e della Luftwaffe nel supplire persino ai pezzi di ricambio, figuriamoci agli apparecchi. Sanno che ogni litro di benzina consumato, ogni componente danneggiato sar complicato da rimpiazzare: mirano quindi a esaurire le scorte, ad abbattere il maggior numero possibile di aerei per rimanere padroni del cielo in vista della grande offensiva di autunno. La migliore qualit dei velivoli e l'ottimo stato di forma dei piloti, che non sono costretti a spremersi con tre-quattro missioni al giorno, consentono a Coningham di effettuare un paio di efficaci sortite. I suoi caccia e i suoi bombardieri si alzano in volo durante alcuni temporaloni, che tengono bloccati sulle piste aerei e piloti dell'Asse. La sorpresa  totale: con il maltempo finora non si volava. La conseguenza delle inattese incursioni  che per l'aviazione italo-tedesca si allunga il conto degli aerei e delle piste fuori uso.
Non se la passano meglio i soldati. Nei ridotti dei bersaglieri, dei par, della Trieste, della Bologna ci si organizza alla bell'e meglio contro gl'inopportuni visitatori del mattino, del mezzogiorno, del pomeriggio. Avvampano il dispetto, la rabbia per l'essere ormai un bersaglio facile. 
Allora gliela facciamo vedere noi.
Una compagnia prepara i fucili per l'Hurricane del tramonto: la scarica sorprende il pilota in volo radente; col serbatoio bucherellato azzarda un atterraggio di fortuna, finisce con la testa dell'aereo conficcata nella sabbia, lui salvo e prigioniero. Currini Galletti recupera dalla carcassa del Douglas A 20 Boston la mitragliatrice con i nastri capace di sgranare mille colpi al minuto. Assieme al sergente D'Elia la sistemano sul dosso in direzione della traiettoria, con il sole alle spalle, seguita dallo Spitfire delle 8. La raffica prolungata lo colpisce sul muso, il pilota per  bravo a planare nella terra di nessuno. Quando la camionetta amica viene a recuperarlo saluta da lontano con la mano. I primi cannoni da 90 millimetri, copiati dall'88 tedesco, capaci di abbattere una Fortezza Volante giungeranno a fine mese, a giochi conclusi.
In un solo giorno Coningham impiega 700 caccia e bombardieri. D'altronde l'industria britannica durante la guerra sar capace di costruire 124 mila esemplari, ben 11 mila in pi della Germania e 13 mila in meno dell'Unione Sovietica, non parliamo degli Stati Uniti, 280 mila. E l'Italia? Nei quaranta mesi di conflitto ne costruiremo soltanto 10 mila e nell'autunno '42 la produzione  gi in drastico calo. Possediamo il caccia migliore, il Macchi 202, ma  pi raro del Feroce Saladino, la figurina da collezione che a met degli anni Trenta ha fatto impazzire tre quarti del Paese. Eppure ancora oggi dobbiamo ascoltare che a El Alamein manc la fortuna...
Le piste sono martellate in modo assillante. I depositi di Bengasi, di Bardia, di Marsa Matruh, di Fuka subiscono violenti bombardamenti. Le riserve dell'armata si assottigliano ulteriormente. Il numero dei morti cresce in misura esponenziale e a ogni cerimonia dell'addio il primo pensiero  sempre per la mamma, che magari si era conosciuta alla partenza della tradotta. I nostri piloti combattono in condizioni d'inferiorit crescente. L'elenco dei caduti  infinito, riportiamo alcuni nomi nella speranza che la memoria abbia un senso: capitano Guiducci, capitano Argenton, sergente maggiore Trevisan, sergente maggiore Minelli, capitano Dagasso, maggiore Larsimont Pergameni, maggiore Laurin, maggiore Maddalena, colonnello Romagnoli, colonnello Leotta, sergente maggiore Rossi, sergente maggiore Golino, capitano Pluda, capitano Bonfanti, tenente Massa, tenente Gibellini, maresciallo Del Turco, sergente Taverna, sottotenente Barsotti, sottotenente Bondi, maresciallo Bignami, maresciallo Dallari, sottotenente Borselli, sottotenente Giampaoli, sergente Pedoni, sergente maggiore Bombardini, capitano Monti, maresciallo Olivetti, maresciallo Labanti, capitano Gon, tenente Soprana, che non svela di essere un medico radiologo per continuare a volare, tenente Berti, tenente Mandolini, tenente Baroni e cento altri ancora pronti a sacrificare la propria esistenza alla faccia di chi a Roma li ha inviati al macello e di chi a Londra teme soltanto i tedeschi.
Il 2 ottobre il capitano Livio Ceccotti, ventisettenne asso del 4 stormo, si trova circondato da cinque Spitfire sopra il nodo fortificato di El Alamein. Con il Macchi 202 ingaggia una battaglia temeraria, di quelle che hanno costruito la sua solida fama di fegataccio. Ne abbatte due prima di essere circondato dalle fiamme dentro l'abitacolo. Ceccotti riesce a lanciarsi col paracadute: mentre scende dondolando forse riflette sul futuro da prigioniero che l'aspetta, invece uno Spitfire gli si avvicina e lo finisce con una raffica al di fuori di tutte le convenzioni e di tutti i codici d'onore. Non  la prima volta che i piloti britannici violano le regole di comportamento: hanno sparato anche al paracadute del tenente Bevilacqua, che l'ha scampata per miracolo; in pi occasioni hanno mirato agli ospedaletti da campo, ma ora, con l'infittirsi delle operazioni, hanno preso l'abitudine di aprire il fuoco contro i poveracci appesi al paracadute. In un caso un Wellington ha trucidato il pilota tedesco di un Me 109, ma un Macchi l'ha centrato costringendolo ad atterrare oltre le linee. Anche il Macchi ha seguito a terra il pesante bombardiere: il pilota  sceso dall'aereo, ha catturato i quattro canadesi dell'equipaggio e li ha consegnati al posto di guardia dell'Afrika Korps con esauriente spiegazione di ci che era accaduto. In mezzora i quattro sono stati processati e fucilati.

Il 3 ottobre Stumme invia una relazione a Roma e a Berlino. Vi raccomanda di non distogliere le grandi unit motorizzate collocate in Libia per proteggere le basi; sostiene che le forze a disposizione siano sufficienti per respingere la paventata offensiva dell'8a armata, addirittura si sbilancia nel prometterne l'annientamento e la successiva occupazione di Alessandria e di Suez, se ricever adeguati rifornimenti. Stumme non si  reso conto dell'effettiva forza di Montgomery, della quantit di materiali con cui la sua intendenza  rimpinzata. Tuttavia le sue osservazioni sulle provviste di armi, materiali e cibo ripropongono la sempre pi grave questione della sicurezza dei convogli. Di conseguenza si finisce sull'irrisolto nodo di Malta, tornata a essere il fulcro della presenza britannica nel Mediterraneo. Nessuno dei grandi capi vuole ammettere che ad aprile  stato commesso un grossolano sbaglio nell'anteporre l'avanzata di Rommel alla conquista dell'isola.
Stavolta Mussolini appoggia la richiesta di Cavallero di portare a compimento ci che  stato rinviato sei mesi innanzi e di cui il comando supremo avrebbe dovuto farsi carico appena pronunciata la dichiarazione di guerra. Due anni e mezzo dopo il fuscello si  trasformato nella trave. Liberarsene significherebbe per Cavallero risolvere pure la grana sulla fuga di notizie riguardante gli alti gradi della Marina. Anch'egli ha realizzato che a Santa Rosa non remano tutti nella stessa direzione. Con crescente stupore ha ascoltato l'ammiraglio Luigi Sansonetti, sottocapo di stato maggiore, affermare che le navi partite all'improvviso o quelle che cambiano rotta non vengono attaccate. La qual cosa, secondo Sansonetti, fa pensare allo spionaggio. Eppure l'ammiraglio esclude che le notizie escano dai porti, anzi sostiene che vengano inviate dalla capitale.
Pur riconoscendo la giusta esigenza di chiudere definitivamente la pratica maltese, Kesselring oppone un ostacolo non indifferente: le poche squadriglie a disposizione. Il meglio della flotta aerea  stato dislocato in Unione Sovietica e finch non cadr Stalingrado nemmeno un velivolo potr essere distolto. Cavallero e il generale Fougier, capo di stato maggiore dell'Aeronautica, offrono la totale disponibilit dei nostri stormi. L'unica a tacere, a non avere soluzioni  la marina: per essa Malta resta un obiettivo secondario. Kesselring assume l'impegno di riferire all'Oberkommando e di valutare la fattibilit del progetto.
Mussolini, Cavallero e i loro lacch continuano a essere fuori dal tempo. S'intestardiscono su Malta ora che s'affacciano ben altre urgenze, ora che gli esiti della guerra volgono minacciosamente verso il brutto sia in Unione Sovietica, dove Stalingrado si sta tramutando nella tomba della 6a armata di Paulus, sia in Egitto, dove l'apparente bonaccia annuncia l'incombere del peggio.

In seno alla Folgore nasce il raggruppamento Ruspoli, cio agli ordini del tenente colonnello Marescotti Ruspoli. Hanno messo assieme il VII battaglione del capitano Mautino, l'VIII guastatori del maggiore Giulio Burzi, il gruppo controcarro del capitano Curti, tre batterie da 47/32 e un po' di artiglieria racimolata dalla Trieste, dalla Pavia, dall'Ariete, dalla Celere, spesso cannoni della prima guerra mondiale, prede belliche appartenute agli austriaci, alla Francia, comunque insufficienti per replicare all'88 britannico, l'autentico spauracchio delle nostre postazioni. Alla guida della composita unit Frattini ha posto questo lungagnone dai baffetti curatissimi, l'espressione severa, erede di una delle pi importanti dinastie romane, la cui unica alterazione della voce  stata udita quando ha invitato il maggiore medico Atella a non insistere con la corbelleria di volerlo ricoverare per curare il violento attacco febbrile causato dalla ferita trascurata.
Molto stimato dalla truppa, che ha imparato a leggere pessimismo e ottimismo fra le pieghe del suo volto, Ruspoli  un militare di mestiere: ha gi combattuto nel '15 con la cavalleria, ha trascorso lunghi periodi in Africa prima alla ricerca delle spoglie dello zio, il famoso esploratore Eugenio sparito alla fine dell'Ottocento, poi da volontario in Etiopia nei Cavalleggeri Alessandria.  quindi uno dei tanti cavalieri attratti dal gusto della nuova avventura con il paracadute, malgrado l'et (49 anni) non sia pi verde. Anche nel deserto ha conservato l'abitudine di calzare scarpe da golf. Avverte la responsabilit morale di aver, suo malgrado, trascinato il fratello maggiore Costantino, anch'egli combattente nel primo conflitto in sella a un cavallo, ma in seguito imprenditore in Belgio. All'annuncio di Mussolini sull'ora fatale che scoccava nel quadrante della storia, Costantino  rientrato in Italia e si  arruolato. L'avevano assegnato al vecchio reggimento, ha per chiesto di seguire Marescotti. Lo scetticismo dei generali e dei par sui suoi 51 anni  stato superato con gli ottimi voti nelle prove pratiche. Costantino  anche pi taciturno del fratello; il suo sfogo sono lunghe passeggiate, quasi irridendo l'artiglieria avversaria, con la pipa fra i denti e al fianco la mannaia tolta a un prigioniero neozelandese. Con ironia venata d'ammirazione, i soldati l'hanno soprannominato estasi.
Gli ufficiali in prima linea mostrano sprezzo del pericolo nell'affettare indifferenza verso l'artiglieria britannica allorch prende le misure dei nostri capisaldi. Incaricato di controllare con il binocolo le lande desolate dinanzi alle buche, Peroncini punta i gomiti sul bidone e inquadra l'inglese ritto sulla jeep che, a sua volta, lo sta inquadrando con il suo di binocolo. Sennonch l'inglese abbassa la mano. Peroncini intuisce che l'altro ha ordinato di aprire il fuoco, si lancia verso la buca vicina: cinque secondi dopo il bidone  polverizzato. Pure quando la mira non  cos precisa, le quote in pianura e in collina sono rasate in lungo e in largo per un'ora intera. La gragnola dei colpi costringe a diradare i lavori di rafforzamento delle difese e poco importa se la maggior parte venga sparata a casaccio, magari da batterie appena giunte in linea e desiderose di calibrare la gittata. Quelli che adesso con ipocrita dispiacere definiamo danni collaterali allora erano auspicati. Lo scopo primario dell'artiglieria britannica  di tenere sotto stress il nemico, se poi vengono sbriciolati uomini e materiale, hip hip, urr.
Fra i danni collaterali dell'8 ottobre figura la scheggia che trafigge la colonna vertebrale del capitano Visconti. Sbarbato, frustino in mano, divisa impeccabile ha attraversato il pianoro allo scoperto per raggiungere il comando di battaglione: in barba a ogni prudenza  stata programmata una riunione alle 17,30 con la conseguenza di doversi muovere in piena luce. E se gli altri hanno adottato i consueti accorgimenti, Visconti se n' ben guardato. L'aveva nel sangue il gusto della sfida, quasi la volutt di essere il bersaglio del cannone nemico. Nel crollare al suolo l'hanno sentito urlare Viva il Re. L'invocazione costituiva una sua fissa, gi confessata agli amici: Vorrei avere il tempo, prima di cadere, di gridare 'Viva il Re'... Sapete: come in quelle belle stampe del 1848 un po' ingiallite, raffiguranti episodi delle guerre d'indipendenza. Una preveggenza che aveva il degno corollario nella spiegazione delle passeggiatine irrisorie in faccia al nemico: Un Visconti non schiva il piombo dei Windsor.
Tuttavia gli ordigni inglesi servono, talvolta, a procurare gl'incontri pi impensati. Sui cocuzzoli dello Himeimat, la Carretta d'i bej matt per i folgorini che la occupano, Quota 216 per le carte tipografiche, si riconoscono nella notte il capitano Mainetto, comandante dell'avamposto, e il sottotenente medico Ceriana, andato su per curare i feriti dell'ultimo bombardamento. Se le sono suonate in tante partite di campionato, l'uno del Rugby Torino, l'altro dell'Amatori Milano, prima del terzo tempo dinanzi alla caraffa di vino. Adesso, dopo gli abbracci e le pacche sulle spalle, si sistemano sugli spuntoni di roccia con due gavettini d'acqua alla benzina a rimirare le luci degli scoppi in basso.
Proprio dalla linea del fuoco giungono gli avvisi sui preparativi britannici. Specialmente di notte le vedette colgono i rumori del viavai ininterrotto degli automezzi. Mediamente ogni posto di ascolto ne conta fino a sessanta. In lontananza, sulle piste di collegamento con il Cairo e Alessandria, rimangono accese, durante il buio, le luci dei veicoli in transito e dei riflettori addetti a illuminare il passaggio tra i campi minati di seconda schiera. La ricognizione aerea italo-tedesca, nella rara attivit che le  consentita, ha segnalato l'impressionante affluenza di tank, di blindati, di mezzi cingolati, di colonne infinite di automezzi. E poi ci sono le ammissioni dei prigionieri catturati con apposite passeggiate nella no man's land. I loro racconti sui cannoni, sui carri armati, sugli aerei a disposizione danno i brividi.
Ma  possibile che stiano ammassando tutto questo bendiddio? E come li fermiamo?
Trovero ricorda che, avendo accompagnato al comando di divisione quattro neozelandesi e un tenentino biondo, assai orgoglioso dell'essere inglese e ben diverso dai suoi sottoposti, al momento del commiato il saluto dell'ufficialetto fu: Buona fortuna a tutti voi, ne avete proprio bisogno.
Grande  lo stupore allorch addosso a uno dei britannici viene rinvenuta l'esatta disposizione delle batterie e degli avamposti del 187 reggimento con su scritti i nomi dei comandanti le compagnie.
Ma come, obietta un giovanissimo tenente al colonnello Boffa, a me hanno negato la piantina del settore con la motivazione che  un segreto di Stato e l'ultimo soldato di sua graziosa Maest ce l'ha nella tasca della sahariana?
Viene raccomandato di usare poco il telefono. Lo stesso per le radio Allocchio Bacchini: ci si ascoltano le canzoni trasmesse dall'Eiar di Roma, ma guai a collegarsi con quella del reparto confinante. Le nostre comunicazioni, infatti, sono poco protette; al contrario, il sistema d'ascolto avversario  molto pervasivo. Il rimedio suggerito consiste nell'usare il dialetto, ma non sempre la comprensione linguistica fra un piemontese e un siciliano  scontata. Lo strapotere inglese condiziona scelte e movimenti. I guastatori di Caccia Dominioni e i genieri si sbizzarriscono nel mutare con l'interramento di scatolette di carne, vuote, il panorama nella speranza d'ingannare gli artificieri rivali quando Montgomery far avanzare le truppe. In questa gara di piccole astuzie bisogna anche fare i conti con i campi minati del nemico adesso inglobati nello schieramento difensivo dell'Ait. Nessuno ne conosce l'esatta disposizione. Basta una minima disattenzione e sono guai. Il tenente De Fonseca, responsabile della squadra mortai da 81 del VI Folgore, ci rimette la gamba. Il maggiore Bergonzi affida i pregiati pezzi a Peroncini: ha studiato trigonometria, qualcosa ci capir sulle traiettorie di tiro. E non provenendo Peroncini dal liceo classico, Bergonzi d per scontato che gli sapr approntare una buca comando adeguata. Peroncini ci adatta sopra l'immancabile camion inglese nella speranza d'ingannare i curiosoni dell'osservatorio nemico.
La qualit della vita peggiora. Neppure la consegna ai reparti di forme da trenta chili di parmigiano serve a rialzare il morale. A eccezione degli ufficiali di cavalleria, nessuno fa pi la barba. Si vive sotto una crosta di sudore e di sabbia, ci si  abituati a tutti gli afrori. Qualcuno a volte non ha la forza di muoversi dalla buca nemmeno per le funzioni fisiologiche. Le uova dei pidocchi si moltiplicano pi degli Sherman e dei semoventi di Montgomery. Molti sono debilitati dalla dissenteria. Artiglieria nemica permettendo, capita di addormentarsi alle prime ombre della sera e bisogna fare attenzione alle vipere annidate fra teli e coperte. Gli inglesi si sono fatti furbi: non mandano pi in giro le jeep e i Bren Carrier carichi di provviste. La spesa nella terra di nessuno diventa un ricordo. Allorch arriva una partita di uova scadute i medici consigliano di farle bollire per dieci minuti sugli scafi degli M14. Diventa un pericolo l'acqua congelata dentro le borracce bagnandole esternamente. La volutt di rinfrescarsi procura un bel po'di congestioni. Per fortuna il razionamento obbliga molti a non sprecare manco una goccia per inumidire la borraccia.

Il 10 ottobre Barbasetti Prun avverte Roma che l'ufficio informativo della Delease pronostica il grande attacco dopo il 20, addirittura ipotizza una data precisa, il 23, serata di luna piena. I tedeschi appaiono dubbiosi: sostengono che prima di novembre Montgomery non sar pronto a muoversi.
In quelle stesse ore viene scatenato l'assalto aereo contro Malta: 300 bombardieri italiani e tedeschi con una stentata copertura di caccia dovrebbero far capitolare il bastione britannico, per il quale continua a non essere prevista alcuna invasione. Il progetto non  neppure velleitario,  disperato. Kesselring l'ha condiviso pi per togliere un motivo di recriminazione all'alleato rompiscatole che per sincero convincimento. Ha poche squadriglie da utilizzare, viceversa ne servirebbe un numero spropositato per non farsi sbranare dalla furibonda difesa terrestre. Nei quasi due mesi di stasi gl'inglesi hanno irrobustito il dispositivo di artiglieria e portato sulle piste un centinaio di Spitfire e 13 Beaufighter. Da subito le perdite della Luftwaffe e della Regia Aeronautica sono rimarchevoli. E non va meglio nei giorni successivi. Kesselring ha la conferma che sar impossibile piegare la resistenza dell'isola. Ogni aeroplano perso nel Mediterraneo  un aeroplano in meno per l'Africa.
A El Alamein non pensano ai velivoli, s'interrogano, invece, sui convogli in navigazione dall'Italia, che dovrebbero portare i carri armati. Il loro mancato arrivo d molti pi pensieri della posta ormai assente da settimane. Nessuno coltiva sogni di gloria, molto pi semplicemente i veterani hanno compreso che senza i panzer scompare persino la pi pallida speranza di non essere travolti. Un notevole sforzo viene riservato all'ispessimento dei campi minati. A molti sembrano lo sbarramento pi efficace contro i blindati.
Nel tardo pomeriggio del 18 Ferrari Orsi, il comandante del X corpo d'armata, va a ispezionare la sacca minata britannica infilata come un cuneo fra il settore del raggruppamento Ruspoli e quello controllato dal IX battaglione. Ferrari Orsi  accompagnato dal maggiore Macchiato, il responsabile del III gruppo anticarro, e dal maggiore Patella, subentrato a Bechi Luserna nella guida del IV. Raffaele D'Oronzo, intento a spidocchiarsi a ridosso di uno spuntone di roccia, li vede dirigersi senza esitazione verso la zona infestata dalle mine.  ben nota ai folgorini: sono stati loro a renderla pi infida con ulteriori diavolerie. D'Oronzo immagina che pure i due maggiori la conoscano, tuttavia interrompe la piacevole incombenza e urla: Eccellenza, attenzione perch l ci sono le mine. Per sicurezza ci aggiunge anche una specie di saluto. Ferrari Orsi non batte ciglio, interamente assorto nello studio della mappa, gli altri due idem; forse non se la sentono di contrariare il capintesta, di mostrarsi meno spavaldi di lui o magari ritengono di sapere dove mettere i piedi. D'Oronzo riprende la sua attivit. Mezzo minuto e si sente un gran boato. Dei tre vengono recuperati brandelli.  una brutta perdita per la catena di comando, gi alle prese con la sostituzione del generale Predieri, della Brescia, anch'egli saltato su una mina. Ferrari Orsi aveva carisma, riscuoteva fiducia e stima. Il X viene provvisoriamente affidato a Frattini; alla testa della Folgore gli succede il colonnello Bignami.
Nella terra di nessuno dinanzi alle postazioni del VI piovono nebbiogeni. Peroncini e i suoi commilitoni li osservano straniti: che vorranno dire? I par pensano a un'azione immediata, invece vedono scendere dal cielo migliaia di volantini scritti in italiano. Il comando dell'8a armata avvisa i folgorini che il giorno dell'attacco i tedeschi li abbandoneranno e che di fronte hanno un cannone ogni cento metri. Magari fosse stato cos, commenter Peroncini sessantasette anni dopo: ne avevano uno ogni venti metri... Comunque, se qualcuno ci ripensa, il volantino vale quale lasciapassare. Sul momento assolve a un uso igienico molto pi impellente.

Ormai le cattive notizie si susseguono. Il 19, dopo una puntata su Tobruk, l'aviazione britannica scatena massicci bombardamenti contro il fronte centro-settentrionale, i campi d'aviazione di el Daba, la strada costiera e ferrata da Marsa Matruh a Sidi el Barrani. Ma il 19  pure la giornata nera degli aerei dell'Asse impegnati su Malta. Al costo di 30 Spitfire la Raf abbatte 70 bombardieri italiani e tedeschi. Impressionati dalla batosta, Hitler e Kesselring dispongono la sospensione immediata delle incursioni. Inutilmente Cavallero e Fougier insistono per una continuazione degli attacchi in vista del trasporto di tre divisioni in Libia. Lo stop  definitivo. Le mille indecisioni nei confronti dell'isola dal giorno dell'ingresso in guerra sono state pagate con un prezzo salato: 897 bombardieri germanici e 570 italiani contro 844 caccia britannici. Il 20 ottobre Mussolini confida a Cavallero: Tutto considerato, sono venuto alla conclusione che invece di avanzare su Marsa Matruh era meglio fare l'operazione di Malta.
Viceversa siamo alle strette nei 58 chilometri fra El Alamein e la depressione di el Qattara. Stumme ha conservato la disposizione studiata da Rommel. Dal mare alla depressione di el Mireir  schierato il XXI corpo d'armata del generale Enea Navarini, cio la Trento (generale Giorgio Masina), la 164a (generale Carl-Hans Lungerhausen), la Bologna (generale Alessandro Gloria), due battaglioni della brigata Ramcke. Dalla fine della depressione di el Mireir a Qaret el Himeimat  schierato il X corpo d'armata del generale Edoardo Nebbia, in attesa dall'Italia, cio la Brescia (generale Brunetto Brunetti), gli altri due battaglioni della Ramcke, la Folgore (generale Enrico Frattini), la Pavia (generale Nazareno Scattaglia). Sparpagliati ci sono due reggimenti di bersaglieri, il XXXI guastatori, assemblato con la Folgore, raggruppamenti d'artiglieria italiani e germanici. Dietro sono posizionate le forze corazzate: a nord la Littorio (generale Gervasio Bitossi) e la 15a (generale Gustav von Vaerst); a sud l'Ariete (generale Francesco Antonio Arena) e la 21a (generale Heinz von Randow). In sostegno il raggruppamento Kasta, il gruppo di combattimento Kiehl, il 33 reparto esplorante, l'unit speciale del colonnello Menton. La riserva d'armata  costituita dalla Trieste (generale Francesco La Ferla), dalla 90a divisione leggera (generale Theodor von Sponeck), entrambe arretrate lungo la costa da Ras el Gibeisa a Ras el Kanays, e da una divisione Flak, pezzi contraerei.
A differenza di Rommel, che nella clinica di Wiener Neustadt dove cercano di curargli la pressione alta e il cuore malandato lamenta di essere a corto d'informazioni, Stumme disperde i carri armati secondo la tattica difensiva imparata sul fronte sovietico. Conserva, invece, l'antica alternanza delle postazioni fra italiani e tedeschi con il sottinteso dei secondi guardiani dei primi. Massimo affidamento viene fatto sui campi minati: i genieri hanno collocato 500 mila ordigni anticarro e antiuomo. Dalla costa a Bab el Qattara sorgono sette imponenti compartimenti, denominati H-J-L-K-B-C-D. Poi incomincia il settore della Folgore incaricata di sfruttare i vecchi campi inglesi. Gli artieri del 185 intensificano l'impegno per aumentarne l'impraticabilit. Scherzano con la morte a ogni minuto. In tre sono dilaniati mentre collocano un ordigno a strappo. Purtroppo sono arrivate anche le mine italiane, chiamate con il massimo della presunzione V3 e salutate con ingiustificato orgoglio dal comando d'armata, tanto chi ha firmato l'insulso ordine del giorno non va certo a metterle. Le V3 sono confezionate in modo grossolano, spesso non revisionate nei dispositivi di sicurezza. Risultano avariate in partenza al pari delle mine recuperate vicino a quelle esplose.
Alle spalle degli avamposti giganteggiano le due fasce minate fortemente volute da Rommel in prossimit del Ruweisat per bloccare un eventuale attacco. Ma con lo spostamento in avanti della linea del fuoco, il grande sbarramento viene a trovarsi proprio nel centro dello schieramento italo-tedesco. Costituir un ostacolo in pi quando occorrer spostare le forze corazzate e peggio ancora al momento di avviare la ritirata.
Al termine di una dura giornata trascorsa a piazzare mine un ufficiale del genio si domanda che cosa sar di questo terreno quando il ghibli avr spazzato ogni minima traccia dei campi. La risposta che si d sgomenta Bechi Luserna e gli altri raccolti attorno a lui. Traiamo il resoconto dalle memorie di Bechi. Cominceranno a creparci nell'immediato dopoguerra: i soliti ragazzini stupidi che, scorgendo a terra un pezzo di ferro, sentiranno il bisogno di andare a percuoterlo con un bastone. Sar poi la volta di una carovana di turisti americani fruganti nella sabbia in cerca di cimeli. Nel 1952 una missione d'insigni scienziati non far ritorno da una spedizione nel deserto occidentale; per cui si parler ancora di Tutankamen e del malocchio delle tombe egiziane. Nel 1963 la Societ Geografica Egiziana, riunita in seduta straordinaria, deplorer la incomprensibile sparizione del patrimonio zootecnico nordafricano, che calamit misteriose assottigliano di anno in anno. Nel 1974 sar presentata una memoria all'Accademia Geofisica di Boston su taluni fenomeni eruttivi che, a periodi ricorrenti, si manifestano ai margini della Depressione di el Qattara. Nel 1995, in seguito ai ripetuti e mortali incidenti imputabili a misteriose forze occulte, le ultime trib della Marmarica libico-egiziana abbandoneranno il Paese. Nel 2000, finalmente, ogni traccia di vita sar scomparsa in queste terre e le carte geografiche recheranno la scritta RESTI DI ANTICHE CIVILT MECCANICHE.

Il 19 ottobre Montgomery convoca gli ufficiali superiori dei tre corpi d'armata - il X, il XIII, il XXX - per svelare i contenuti del piano d'attacco, nome in codice Lightfoot (piede leggero), a indicare la delicatezza con la quale i reparti saranno obbligati a muoversi nel dedalo dei campi minati. Nella sala cinematografica di Amariya, dove si svolge l'incontro, Monty non nasconde che la lotta sar dura, sar sanguinosa, proseguir per non meno di dieci giorni. Lo sforzo principale sar sostenuto dal XXX a nord, incaricato di realizzare due corridoi attraverso i campi minati, nei quali transiteranno i carri armati del X corpo d'armata, cui toccher il colpo del ko. A sud il XIII attaccher in direzione di Gebel Kalakh e di Qaret el Himeimat: nella realt un diversivo per trattenere il maggior numero di forze corazzate e Monty chiede scusa al generale Horrocks del sacrificio richiesto.
Da giorni sono in atto piccoli stratagemmi per fuorviare il nemico facendogli credere che la spinta maggiore avverr contro la Folgore.  stata la mente vulcanica del colonnello Charles Richardson a partorire il Grande Bluff. Hanno aumentato il traffico dei veicoli nelle retrovie per mascherare il lento spostamento dei mezzi e dei battaglioni verso il settore settentrionale. I cannoni e i cassoni delle granate vengono dissimulati sotto finti autocarri sistemati di notte nei luoghi dell'attacco. L'avvicinamento del X corpo d'armata avviene con spostamenti che danno l'idea di un posizionamento finale a sud del Ruweisat. Allorch il X devia verso la sua vera destinazione, rimangono un gran numero di cannoni, di carri armati, di camion: sono semplici sagome al pari dei finti arsenali e dei finti depositi di materiali, tuttavia i rari aerei della ricognizione italo-tedesca ne sono abbindolati. E quando non sono abbindolati, quando si accorgono che in un solo giorno girano oltre dodicimila tra camion, blindati, carri armati, la domanda rimane senza risposta: dove vanno? Il rilevamento fotografico  stato gi raggirato dallo pseudo oleodotto diretto verso il meridione, la cui costruzione si  iniziata il 27 settembre e che non pare possa esser terminata prima del 5 novembre. Per il 23 ottobre sono, inoltre, fissate false comunicazioni radio, che attestino l'avvicinamento del X corpo d'armata al fronte sud e l'annuncio di uno sbarco dietro le difese avversarie.
Insomma Montgomery ha di che essere soddisfatto: il Grande Bluff procede egregiamente. Pu, quindi, esporre il disegno strategico con l'esatta disposizione delle forze. Dal mare al costone del Ruweisat il XXX corpo d'armata di Sir Leese, cio la 9a australiana (generale Morshead), la 51a Highland (generale Wimberley), la 2a neozelandese (generale Freyberg), la 1a sudafricana (generale Pienaar), la 4a indiana (generale Tuker). A sud, dai pendii del Ruweisat a Qaret el Himeimat il XIII corpo d'armata del generale Horrocks, cio la 50a (generale Nichols), la 44a (generale Hughes), pi due brigate della Francia libera e una brigata greca. In seconda schiera a nord il X corpo d'armata del generale Lumsden, cio la 1a divisione corazzata (generale Briggs), la 10a corazzata (generale Gatehouse), l'8a corazzata (generale Gairdner); a sud la 7a corazzata (generale Harding).
Monty sconcerta gli ufficiali con l'annuncio che dopo il primo sfondamento i carri armati si fermeranno per appoggiare l'avanzata della fanteria e respingere l'immancabile controffensiva di Rommel. Montgomery spiega di esser giunto a tale determinazione per l'impossibilit di completare l'addestramento delle truppe e sulla scorta delle esperienze maturate nella campagna africana. Immagina tre fasi, che racchiude in tre sostantivi: Rottura, Demolizione, Eruzione. Vuole, insomma, una lunghissima battaglia in grado di annientare la fanteria italo-tedesca e contemporaneamente di ridurre al minimo la forza dei panzer. A quel punto sar sferrato l'assalto decisivo.
Il maresciallo ha lungamente studiato le campagne di Rommel, vuole perci evitare a ogni costo una battaglia di movimento, nella quale la genialit della volpe del deserto prevarrebbe. Viceversa desidera fornire a Rommel il cappio nel quale impiccarsi: sfidarlo a contrattaccare con i panzer, secondo la sua tattica abituale. Egli l'aspetter nelle posizioni pi vantaggiose ed eliminer i suoi carri uno a uno. Montgomery sa che Rommel non predilige l'impiego della fanteria ed  restio ad attaccare di notte. Saranno altre due carte vincenti nella guerra di logoramento per la quale i tedeschi dispongono di risorse limitate. Montgomery insiste sulla necessit di non lasciarsi strappare l'iniziativa. L'asso nella manica consiste nella marcata superiorit di uomini e di mezzi:  persuaso che, per quante perdite potr subire, alla fine gli avanzeranno il reggimento e lo squadrone carri necessari a trionfare. D'altronde fra il 1 agosto e il 23 ottobre, oltre alle nuove divisioni messe in linea, saranno affluiti 41 mila effettivi, 1000 carri armati pesanti, 360 leggeri, 8700 veicoli. In un mese nei porti del Medio Oriente sono state sbarcate 500 mila tonnellate di materiale. Nelle retrovie lavorano 300 mila soldati e 500 mila civili, la manodopera impiegata  di 750 mila unit. Sono state costituite 49 compagnie per i compiti di manovalanza e 60 compagnie per il trasporto di benzina, acqua, carri armati, viveri, munizioni. Nel suo libro D'El Alamein  Tunis et  la Sicile Alexander ha scritto: Il grado di efficienza dei porti, delle strade, delle ferrovie, degli oleodotti quasi sempre super le previsioni e mai fummo obbligati a una sosta delle operazioni pi lunga di quanto avessimo calcolato a causa della mancanza di vettovagliamento o di personale e di materiali.
Il 20 Monty chiude il rapporto con un invito assai poco british: ciascun componente dell'8a armata dev'esser pervaso dal desiderio ardente di ammazzare tedeschi, compresi i cappellani: uno per ogni giorno feriale, due la domenica. E gl'italiani? Non siamo considerati. Nell'entusiasmo suscitato dal proclama di Montgomery pure i crucchi vengono considerati carne tenera, figuriamoci i mangiaspaghetti. Gli ufficiali si dicono certi che scapperanno. I soli dei quali dubitano sono i paracadutisti.
Lumsden non dissimula il proprio scetticismo. Monty gli ha affidato il corpo d'lite, il X, fornito degli Sherman e dei migliori semoventi, gli ha concesso settimane e settimane di addestramento, a lui riserva il compito pi prestigioso: infliggere il colpo del ko. Ma Lumsden i carri armati vorrebbe usarli secondo le tattiche pi moderne, non in supporto dei fanti. Per di pi teme, e su questo argomento lo spalleggia Freyberg, che i tank non riusciranno a superare i campi minati. Ha uno scontro con de Guingand e un lungo confronto con il comandante in capo. Montgomery non arretra di un centimetro: i carri devono passare e passeranno, poi si fermeranno ad assolvere la missione prestabilita. A Rommel non sar concessa alcuna chance d'inventarsi qualche diavoleria. I carri di Lumsden costituiranno la barriera contro la quale andr a infrangersi la reazione tedesca, preludio della disfatta dell'Afrika Korps.
Sono gli stessi concetti che Monty ripete il 22 ottobre durante la conferenza stampa. Molti giornalisti lo guardano allibiti. La sua totale fiducia nella riuscita del piano viene giudicata eccessiva, fuori luogo. Ma lo sa che di fronte ha Rommel e alcuni fra i migliori Panzerkorps della Wehrmacht? Ma li ha calcolati i cento campi minati che l'attendono?
Montgomery abbozza il mezzo sorriso di superiorit. Sa di non aver lasciato alcunch al caso: dal suonatore di cornamusa in testa ai reparti la notte dell'attacco alla raccolta di sangue avviata nell'ultima settimana compagnia per compagnia. E mai provvedimento risulter pi prezioso: i decessi per dissanguamento sono stati fin qui la norma, tuttavia nelle ambulanze e negli ospedali inglesi abbondano le riserve di plasma, mentre italiani e tedeschi dovranno affannarsi a cercare donatori in extremis.

All'oscuro di quanto sta per piombare addosso all'armata, Cavallero annota nel suo diario: la situazione in Egitto  buona; il generale Stumme, in caso di attacco nemico,  pronto a contrattaccare verso Alessandria; siamo contenti della sua attivit. Una simile fuorviante percezione ha indotto Cavallero a indugiare nella sostituzione di Ferrari Orsi alla guida del X corpo d'armata. Accetta di buon grado il no di Pafundi e di Armellini; soltanto il 23 designa il generale Nebbia, che quindi sar al suo posto il 26. Lo stesso giorno in cui rientrer il generale Navarini, che aveva chiesto di esser avvicendato alla guida del XXI ed  tornato in Italia. Ritardi, indecisioni, superficialit inquadranti al meglio l'incapacit di percepire che la Storia  sul punto di voltare pagina. Il numero uno del nostro esercito ascolta, dunque, con aria soddisfatta le ottimistiche previsioni di Kesselring. I due s'incontrano il 22 a Taormina, sede amata dal corposo e bon vivant maresciallo dell'aria. Esaminano i possibili sbocchi dell'attuale stallo in Africa. Kesselring sostiene che gl'inglesi non sono ancora pronti a muoversi, che se lo faranno nei prossimi giorni  per dare un contentino a Churchill, politicamente in difficolt ai Comuni. Cavallero annuisce, per  cosciente che a El Alamein qualunque speranza resta legata ai rifornimenti. E alle insidie dei viaggi si  aggiunta la crisi della nafta. Scarseggia in maniera inquietante. I cacciatorpediniere delle scorte sono stati riforniti dagli incrociatori di stanza a Messina, lo stesso dicasi delle tre torpediniere adibite alla vigilanza antisommergibili. L'inadeguatezza del sistema industriale italiano balza ormai evidente in tutta la sua penuria. Esauritasi l'assistenza germanica, siamo incapaci di produrre in serie perfino le nostre poche armi efficaci: la pistola Beretta, i semoventi da 75/18, il cannone da 90/53, gli autoblindo AB 41, non parliamo dei Macchi 202.
Su uno di questi s'immola il tenente Ezio Bevilacqua, 84a squadriglia del 10 stormo.  gi stato fortunato a lanciarsi con il paracadute e sopravvivere in mare dopo l'abbattimento del proprio caccia. Ha nuotato sei ore per raggiungere la fetta di costa in mano agli italiani. Il 21 si trova a battagliare in condizioni di netta inferiorit. Nonostante abbia una gamba asportata dalla raffica di mitragliatrice riesce ad appendersi al paracadute. Tocca terra, chiede lacci per bloccare l'emorragia, ma  troppo tardi.
Eppure al fronte sono convinti di essere lontani dal giorno del giudizio. Domina la prassi dei piccoli gesti, degli aggiustamenti decisi ai tavolini delle retrovie per motivi che sfuggono a quelli che la guerra la fanno in prima persona. Il 22 viene stabilito di affidare le posizioni estreme della Folgore, a Menaqir el Daba, tenute dal V del maggiore Izzo a due battaglioni della Pavia e di portare i par di Izzo al fianco del raggruppamento Ruspoli, a sud di Deir el Munassib. Sono ordini che annullano le fatiche e i lavori di un mese per irrobustire ridotti, fortini, centri di fuoco, per costruire le trincee e gli sbarramenti da occupare ad attacco iniziato in modo da impedire all'aviazione avversaria di individuarli in anticipo. Tali ordini comportano anche un dare e avere di quei pochi pezzi di artiglieria, che dovrebbero rappresentare il valore aggiunto di ogni postazione e che invece, all'improvviso, bisogna spostare, consegnare, ricevere con tanto di bolle d'accompagnamento. Tra l'accorato e il disgustato Izzo ne parla a Frattini e al suo vice Bignami. Che ne facciamo delle riserve di munizioni, di viveri, persino di acqua, risparmiata sulle misere razioni giornaliere, interrate nei fianchi delle alture in previsione del peggio? E poi bisogna ancora completare la posa dell'ultimo campo minato ai piedi dello scalino verso la Depressione, provare le modalit di fuoco da parte delle batterie di cannoni incaricate di proteggere i par dall'Himeimat al Nagb Rala...
Incomincia il solito conciliabolo dei capi, sempre in numero eccessivo rispetto alle esigenze. Si tenta di far trionfare il buon senso comune sugli ordini al buio. Frattini sostiene le richieste di Izzo, descrive i danni derivanti dall'avvicendamento nella zona pi delicata ed esposta della Folgore. Un'indiretta conferma proviene dai cammelli scorrazzanti all'alba del 23 sul bordo del ciglione, dove devono essere ancora piazzate le mine. I mortaisti del tenente Gola ammazzano con i fucili uno dei poveri ruminanti. La sua carne promette di arricchire e di variare il rancio del plotone. Ma Izzo rovina l'atmosfera di festa. Convoca Gola e gli fa notare che i cammelli non sono arrivati davanti alle postazioni seguendo chiss quale ispirazione.  pi probabile che siano stati spediti per verificare la posa di campi minati. E adesso gl'inglesi sanno che su quel sentiero si passa. A quanto mi date, caro tenente, che la prossima notte avremo visite proprio da l?
Gola, l'ennesimo alpino trasferito tra i par dopo aver meritato una medaglia d'argento in Albania, rimane fra l'imbambolato e l'offeso. Ritiene ingiusti i rilievi del maggiore. Va bene, i mortaisti andranno immediatamente a mettere le mine, forse i cammelli non sono venuti da soli, ma da l, comunque, non passer manco una mosca.
Uno dei pochi a cogliere i segnali del terremoto  il capitano Giacomo Guiglia, responsabile delle intercettazioni. Non gli piacciono i prolungati silenzi delle radio n l'improvviso infittirsi delle comunicazioni in prossimit delle alture meridionali. Il 23 mattina assieme al collega Maderni il capitano fa la spola fra i comandi di prima linea: a tutti ripete che l'attacco  questione di ore, non di giorni. Nessuno lo prende sul serio.

8. L'uragano di fuoco.

Il 23 ottobre  un venerd. Nelle linee dell'Asse trascorre tranquillo, forse troppo tranquillo. Pochi se ne preoccupano, tanti pensano a sfruttare l'insolita quiete prima che l'aviazione e l'artiglieria nemiche riprendano le abitudini delle ultime settimane. Ci scappa anche l'immancabile sfida con il pallone. Tutti hanno ormai compreso che Montgomery attaccher - gli indizi, gli avvertimenti sono sempre pi espliciti - ma il giorno X viene sempre ritenuto quello che deve venire, mai quello in corso.
N la ricognizione n le sparute pattuglie si accorgono che a pochi chilometri, dentro i fossati scavati sul lato interno del campo minato britannico, hanno preso posto migliaia e migliaia d'inglesi, di sudafricani, di indiani, di australiani, di rhodesiani, di neozelandesi, di francesi, di greci incaricati di portare l'assalto iniziale. Accanto a essi, mimetizzati con cura, gli automezzi necessari all'attacco. L'umore dei soldati dell'Union Jack  alle stelle: sanno che molti moriranno, per la fiducia regna sovrana. Diversi ufficiali superiori si sono gi proclamati certi della vittoria e il loro ottimismo  stato contagioso. Si  diffusa la coscienza di essere a una svolta della guerra, non soltanto in Africa: dopo tante fughe, dopo tante avanzate mai concluse, stavolta si va fino in fondo. La visione delle enormi sagome degli Sherman conforta il cuore dei tanti che balzeranno fuori dalle trincee. Nelle orecchie rimbomba l'ordine del giorno di Montgomery letto in tutti i plotoni: Sono sicuro che se ogni ufficiale e ogni soldato scender in campo deciso a battersi, a uccidere e a vincere metteremo il nemico ko e lo cacceremo dal Nord Africa. Che ogni ufficiale e ogni soldato scenda in campo con cuore saldo, risoluto a compiere il suo dovere finch ha respiro in corpo. Che nessuno si arrenda finch  illeso e in grado di combattere. Preghiamo tutti perch l'Onnipotente ci dia la vittoria.

Sulla carta l'armata di Rommel, assente in Egitto nel momento culminante cos come lo sar in Normandia l'alba dello sbarco, vanta addirittura due divisioni in pi di quella rivale: 12 (4 corazzate) contro 10 (3 corazzate). Purtroppo  solo apparenza. Gi il computo dei battaglioni rivela che quelli britannici sono 86 e quelli italo-tedeschi 69. Non  finita: i battaglioni dell'impero hanno 800 effettivi, quelli dell'Acit (Armata corazzata italo-tedesca) 450. L'ultima denominazione non muta la sostanza della nostra inferiorit: una divisione di Rommel arriva a 8600 uomini se corazzata, a 7000 se di fanteria. La divisione corazzata di Montgomery ne conta 15 mila, quella di fanteria ben 16 mila. Tradotto in aride cifre significa che Montgomery ha a disposizione 220.476 soldati, Rommel 108 mila (53 mila tedeschi).

Terza battaglia (23 ottobre-4 novembre 1942):
le forze contrapposte il 23 ottobre

La differenza si fa marcata nell'artiglieria. I difensori hanno 571 pezzi da campagna, ma la maggioranza dei 371 cannoni italiani sono da 75/27 e da 100/17 poco maneggevoli e con gittata fra sei e otto chilometri. Gli attaccanti hanno 974 pezzi, fra i quali molti da 88 (8-10 colpi al minuto in grado di centrare il bersaglio fino a dodici chilometri) e i 100 semoventi statunitensi Priest da 105 mm. Italiani e tedeschi hanno 522 pezzi controcarro: purtroppo i nostri 150 cannoncini da 47/32 fanno quasi il solletico alle corazze degli scafi, molto meglio l'equivalente germanico da 76 millimetri o da 50. Ma l'unico sicuro di fermare gli Sherman e i Grant  il cannone da 88 e di questo sono disponibili soltanto 86 esemplari. I britannici possiedono 1403 cannoni controcarro, dei quali 849 da 57 millimetri. Una qualche superiorit esiste nei pezzi contraerei, 1350 contro 812, per quel po' di aviazione italo-tedesca funzionante - sulla carta 350 velivoli, ma impiegabili 198, dei quali 76 nostri - sar impegnata a contrastare i raid dei 530 apparecchi della Western Desert Air Force, tra l'altro destinati a raddoppiarsi con il progredire delle operazioni. In conclusione: la contraerea britannica rester inoperosa, mentre quella dell'Asse risulter numericamente inadeguata.
Rommel ha a disposizione 497 carri armati, di questi, per, 259 sono italiani e dunque buoni, a esclusione dei 32 semoventi con il pezzo da 75/18, a favorire la morte gloriosa dei loro equipaggi. D'altronde anche i Mark IV armati del cannone da 75 sono soltanto 38, il resto sono Mark II (30) con il cannone da 20 e Mark III (170) con il cannone da 50. Di fronte hanno la vera arma strategica e vincente di Montgomery: 285 Sherman e 246 Grant con il famoso cannone da 75. Il resto sono 421 Crusader, dei quali 78 con cannone da 57; 167 Stuart; 223 Valentine; 6 Matilda. Senza contare gli inutili M13, M14 e i dannosi L6, il rapporto a livello di carri  di 5,5 a 1 a favore di Monty. Ed El Alamein sar soprattutto scontro di blindati dove ai fanti tocca morire: il modo in cui farlo dipende dalla tempra, non dall'addestramento. Arrendersi o scappare dinanzi a una montagna d'acciaio di svariate tonnellate rappresenta la norma, opporsi rientra in quella gamma di follia, che in guerra  spesso chiamata eroismo.

L'abbondanza britannica  completata dalla straordinaria disponibilit di munizionamento. L'intendenza dell'8a armata ha accantonato 286 mila granate da 25 libbre e 20 mila proiettili di medio calibro. Molte casse sono state occultate sotto la sabbia vicino alle postazioni occupate dall'artiglieria poche ore prima dell'attacco. I generali di Montgomery hanno preventivato una media di 102 colpi al giorno per ognuno dei grossi calibri e di 157 per quelli di medio calibro. Nei dodici giorni di combattimento la Royal Artillery sparer un milione di confetti.
Ma per aprire le danze necessitano i camminamenti dentro i campi minati, in mezzo ai 500 mila ordigni fatti piazzare da Rommel in aggiunta a quelli lasciati dal genio britannico. Il maggiore Moore ha ideato un piano di sminamento tanto semplice quanto pericoloso: il grosso del rischio viene assunto dagli ufficiali e dai soldati incaricati di aprire i varchi. Utilizzando le fotografie, le vecchie mappe e le informazioni degli esploratori, la squadra di rilevamento avanza preceduta da un veicolo. L'hanno imbottito di sacchetti di sabbia, hanno prolungato lo sterzo, ma i guidatori sono volontari perch il metodo pi sicuro d'individuare la mina consiste nel farla esplodere. Il generale Lucas Phillips, comandante di artiglieria a El Alamein, nel suo libro (El Alamein) annota: non c'erano abbastanza veicoli, ma i conducenti mai mancarono.
La squadra di rilevamento lascia dietro di s una striscia bianca: la seguono contemporaneamente tre gruppi con il compito di asportare gli ordigni e creare ognuno un sentiero largo 2,40 metri. Il totale fa 7,20 metri: lo spazio necessario al passaggio di due carri armati. L'area bonificata viene subito delimitata da filo spinato e pali a forma di T con luce arancione dal lato esterno e verde dal lato interno. A quel punto i tre gruppi si spostano in avanti continuando a seguire la striscia bianca, mentre la polizia militare picchetta e illumina l'area. La previsione  di mettere in sicurezza cento metri all'ora. Se interviene il nemico, entra in azione la forza speciale costituita presso ogni divisione e composta da un battaglione di fanteria e da tre plotoni di carri armati. E nelle prime ore dell'offensiva in molti settori la norma sar di lavorare nell'infuriare degli scontri. D'altronde entro otto ore e mezzo gli sminatori dovranno aver aperto i corridoi pena ritrovarsi bloccati al sorgere del sole. E secondo la tabella prestabilita da Moore di ore ne serviranno otto. Il margine di riserva consta di quei trenta minuti in cui contenere tutti gl'imprevisti.
Il tenente colonnello Stirling, un rude scozzese dai lunghi silenzi, trascorre quattro notti e quattro giorni nella terra di nessuno per identificare e contrassegnare i 2500 metri della linea di partenza e per bonificare e segnare le nove corsie di accesso.
L'altro espediente inventato da Moore consiste nel montare su vecchi Matilda due bracci sporgenti con un albero rotante, al quale vengono fissati gli spezzoni di una grossa catena. Il loro movimento fa saltare per aria le mine. Il mostro, denominato Scorpione, permette un considerevole risparmio di vite umane. I carri per tendono a surriscaldarsi, sollevano enormi nuvole di polvere, faticano a mantenere l'esatta posizione durante la battaglia. Tuttavia l'esperimento  giudicato positivo e con il miglioramento dei motori e dell'attrezzatura aggiuntiva si arriver a formare il primo reggimento di Scorpions.

Al calar delle tenebre de Guingand si concede il lusso di una passeggiata in auto per osservare alla luce della luna i movimenti delle truppe. Poi rientra al comando tattico avanzato e via telefono contatta il quartier generale, i corpi d'armata, perfino i comandi di divisione e di brigata. I cavi telefonici sono stati rafforzati e seppelliti nella sabbia: a differenza di quelle italiane e tedesche, le linee funzioneranno a meraviglia anche nei frangenti pi tumultuosi e questo consentir a Montgomery e al suo stato maggiore di avere costantemente una visione chiara delle attivit in svolgimento.
Alle 21,40, ora legale del Cairo, i quasi mille pezzi da campagna e di medio calibro sgranano il loro rosario di morte.  un quarto d'ora di fuoco come mai si  visto in precedenza nel deserto. Diventa chiaro pure agli scettici che  scattato il giorno X. Sono presi di mira i cannoni avversari. Allorch un bagliore rosso scuro accende il cielo a occidente il generale Dennis, comandante l'artiglieria del XXX, grugnisce soddisfatto: significa che una batteria tedesca  saltata per aria. Alle 21,55 la pausa improvvisa. Ai cannoni italiani, che comunque avrebbero problemi di gittata, giunge l'ordine di preservare le munizioni. Alle 22 riprende la tempesta non pi diretta sulle artiglierie, bens sulle postazioni difensive. All'istante scattano in avanti le fanterie del XXX corpo d'armata al nord e del XIII a sud. La caccia, padrona del cielo e allenatissima nelle missioni notturne, martella le piste e i ricoveri incontrando l'opposizione della contraerea, ma i Macchi e i Messerschmitt non osano alzarsi in volo.
Il pi sorpreso di tutti  Stumme. Al mattino ha partecipato a una cerimonia presso la divisione Bologna per insignire con la croce di ferro alcuni soldati italiani distintisi negli scontri d'inizio settembre. Il piccolo, florido e congestionato generale, trasbordante nell'attillata divisa, si  prodotto nell'abituale sermoncino sugli obblighi del dovere, sulla possibilit per ogni soldato di meritare la decorazione nei futuri cimenti. Molti dei presenti si sono toccati, tuttavia l'atmosfera si  mantenuta rilassata. Stumme ha rassicurato sulla saldezza del fronte e sull'impreparazione inglese. Che errore. La superficialit con la quale sono stati respinti gli avvertimenti dell'Intelligence italiana si ritorce contro di lui. Nell'ora decisiva colui che  considerato un brillante condottiero dei mezzi corazzati sembra paralizzato dalla portata dell'offensiva. Sono ore drammatiche. Per fortuna il generale von Thoma, alla guida dell'Afrika Korps, agisce in maniera autonoma, quel po' di resistenza iniziale viene effettuato all'insaputa del generale in capo. Von Thoma esibisce la classica figura alta e segaligna del militare prussiano,  un veterano con molte cicatrici, soprattutto  un esperto comandante di carri armati: ha cominciato in Spagna, ha partecipato all'invasione lampo in Polonia, ha guidato la 17a divisione nell'Operazione Barbarossa e in Russia, agli ordini dell'altro astro dei blindati, Guderian, ha avuto un ruolo nella conquista di Smolensk e di Kiev. Insomma sa come cavarsela e lo dimostra.
Dopo una notte di molteplici apprensioni, Stumme sale sull'auto in compagnia del colonnello Bchting e del caporale Wolf al volante. Rinuncia alla scorta e dice a Wolf di dirigersi verso la prima linea: magari vuole imitare Rommel e rendersi conto di che cosa accade. Finiscono in piena zona di operazioni. In mezzo a esplosioni di ogni tipo Stumme e Bchting abbandonano l'auto. Il colonnello decede, Wolf rientra da solo. Il corpo di Stumme sar ritrovato giorni dopo. L'ha stroncato un infarto.

Contro gli 11 logori battaglioni dei bersaglieri, della 164a divisione germanica e della Trento schierati in prima linea muovono con baionetta inastata la 9a australiana, la 51a Highland con tanto di cornamuse intonanti La strada per le isole, la 2a neozelandese e la 1a sudafricana. Tradotto in cifre, 25 battaglioni di fanteria e 3 battaglioni mitraglieri in prima linea, appoggiati da 300 carri e da un reggimento autoblindo lungo un perimetro largo una decina di chilometri e con una profondit che varia dai 4,5 chilometri dei sudafricani agli 8 di scozzesi e australiani. Il generale Howard Kippenberger annuncia al XXIII battaglione neozelandese che avranno il compito e l'onore di sfondare le linee avversarie:  il momento pi importante della vostra vita, sono certo che ci riuscirete, qualunque sar il prezzo.
Le prime fasi dell'avanzata procedono senza intoppi. Il furibondo bombardamento di 540 bocche da fuoco ha zittito i pezzi avversari e disorientato i soldati accucciati dentro gli avamposti. Poche batterie rispondono alle richieste di aiuto sollecitate dai razzi colorati. Nel gran polverone sollevato dalle granate e dalle mine italiani e tedeschi scorgono ombre confuse avanzare. Il rumore assordante delle esplosioni, nel quale si perde perfino lo sferragliare dei carri armati, rende impossibile ascoltare non solo gli ordini, ma anche il trillo dei telefoni. Ogni caposaldo  obbligato a regolarsi da solo.  questione di secondi: resistere o scappare? Alcuni voltano le terga, i pi s'inchiodano alla buca, accarezzano il 91 e si preparano all'appuntamento con il destino. Sono i mortai e le mitragliatrici a costituire lo sbarramento iniziale contro cui, in taluni casi, si arresta la fiumana dell'8a armata.
I guardafili italiani corrono fuori dai ripari. Alla luce degli scoppi cercano le interruzioni delle linee telefoniche: le nostre, a differenza di quelle tedesche e inglesi, non reggono allo spostamento d'aria delle esplosioni. I guardafili sanno benissimo che tanti destini possono dipendere dalla febbrile attivit delle loro mani, ma sanno anche che stanno rischiando magari per niente. Poi provano i collegamenti, urlano nelle cornette per superare il frastuono della guerra intorno.  l'appello della disperazione. Spesso nessuno risponde. Quei nomi senza cognomi, quelle voci senza volto, che per settimane hanno costituito il riferimento di un reparto, tacciono per sempre.
Alle 23 traballa l'intero sistema difensivo approntato da Rommel (Linea degli avamposti - Zona di sicurezza - Linea di resistenza - Posizione di resistenza - Zona delle artiglierie). I cannoni sistemati nella Posizione di resistenza e nella Zona delle artiglierie impiegano pi di un'ora per aprire il fuoco con il risultato di colpire i reparti di seconda schiera e di non scalfire la prima ondata. La Trento e la 164a subiscono l'urto maggiore. La divisione del generale Masina  usurata da anni e anni di Africa con licenze e cambi promessi a ogni stagione e mai concessi. I soldati hanno un armamento sommario quando non  proprio ridicolo. I camerati superaddestrati, bene armati, messi l accanto a fare i cani da guardia li osservano con altezzosa superiorit, ma i cenciosi mangiaspaghetti li meraviglieranno.
La sacca minata J  superata senza difficolt dagli australiani imbottiti di whisky. Vengono intaccate anche la L e la K. Di ora in ora il cuneo si allarga. Al centro dello schieramento  investito il 62 reggimento. Il I battaglione del maggiore Valvassori  spazzato via. In realt sono meno di 300 soldati: la 1a compagnia del tenente triestino Paolo Goitan ha 83 effettivi. Assieme a due fucili mitragliatori Breda devono controllare 1200 metri di fronte, significa un uomo e il suo 91 ogni 15 metri. Come avrebbero potuto resistere? Soltanto la 3a compagnia riesce a ripiegare verso il settore settentrionale tenuto dal 125 reggimento tedesco del maggiore Nobel. Anche il III battaglione del maggiore Perotti  fatto a pezzi dalla 153a brigata del generale Graham. A costo di perdite elevatissime tengono la posizione due battaglioni dei granatieri: il I/382 del capitano Pieper e il III, ridotto a un ufficiale e 10 uomini con l'appoggio dei cannoni del XXIX gruppo del tenente colonnello Giorgiol. Contro di essi si arrestano la 20a brigata australiana del generale Windeyer, il XL e il L battaglione del Royal Tank Regiment.

La 2a divisione neozelandese s'inerpica sulle creste di el Miteiriya. Sono reparti collaudatissimi, hanno partecipato alla resistenza di Tobruk e Morshead li ha motivati al meglio. Quattro squadriglie di Wellington scaricano sulle postazioni nemiche 125 tonnellate di bombe. Si lotta quasi al buio. Il II/62 del capitano Manassei  massacrato, resiste il II/382 del capitano Krupfganz. In soccorso giunge il IV battaglione controcarro dei granatieri di Sardegna. I 47/32 del capitano Vigan fanno miracoli, mettono in salvo ci che rimane del II/382: 40 soldati e le due mitragliatrici.
Intorno alle 2,45 gli artiglieri e i carristi del gruppo semoventi del maggior Barone vedono comparire frotte di fantasmi coperti di polvere, barcollanti, molti perdono sangue. Sono i pochi sopravvissuti dei reparti di primo scaglione della Trento e della 164a divisione.
Nell'istante pi critico sono i quattro gruppi da 75/27 del 46 (Cena, Oggeri, Casini, Bortolani) a far muro. Al fuoco degli antiquati cannoni del colonnello Randi - Caccia Dominioni scrive che magari ci avevano gi sparato i padri sul Carso e sul Piave nel '17 - si accompagna la veemente reazione del III/61 del capitano Caimi a sud e dei tedeschi del II/125 (maggiore Wendel) a nord. Ci si batte all'arma bianca nella spessa nebbia causata dalle esplosioni. Arrivano pure i genieri del capitano Alberti a far numero. Bisogna impedire ai neozelandesi d'intaccare le sacche limitrofe alla J, la L e la K. Quelli di Caimi fanno tiro a bersaglio con il fucile, ma la massa dei tank  impressionante. Bruciarne quattro con i mortai significa meno di niente. Gli altri procedono inesorabili. Adesso anche i mortai britannici hanno aggiustato la mira. La lotta si spezzetta in tante scaramucce, solo la sera del 24 sar possibile ristabilire i collegamenti fra i centri di fuoco. Caimi ascolta le relazioni degli ufficiali e non nasconde il pessimismo. Come dargli torto?

Von Thoma predispone l'intervento dei panzer della 15a divisione. Ha assunto il comando dell'armata al posto di Stumme: a suo giudizio la battaglia non  compromessa, nonostante Spitfire, Hurricane e Curtiss bersaglino le vie di rifornimento e impediscano l'afflusso delle poche riserve disponibili. Ma le squadriglie della Raf arrecano un altro danno quasi irreparabile. Usano i Boston per bombardare le posizioni tedesche: in realt  una trappola per gli 88, i micidiali cannoni contraerei divenuti lo spauracchio dei carri armati. Allorch gli artiglieri germanici puntano le canne dei cannoni verso gli aerei, i Priest possono finalmente individuarli e avviare l'opera di demolizione. Ogni 88 divelto sono dieci mezzi cingolati salvi.
La progressione delle brigate kiwi, della 1a divisione sudafricana e della 4a indiana  bloccata sulla dorsale di Miteiriya. Diversi carri della 9a brigata corazzata del generale Currie sono incendiati. All'alba del 24 scatta il primo contrassalto: sono i panzer della 15a divisione, il IV battaglione M14/41 del colonnello Casamassima, i semoventi del DLVI gruppo Littorio del tenente colonnello Del Duce. La Littorio  la pi pronta a rispondere con veemenza, malgrado sia gi ammaccata. Il bombardamento di preparazione ha prodotto dolorose perdite nell'artiglieria. Le incursioni dei Baltimora e dei Boston sono stati incessanti, lo sconquasso maggiore l'hanno, per, arrecato i caccia Bell P-39, non a caso definiti Airacobra: le loro punture, figlie di un cannoncino a tiro rapido da 37 mm, si sono rivelate micidiali per i nostri blindati. La contraerea italiana e gli 88 tedeschi ne hanno abbattuto 8 e danneggiati un gran numero, ma niente pare arrestare l'inferno che piove dal cielo. Le formazioni britanniche spaventano solo a guardarle: 18 bombardieri in quadrato scortati da 14 caccia. E chi li fermer mai?
Tre pezzi da 88/56 vengono centrati in pieno facendo strage di serventi. I cannoni della divisione sparano alla cieca: gli osservatori sono stati eliminati sin dalle primissime fasi dell'avanzata, bisogna puntare i pezzi verso i polveroni, se non verso il rumore. Ed  in questa direzione che si lanciano i carristi del 133 reggimento del colonnello Giuseppe Bonini. Li seguono i bersaglieri del 12: vanno rincuorandosi a vicenda, ignari di quanti nemici incontreranno. Nel buio a tratti interrotto dai lampi di morte si dirigono dove pi forte risuona il frastuono di tutte le armi disponibili in questa fetta di deserto. Si precipitano perch non vogliono lasciare soli gli amici degli M14, perch cos pretende la follia di chi li ha ficcati in tale imbuto, perch cos impone la rabbia di non darla vinta al mondo intero.
La 9a brigata corazzata neozelandese del generale Currie retrocede per evitare agli Sherman e ai Grant di dover combattere troppo a ridosso. Nella ressa, infatti, il loro strapotere si affievolisce. I giganteschi tank americani (la 9a brigata ne  equipaggiata con 25 e 23 esemplari oltre a 33 Crusader) hanno una gittata variabile fra i 1800 e i 2500 metri, per di pi utilizzano proiettili ad alto potere esplosivo. Sono dunque in grado di demolire carri, pezzi anticarro e contraerei a una distanza che li rende quasi immuni alle granate avversarie. Fanno male anche i Priest da 105. Rappresentano una novit, della quale italiani e tedeschi farebbero a meno. Le loro granate a tempo e a percussione mietono vittime nelle trincee e perfino nei bersagli dietro le creste rivelati dalla semplice nuvoletta di polvere.
Malgrado l'abbondanza di fanteria, di aerei, di carri armati e malgrado l'uso senza precedenti del munizionamento, alle 7,30 del 24 l'obiettivo denominato Oxalic (al di l della cresta di Miteiriya), da perseguire secondo il piano di Monty alle 2,45,  stato toccato solo in qualche punto. Quota 31, che per l'appunto indica l'altura di Miteiriya, Quota 30, la localit definita Kidney, la gi conosciuta Quota 33, sassi, dune e un mare di lacrime, entrano nei messaggi dei comandi e negli annunci dei bollettini. Numerini che diventano sinonimo di morte e di sacrifici. La reazione delle truppe dell'Asse  stata superiore alle previsioni; i campi minati hanno costituito un ostacolo pi arduo di quanto immaginato; le mappe in possesso delle avanguardie britanniche sono risultate sommarie: diversi centri di fuoco nemico non erano segnalati. Le perdite sono gi considerevoli, ma a Montgomery pi che i propri interessano i morti dell'Acit: lui i rincalzi li ha, von Thoma no.
In grave ritardo sono pure la 1a e la 10a divisione corazzata. Il passaggio dei campi minati  stato assai complicato. Il sacrificio di tanti genieri non  bastato a far rispettare i tempi. Soprattutto nei tre corridoi del settore meridionale si  verificato un gigantesco caos di uomini, mezzi, veicoli. La 10a divisione del massiccio e titubante Gatehouse si districa con notevole lentezza, si tratta di 273 carri (124 Sherman, 59 Grant, 90 Crusader) costretti a muoversi in 7,20 metri. Le brigate impigliate in un ingorgo mai visto finiscono sotto il fuoco dell'artiglieria italo-germanica, che con le prime luci dell'alba  finalmente entrata in attivit a pieno regime. Anche la 1a divisione di Briggs fatica a guadagnare terreno. Briggs chiarisce al generale Fisher, comandante della 2a brigata, di spingersi avanti a qualunque prezzo. Fisher se lo fa ripetere due volte prima di dare l'ordine. Alle 16, oltrepassato il campo minato, i suoi carristi scorgono all'orizzonte i panzer muoversi con il sole alle spalle e sotto la protezione dei cannoni.  il gruppo tattico del maggiore Stiffelmayer accompagnato dal XII battaglione della Littorio, al comando del capitano Preve. Devono impedire agli Sherman e ai Grant di proseguire in direzione di el Wishka. Von Thoma, per, non immagina di prestarsi al gioco del rivale.  cominciata la grande battaglia di logoramento auspicata da Montgomery. I carri armati di Fisher non mollano le posizioni e ingaggiano il duello da lontano. La guerra di movimento, che ha fin qui costituito la prerogativa dei panzerkorps, si trasforma in scontro statico. Italiani e tedeschi perdono 26 mezzi cingolati, altrettanti la 2a brigata, ma quei 26 carri verranno rimpiazzati solo in parte, mentre Monty non ha di questi problemi, anzi riceve quotidianamente pi blindati di quelli finiti fuori uso. In simile condizione  un ben misero contentino che i reparti del 115 fucilieri si attestino nei fortini dei semidistrutti 62 Trento e 382 granatieri per ricostituire la linea di resistenza.
Insomma, ha visto giusto Montgomery nel vaticinare una lotta dura e soprattutto lunga. La prima fase, quella della Rottura,  tutt'altro che conclusa. Le forze corazzate sono lontane dal raggiungere la linea denominata Pierson, tre chilometri pi avanti della Oxalic: qui si devono attestare per respingere l'eventuale reazione dei carri nemici e avviare la seconda fase, cio la Demolizione della fanteria. Monty si dichiara soddisfatto dell'andamento generale, non del comportamento delle forze corazzate. Nell'improvvisata riunione mattutina lo dice in modo brusco a Leese, a Lumsden, a Freyberg: non gli sono piaciute l'esitazione e la lentezza dei tank. Ritiene che le riserve di Lumsden sull'impiego dei carri possano aver costituito un freno per i subordinati e lo striglia di brutto, arriva a minacciare la sostituzione dei comandanti, se non muter l'approccio. Ordina quindi di procedere a tutta velocit verso la Pierson senza badare alle perdite.
La 24a brigata corazzata del generale Kenchington riprende la penetrazione accompagnata da squadriglie di Wellington, che dall'alto le spazzano il suolo. Supera i campi minati, debella la fragile linea del 115 reggimento granatieri e all'alba del 25 raggiunge la Pierson. Sulla sua strada trova i capisaldi dello strematissimo III/61 di Caimi. I fanti della Trento sono in numero ridotto e assai provati. Chiedono il sostegno dell'artiglieria, ma di pezzi ce ne stanno pochi. Contro i Grant, gli Sherman e le truppe che arrivano in autocarro  un lento, ma inesorabile stillicidio di vite umane. La 10a compagnia, il plotone assaltatori, il comando vengono imprigionati. Essendo in perlustrazione, Caimi sfugge alla cattura, allora organizza un contrattacco con quelli che riesce a recuperare. Rioccupa il comando, libera i prigionieri, ristabilisce un minimo di collegamento. Si battono ancora la 12a compagnia e i resti della 9a. A sera assieme al rancio giungono di rinforzo tre compagnie del II/61, molto sfilacciate dopo aver invano tentato la riconquista di Quota 28.
Sulla sinistra prosegue la marcia della 9a brigata di Currie. Pi difficile, invece, il cammino dell'8a brigata corazzata di Custance diretta al costone di el Wishka: il fuoco concentrico dei nostri cannoni divisionali la obbliga a retrocedere fino ai contrafforti di Miteiriya.

Nel settore meridionale il XIII corpo d'armata schiera in prima linea 15 mila fanti, 300 carri e un cannone ogni diciannove metri. La Folgore ha 4 mila uomini, la met dei cannoni, pochissimi di grosso calibro, e nessun carro. Horrocks ha costituito una task force per superare i vecchi campi minati. Vengono impiegati sei Scorpions appoggiati da tank, fanteria, un'unit speciale armata di cannoni Bren; alle spalle il gruppo d'irruzione: un battaglione di fucilieri e due di carri. I trecento cannoni scatenano la tempesta di fuoco. La disposizione per le nostre artiglierie  sempre la stessa: non rispondere, attendere di scorgerli. Prima di vederli, i par odono lo sferragliare dei carri ed  un clangore crescente accompagnato dall'esplosione ininterrotta delle mine. Purtroppo i campi minati non ostacolano il costante progresso degli inglesi. Gli Scorpions si rivelano efficacissimi. Intorno a mezzanotte i carri hanno via libera nei corridoi di gennaio. L'assalto incomincia. Horrocks non ha Sherman, non ha Grant, non ha Priest, ha solo due imperativi, rinfrescatigli qualche minuto prima da Montgomery: sfondare nel pi breve tempo possibile per impedire alla 21a corazzata di von Randow di accorrere verso il fronte settentrionale; limitare le perdite della 7a divisione corazzata di Harding per non pregiudicarne l'impiego futuro.
Tocca al raggruppamento Ruspoli l'assaggio iniziale. Marescotti  divorato dalla febbre e dalla preoccupazione per le due sacche minate, gennaio e febbraio, lasciate in eredit dagli inglesi. Erano quelle che inquietavano Ferrari Orsi, il quale c' morto per capire fino a che punto gli antichi proprietari le avrebbero potuto sfruttare. Marescotti ne ha parlato con Bechi Luserna, giunto a sincerarsi delle sue condizioni. Se avanzer il tempo, i genieri di Caccia verranno a sotterrare un altro po' di marchingegni. Purtroppo di tempo non ne avanzer.
In netta inferiorit, a volte circondati completamente, gli avamposti dei par resistono per ore.  una sorta di tragica e sanguinosa eliminazione individuale. Al termine di una drammatica telefonata, il maggiore Verando, un ex bersagliere capo di stato maggiore della Folgore, ottiene dal colonnello Deidda che l'artiglieria della Pavia intervenga subito, nonostante gli ordini siano di non aprire il fuoco fino all'arrivo dei blindati. Trascorrono sei ore di tregenda, un alternarsi di sacrifici e di abnegazione. Gli italiani contrastano con le molotov il lento avanzamento dei carri: la bottiglia di vino riempita con la benzina viene lanciata sul vano motore. La fiammata e relativo fumo nero aspirati dalla ventola di aspirazione del motore lo bloccano. Allora tocca ai cannoni, tocca alle squadre di lanciafiamme, a volte tocca ancora ai par concludere il lavoro con le bombe a mano.
Alle 5 i fortini sono quasi tutti sommersi dalla marea avversaria. La 6a compagnia del capitano Marenco di Moriondo, bench sottoposta al tiro concentrico di batterie e carri, non arretra di un centimetro. Ficcati nel buco nero della storia, i ragazzi della generazione sfortunata tirano fuori il meglio. Il sergente maggiore Sergio Bodriti, addetto alle cucine,  giunto in linea per la distribuzione del rancio. Alle prime cannonate ha chiesto un mitra e si  unito agli altri. Un soldatino che gli fa da aiutante, Catena, non vuole esser da meno: anche a lui danno un'arma e ne far un tale uso da ricevere la medaglia d'argento. Il mitragliere Gino Pinton vede male dalla feritoia del caposaldo, allora esce con la sua Breda 38, sceglie un anfratto del terreno e spara, spara, spara finch non arriva la pallottola con tanto di nome e cognome. Il caporale Luigi Mondin, ferito e male in arnese, si presenta da Ruspoli: colonnello i par della 6a non molleranno. Non  un messaggio di capitale importanza, eppure Mondin per riferirlo ha attraversato campi minati sconosciuti, ha costeggiato i carri armati nemici in attivit fra le due fasce minate.
Isolati e frantumati dall'azione dei Crusader e dei Valentine, i 90 paracadutisti di Marenco reagiscono con infinita energia. Usano bombe a mano e molotov per arrestare i carri. L'accanita resistenza disorienta i fucilieri inglesi. Una trentina di mezzi cingolati bruciano, 15 sopravvissuti guidati dal tenente De Tura guadagnano le posizioni di seconda linea.
Il concentramento dei pezzi italiani vieta alle truppe di Harding di penetrare attraverso la sacca febbraio. Gli artiglieri di Curti avanzano i cannoncini per essere sicuri d'inquadrare gli obiettivi. Delle due originarie batterie, la 1a del capitano Zingales  andata sul Nagb Rala in appoggio al battaglione di Izzo, della 2a batteria  rimasta la 1a sezione del tenente Carlo Massoni, mentre la 2a del tenente Carnevale  stata spostata pi a nord accanto alla 12a compagnia del tenente Cristofori.
Al 1 pezzo del sergente maggiore Dario Pirlone hanno organizzato la serata per il compleanno del sergente Walter Baggio. I dieci componenti hanno rinunciato al gavettino di cognac per consentire al festeggiato una bevuta come si deve. Alle 10 anche l'artiglieria di Sua Graziosa Maest ha deciso di partecipare alla piccola cerimonia con i suoi fuochi d'artificio. Poco dopo mezzanotte il rumore dei carri armati sormonta tutti gli altri. I 47/32 di Massoni, che fin l hanno sparato contro la fanteria, si dispongono a contrastare i nuovi venuti. I folgorini constatano che le granate perforanti non perforano la corazza dei Crusader, l'unico punto sensibile sono i cingoli. Il pezzo di Pirlone riesce nell'impresa. Il carro s'incendia, i cinque componenti dell'equipaggio saltano gi dalla torretta. Gli artiglieri sono troppo pochi per prendere prigionieri, per prima di rimandarli indietro Pirlone ha da togliersi lo sfizio.
Il sergente maggiore  nell'esercito dal 1934, volontario a diciannove anni.  andato in Somalia e in Etiopia;  entrato fra i paracadutisti a Tripoli; nell'agosto del '40 ha partecipato all'avanzata verso Sidi el Barrani; a fine dicembre a Derna  caduto nelle mani degli inglesi, che gli hanno tolto orologio e stivaletti. Con due amici Pirlone  scappato dalla prigionia, ha raggiunto le postazioni italiane. Rimpatriato,  stato fra i primi ad accorrere nella nascente Folgore. Ma quando ha scoperto che sarebbe dovuto tornare in Africa, ha minacciato di chiedere il trasferimento: non voleva pi saperne di deserto, di malaria, di infezioni gastriche. Tuttavia, al momento della partenza non se l' sentita di abbandonare gli amici.
Ora con i cinque prigionieri pu almeno cavarsi la soddisfazione inseguita da quasi due anni. Chiede al comandante del carro di farsi avanti. Gli ingiunge prima di togliersi le scarpe, poi di consegnare l'orologio: con un sasso lo riduce in pezzettini. Nel suo inglese stentato spiega all'altro che si tratta di restituire ci che i suoi compatrioti avevano fatto a lui, quindi fa cenno di andarsene: la guerra incombe.
Gli artiglieri di Massoni si battono tutta notte fianco a fianco con la 19a compagnia del capitano Salerno. Hanno tirato contro i carri, hanno tirato contro le pattuglie che s'infiltravano, hanno tirato contro gli Scorpions intenti a liberare la sacca dalle mine. Quando spunta l'alba al 1 pezzo sopravvivono Pirlone e Baggio, gli altri otto sono deceduti. Dal loro ridotto individuano un deposito di carburante predisposto dagli inglesi a non pi di cinquecento metri con i camion a fare avanti e indietro per consegnare i fusti. A quel deposito vanno a rifornirsi i carri armati prima di dirigersi verso le linee italiane.
Come se noi non ci fossimo...
Pirlone carica le ultime due granate esplosive, Baggio prende la mira: l'ordigno piomba fra i bidoni e accende un bel fal. C' poco di che gioire: la posizione  stata rivelata. Il Valentine si avvicina, la granata perforante del 47/32 stavolta assolve il proprio compito: colpisce i cingoli. Presi dall'euforia, Pirlone e Baggio azionano il pezzo pure contro l'altro Valentine venuto in soccorso, ma finiscono sotto il fuoco incrociato dei due carri. Una granata centra la postazione. Baggio, protetto dal fusto pieno di sabbia, se la cava con otto schegge nella gamba, Pirlone ha entrambi i piedi tranciati e due grossi buchi nella schiena. Urla a Baggio di finirlo perch soffre troppo, Baggio, per,  immobilizzato. Passa un commilitone del 2 pezzo e dice che va a chiamare i barellieri; passa una pattuglia britannica, butta l'occhio sui due feriti e prosegue. Verso le 3 del pomeriggio, con la tortura aggiuntiva della sete, si avvicinano alcuni par. Non hanno pacchetti di medicazione, possono fare ben poco. Adagiano Pirlone nella buca, lo dissetano, lo proteggono con un telo dalle mosche che si sono impadronite dei suoi moncherini, gli lasciano la borraccia e promettono di mandare qualcuno. Un'ora dopo il sergente che non voleva pi tornare in Africa muore dissanguato.
Come sempre accade, almeno in Italia, la motivazione della sua medaglia d'oro racconta tutta un'altra storia, dal vago sapore granguignolesco. Eppure sembra gi sufficiente la semplice verit.

Nel settore centrale regge l'urto il VII battaglione del capitano Mautino de Servat. Dei quattordici centri di fuoco della 19a compagnia ne vengono distrutti undici. Al capitano Alfonso Salerno si presentano due soli paracadutisti. Anche qui la solfa non cambia: malgrado l'abnegazione degli artiglieri, il metodo pi sicuro per fermare i carri  di salirci sopra, aprire la torretta, lanciarvi dentro la bisaccia con le Balilla.  morte pressoch garantita, ma i par la sfidano. Fra i pi arditi il sottotenente pugliese Nino Starace, che dovrebbe stare a casa avendo perso il braccio sinistro, maciullato dall'elica di un Caproni, durante l'addestramento. Per era risultato il pi bravo nelle prove pratiche: n il colonnello Baudoin, direttore della scuola, n Frattini avevano avuto l'animo di lasciarlo a Tarquinia. Starace li ripaga con un'abnegazione che fino all'ultimo gl'impedir di farsi ricoverare nonostante le diverse ferite. Davanti a simili soldati il VII battaglione del Queen's Royal Regiment si ritira. Lascia diversi prigionieri e molti morti, fra i quali lo stesso comandante, il tenente colonnello Burton.
All'VIII guastatori del maggiore Giulio Burzi tiene con i denti la compagnia comando con la 24a e i resti della 22a. Spara ancora il 2 pezzo del sottotenente Pietro Provini. Gli altri cannoncini sono stati frantumati, gli artiglieri uccisi o presi prigionieri. Anche il tenente Massoni  stato catturato dopo aver con l'ultima molotov bruciato il carro che li aveva obbligati ad alzare le mani.
Ai piedi del Nagb Rala ci stanno quelli del VI battaglione. La luna troppo piena annuncia tempesta. E cos . Assieme ai confetti dei cannoni di campagna arrivano i candelotti dei fumogeni. Vengono scambiati per micidiali gas venefici, i par s'affrettano a ricoprirli di sabbia, ma la nebbia artificiale si solleva egualmente. Dall'artiglieria divisionale fanno sapere che finch non si dirada  impossibile sparare. Rimangono soltanto i mortai del battaglione, tuttavia la dotazione  di dieci colpi l'uno.
Se li consumiamo adesso, quando verranno avanti che cosa gli tiriamo? Con tutta la dissenteria che c' in giro difettano persino gli stronzi...
Per fortuna la sabbia fine impedisce ai carri di progredire.
Sulle pendici del Nagb Rala il cammello ucciso dai mortaisti  diventato uno spezzatino profumatissimo, piatto forte di una cena come si deve. Ma  scritto che il povero Gola non possa goderne. Allorch fioccano i complimenti per la caccia fortunata un tuono fragoroso riempie l'aria, la tenda della mensa sembra sul punto di essere divelta. Izzo urla: Ai posti di combattimento, Gola afferra l'elmetto, corre verso i mortai. Dopo il fuoco di preparazione delle batterie, avanzano due battaglioni della Legione straniera guidati dal tenente colonnello principe Amilakvari. Il I  fermato dalle compagnie del VI e dalle due del V, la 15a del tenente Finocchi e la 13a del tenente Grilli, posti a protezione del fronte est. Le mitragliatrici Breda s'inceppano a causa dei proiettili confezionati con bossoli gi sparati. Il contrassalto dei par procura alcuni mitra Thompson. Peroncini ne riceve uno in regalo da un suo soldato, Pino Morrone: se ne serve subito per allontanare una pattuglia di legionari troppo avvicinatasi.
A Quota 125 della Carretta d'i bej matt  giorno di sacrifici e di lutti. Quelli dei centri avanzati comprendono di avere una missione disperata, per non si tirano indietro. Nelle fotografie di quando avevano un'esistenza normale portavano i capelli impomatati, i baffetti curati alla moda di Douglas Fairbanks jr e di Errol Flynn. Sono belle facce di gente perbene, occhi curiosi, lo sguardo fiducioso di chi  convinto di avere una vita davanti. Quelli di carriera tengono il berretto di traverso, qualcuno non ha rinunciato alla sciarpa bianca dei par. Adesso che sono scarnificati dalla dissenteria, dalla sete, dal rancio cattivo, l'unica cosa che conta  non dargliela vinta. Ve la faremo vedere noi.
Dall'arrivo in Africa tre volontari del VII dividono fraternamente pericoli e gallette. Si chiamano Gerardo Lustrissimi della compagnia comando, Leandro Franchi e Nicola Pistillo della 20a compagnia. Il destino li aspetta al varco.
Lustrissimi sta con il lanciafiamme allo sbarramento di un campo minato. I lanciafiamme costituiscono un lusso, abbiamo poco liquido, ma caspita se non fermano un carro. Lustrissimi li ferma per ventiquattr'ore. Esaurito il liquido, ha dato mano alla provvista di molotov preparata anzitempo. Ferito, viene ingabbiato da una pattuglia inglese. Lo conducono a un centro di raccolta provvisorio. Gli italiani s'accorgono di esser pi numerosi dei guardiani: a pugni riconquistano la libert. Rientrano in linea, ciascuno torna al proprio posto di combattimento. A Lustrissimi danno un mitra. Anche le munizioni del Beretta si esauriscono. Non resta che dissotterrare la mina, avvicinarsi al carro armato in testa alla fila e lanciarla sotto. Con l'esplosione si vola tutti in cielo.
Il sergente maggiore Pistillo mantiene la sua posizione col plotone, che ora dopo ora si riduce. Per volete non correre in soccorso di quelli del caposaldo accanto sul punto di essere sommersi? Con molotov e pugnali li salvano, costituiscono un unico gruppo del quale Pistillo assume il comando. Che si fa davanti a un'intera compagnia avanzante con la baionetta inastata? Folgoreee... e proviamo a scompaginarli. Gl'inglesi vengono ricacciati, purtroppo sono peggio degli indiani: ritornano sempre. Pistillo e la sua manciata di uomini si preparano all'estrema resistenza. Vengono catturati, si liberano anch'essi a forza di pugni, rientrano nelle linee. Pistillo ha ancora la forza di lanciare una mina sotto un carro armato prima di essere colpito e raccolto morente dai portantini. Invece se la cava e fa in tempo a essere imbarcato per l'Italia, dove parteciper con la divisione Nembo, l'erede della Folgore, ai venti mesi di guerra ai nazifascisti. Peccato che nella motivazione della medaglia d'oro lo piangano per defunto e gli attribuiscano persino la frase: La Folgore muore, ma non si arrende. Invece  cos vivo da dedicare nel dopoguerra un'affettuosissima poesia a Leandro Franchi.
Il ventenne e mingherlino Franchi, il terzo degli inseparabili, viene colpito e catturato al termine di uno dei tanti mischioni. Lo conducono in un centro improvvisato di raccolta e qui, malgrado le menomazioni, riesce a sopraffare le sentinelle. Rientra alla base assieme a un nutrito gruppo di par: lui ha pure portato in spalla un ufficiale gravemente ferito e condotto per mano un cieco. Lo rimandano in linea e per la seconda volta viene ingabbiato. Riprova a scappare, ma lo feriscono in modo serio. Allorch riprende conoscenza, s'impossessa di una pistola. Per svignarsela deve eliminare qualche figlio d'Albione, uno per gli conficca il pugnale nel cranio. Al reparto non credono ai loro occhi quando lo vedono ricomparire in quelle condizioni. Franchi stavolta  allo stremo: ha la gamba e il braccio destri paralizzati, la vista ridottissima, ma non tira le cuoia. Nel 1982, da presidente dei reduci, creer un caso diplomatico con il governo Thatcher sfidando a duello un giornalista inglese reo di aver scritto che gli argentini alle isole Falkland erano stati sopraffatti perch erano dei vigliacchi imparentati con gl'italiani. Finir con l'intervento dell'ambasciata britannica di Roma.
Giuseppe Cappelletto ha fatto avanti e indietro dal caposaldo al comando di compagnia per portare ordini e feriti. Dopo l'ennesima sfida alla morte, ha chiesto di rientrare per non privare i compagni di un fucile. Si sono battuti allo stremo. Completamente accerchiati ha difeso con i sopravvissuti l'ultimo lembo prima di essere centrato da una granata.

All'una e mezzo del 24 il tenente Marangoni, che con la 14a compagnia tiene le alture dell'Himeimat, avvisa Izzo: si sentono rumori di motori provenienti da sud, dalle parti della depressione. Sono quelli del II battaglione della Legione infiltratisi sotto il naso di alcuni reparti della Pavia. Un plotone di folgorini sorpreso nel sonno  catturato. La passeggiata del cammello, che tanto aveva indispettito Izzo, ha svelato al generale Koenig, comandante della brigata, che sul gradino di el Qattara non ci sono mine. Izzo prepara le contromosse, ma scopre che i cannoni di Rango sono stati spostati; che il gruppo da cui  stato sostituito non ha potuto eseguire gli aggiustamenti e di conseguenza non pu intervenire; che la compagnia mortai del capitano Passamonti non ha riferimenti per il tiro verso il sud; che la batteria tedesca  sul punto di filarsela.
Gola dirige i suoi tre mortai contro il nuovo pericolo. Izzo chiama a raccolta quelli che ci sono: scritturali, portaordini, guardafili, cucinieri, addetti alla mensa e ai trasporti. Zingales mette a disposizione gli artiglieri della sua batteria. Si presenta anche il sottotenente Di Gennaro alla guida di un plotone di artieri: proprio in queste ore avrebbero dovuto minare il famoso gradino della depressione. Chiedono l'onore di partecipare alla difesa.
Bench i mortai di Gola sparino a pi non posso, i francesi guadagnano terreno, si avvicinano alle postazioni. Izzo volge intorno lo sguardo, grida: Savoia, Folgore e scatta fuori seguito dalla truppa. L'urlo rimbalza da un settore all'altro, la carica  generale. Gola raduna i mortaisti e corre a fare muro. Gli assalitori presi alla sprovvista ripiegano, ma le loro mitragliatrici spazzano il terreno. Izzo  ferito al ginocchio, Gola colpito due volte prosegue a spronare i suoi finch una scheggia gli squarcia il ventre. Si prodigano il tenente Abelli e il sottotenente Mossotto. Il capitano Zingales assume la guida del battaglione. Si combatte aspramente fino alle 7,30. Zingales, ferito e sanguinante, comunica a Izzo che il nemico si  ritirato lasciando indietro parecchi caduti, tra i quali lo stesso principe Amilakvari.
Ormai isolato, anche il I battaglione della Legione abbandona il campo sotto la pressione di 8 Stuart, preda bellica del gruppo Kiehl giunto a dare una mano. Tantillo spedisce Currini Galletti e il suo plotone a occupare le posizioni di quello imprigionato dalle truppe transalpine. Solo allora Currini Galletti si accorge che nel rimbambimento dell'improvviso risveglio - non ha udito il cannoneggiamento, ha dovuto scuoterlo l'attendente - ha lasciato nella buca il portasigarette. Non  n d'oro n d'argento, tuttavia gli  affezionato. Per andare a riprenderselo aspetta una pausa nei combattimenti. Dovr aspettare ventiquattr'ore.
Il conto del V  drammatico: dei 98 par andati al contrassalto ne rimangono 34. Inverardi, il fedele attendente di Izzo, carica il maggiore sulle spalle e va gi per le pendici del Nagb Rala. Nella discesa incontrano pure un deposito di mine con un principio d'incendio. Inverardi deposita Izzo al suolo e spegne le fiamme fra casse che potrebbero esplodere il secondo successivo. Poi riprende il maggiore e incurante degli scoppi lo porta fino al posto di medicazione. Quindi torna indietro a rioccupare il proprio posto. Figura fra i dispersi della Folgore.
Sull'autocarro diretto verso l'ospedaletto da campo Izzo  adagiato accanto a Gola morente. Il sottotenente gli afferra la mano e chiede scusa per non aver capito a che cosa servivano i cammelli spinti verso le linee. Per me  finita - mormora - ma sono contento. Il battaglione ha fatto il proprio dovere.

Dall'alba i 47/32 in appoggio al 187 di Bechi Luserna e al 186 di Tantillo dirigono il tiro sulla massa corazzata soverchiante dirimpetto al raggruppamento Ruspoli. Le perdite sono state paurose: due compagnie, la 6a e la 19a, per intero, 6 pezzi anticarro su 8, due plotoni mortai da 81. Anche il I/185 ha cessato in pratica di esistere. Al capitano Curti rimane soltanto la 2a sezione della 2a batteria di Carnevale a settentrione della sacca minata, accanto alla 12a compagnia. Nella protezione del raggruppamento si uniscono anche i rari pezzi pesanti dell'artiglieria divisionale e il II/26 della Pavia. Parecchi Valentine e Crusader sono colpiti, il fumo delle fiamme serve da direzione al tiro dei cannoni. Le forze di Harding rimangono acquattate nei rifugi preparati in fretta e furia sul limitare dei campi minati. Le difficolt dei carri, lo sminamento non completato, la batosta presa nella notte paralizzano l'azione.
Non c', per, da stare allegri neppure per la Folgore. Dai posti di osservazione i binocoli inquadrano il gran movimento nelle lontane retrovie: camion che scaricano munizioni, camion che scaricano cannoni e mortai, camion che scaricano truppe fresche.  in preparazione il nuovo assalto. Gl'inglesi, beati loro, hanno il tempo per il breakfast: mezza scatoletta di carne, due biscotti, una tazza d'acqua pulita. Gl'italiani hanno gallette insudiciate e l'acqua delle borracce.
La tregua momentanea ha consentito di ristabilire i contatti fra un reparto e l'altro, di ricostituire una linea continua lungo i quindici chilometri del fronte. Frattini si consulta con gli ufficiali. La decisione unanime  di provare a sorprendere il nemico con un'incursione notturna. Vengono predisposti una formazione di paracadutisti, il 28 reggimento della Pavia (in tutto due compagnie al comando del maggiore Priano), una compagnia cacciacarri tedesca e una compagnia di M14 dell'Ariete. Bench divorato dalla febbre al punto da reggersi malamente in piedi, Ruspoli ottiene di guidare la formazione d'assalto, che non tocca le 500 unit.
 un'operazione suicida, quasi un andare a cercare la bella morte, ma che rientra nel sentimento dominante sulla linea di El Alamein. E allora si va con tutto il coraggio che si ha dentro, urlando Savoia perch cos hanno insegnato a scuola, perch cos hanno fatto nell'altra guerra i padri, i fratelli maggiori, i reduci alla Ruspoli. Si va con quel minimo di protezione offerto dalle scatole di sardine, dai 47/32, dai lanciafiamme. Proprio Ruspoli  fra i primi a cadere assieme al tenente Leo Seni, polverizzato da un'esplosione, mentre a bordo della camionetta ultimava i preparativi dell'assalto. Muore da eroe anche il capitano Vittorio Piccinini rimasto alla guida del proprio M14 nonostante fosse gi gravemente ferito e ustionato. Poi  una carneficina con quelli della Pavia che nella foga si spingono troppo in avanti e finiscono nelle fauci dei carri armati. Gli inglesi retrocedono di un centinaio di metri, ma i superstiti della formazione sono poche decine. A dar man forte sopraggiunge una compagnia dei guastatori di Caccia Dominioni. Il posto di Ruspoli  assunto dal maggiore Burzi, ex bersagliere della prima guerra mondiale. Burzi ha la preoccupazione del giovanissimo figliolo Giorgio, volontario nella Folgore proprio per seguire l'amico del cuore Seni. E ancora ignora che il plotone mortaisti del figlio si  trovato nel fulcro della lotta e per difendersi hanno dovuto far ricorso alle molotov e alle bombe a mano fatte accatastare in anticipo dal povero Seni.
Al pari di ci che capiter agli alpini in Unione Sovietica anche in Egitto i vivi cominciano a provare un sentimento di colpa nei confronti dei morti.

I fucilieri britannici riprovano in direzione del VII di Mautino. Hanno il compito di aprire la strada ai carri della 4a e della 22a brigata. Molti dei paracadutisti di Mautino provengono dagli alpini, immaginano che quei miseri dossi assomiglino alle loro montagne, ci s'inchiodano: gli aggressori vengono spazzati via. Ma ogni successo costa sangue e sono i giovanissimi tenenti a dare l'esempio, a sacrificare la vita: Giuseppe Alessi, comandante della 20a, Mariano Malnig, comandante della compagnia comando, Giovanni Gambaudo, quello dei sei Bren Carrier catturati in agosto, della medaglia di bronzo valutata meno importante del piatto di pastasciutta fumante offerto dal generale Ferrari Orsi. Gambaudo occupa con il suo plotone uno dei centri avanzati della 19a. Per tutta notte i par della compagnia non mollano le buche. Con l'unico pezzo da 47/ 32 e due fucili mitragliatori riescono a non farsi travolgere. All'alba Gambaudo si accorge che ai fianchi la situazione  ancora pi critica. Raduna i pochi sopravvissuti e lancia un assalto frantumato dal fuoco dell'artiglieria. Quando riguadagnano le posizioni Gambaudo  l'unico in piedi bench ferito. Si mette dietro il fucile mitragliatore,  di nuovo ferito, rifiuta di arrendersi e spara l'ultimo caricatore di moschetto prima di cadere. Anche a questo ventisettenne astigiano, laureato in economia e commercio, nella motivazione mettono in bocca il consueto La Folgore muore, ma non si arrende! Viva l'Italia. Una frase che doveva piacere alla commissione dell'epoca: tanto retorica quanto inutile e spesso inventata.
Respinti dal VII battaglione i fucilieri s'intestardiscono contro le postazioni meridionali del VI. Sono cos numerosi che i mortaisti di Peroncini sparano nel mucchio certi di non fallire la mira. Anche qui la resistenza  furibonda. Il maggiore Bergonzi per dirigere il tiro dei suoi se ne sta bello ritto finch non lo centra una salva di 88.
Nei pressi di Deir el Munassib il tenentino Ferruccio Brandi guida un plotone incaricato di sorvegliare un varco. Si trovano ben presto circondati da fanti e tank. Brandi conduce due furiosi contrassalti, gli assalitori si ritirano per ripresentarsi in forze. Il drappello  in una morsa. Brandi si scaglia con la molotov contro il carro pi vicino, la raffica della mitragliatrice gli stacca la mandibola, con il braccio incita i par a non demordere. Lo porta in salvo Gino Compagnoni: li unisce l'aver entrambi ventun anni.
I due battaglioni attaccanti vengono presi d'infilata dalle mitragliatrici. Giungono anche alcuni panzer della 21a ad aumentare il volume di fuoco. Gl'inglesi, tuttavia, non desistono: dietro il loro sbarramento di fuoco i genieri della task force si adoperano per sgombrare i corridoi di febbraio ai Crusader. Alle 2,30 del 25 ottobre la 22a brigata di Roberts, sempre inappuntabile nella sua divisa estiva (pantaloncini e calzettoni al ginocchio), sbuca in prossimit della linea di resistenza, ma ha la brutta sorpresa di trovare i 47/32 della Folgore fin l nascosti alla vista dei fucilieri. Il capitano Gino Bianchini, comandante della 21a compagnia, ha vecchi amici al IV gruppo del 26 Pavia: con trattativa privata ha ottenuto lo spostamento di un paio di cannoni da 100/17. Questi s che fanno buchi grossi come una forma di parmigiano nelle corazze degli scafi. Mautino ordina di suonare la tromba. Protetti dai mortai da 81, i ragazzi del VII escono dalle buche: urlando, bestemmiando, pregando si rovesciano sulla prima linea nemica, la travolgono. Spira il tenente Roberto Bandini, della 21a:  stato gi ferito due volte, per al suono della tromba  scattato in avanti, ha trascinato il proprio plotone all'arma bianca fino al colpo mortale. Anche a lui nella motivazione della medaglia d'oro attribuiscono l'inutile, ridondante espressione finale che niente aggiunge al valore purissimo dimostrato con i fatti.

Le carcasse dei carri colpiti ostruiscono il passaggio ai reparti, che sopraggiungono da dietro. Quanti cercano una strada laterale finiscono sulle mine. Anche dalle alture di Qaret el Himeimat sparano i pezzi della Pavia. Alle 4,30 arriva il generale Harding per rendersi conto della situazione. Capisce che  impossibile progredire e dirama l'immediato ripiegamento. Pure Horrocks si dichiara d'accordo. Gli inglesi sono stati disorientati dallo schieramento della Folgore a presidi con i centri di fuoco sistemati a triangolo. E poi non s'aspettavano la reazione dei par, la tenacia di non arrendersi, il sangue freddo di restare acquattati nelle buche e poi balzare fuori all'improvviso, l'incoscienza di aggredire i blindati con molotov e bisacce di bombe, l'ardore di arrampicarsi sugli scafi. I due generali propongono a Monty di spostare l'attacco a nord, in corrispondenza della depressione di el Munassib. Questi italiani si stanno dimostrando pi tosti degli jerries (cos gli ufficiali britannici indicano i tedeschi facendo il verso al loro ja).
Anche sul fronte meridionale la Rottura della fascia difensiva  rimasta a met. Tuttavia la speranza di Montgomery  stata esaudita: von Thoma non ha trasferito verso la costa n la 21a divisione corazzata n l'Ariete.

9. La volpe non azzanna pi.

Alle prime ore del 25 ottobre de Guingand riceve rapporti allarmanti sulla feroce resistenza incontrata dai reparti avanzanti. Per di pi l'unica incursione notturna della Luftwaffe ha provocati danni e scompiglio dalle parti di Miteiriya. Stizzito per i lenti progressi dei suoi e preoccupato che l'alba li trovi allo scoperto, il generale Gatehouse (10a divisione corazzata) telefona a Lumsden per strappare l'autorizzazione a ripiegare dietro il costone. Il comandante del X corpo d'armata concorda e chiama de Guingand. Per il capo di stato maggiore  un bel grattacapo: non se la sente di acconsentire, ma non se la sente neanche di svegliare Montgomery, che si  concesso il primo sonno dall'inizio delle operazioni. Si reca quindi da Leese per chiedere consiglio. Il saggio responsabile del XXX corpo d'armata gli suggerisce di svegliare Monty pure se sono le 3. Mezzora pi tardi Monty riceve dentro il suo autocarro Lumsden e Leese.  di buon umore, malgrado percepisca che l'agognata Rottura rischi di trasformarsi in uno stallo: aveva invitato i propri generali a non preoccuparsi delle perdite, per non immaginava un conto tanto salato. Bisogna, dunque, mantenere le posizioni sull'altura di Miteiriya, magari tentare di progredire. Ma chi lo dice a Gatehouse? Toccherebbe a Lumsden, per il generale non vuole contraddirsi e invita Montgomery a parlargli.
La discussione telefonica  da subito tempestosa: Monty scopre con orrore che Gatehouse  in quel momento al quartier generale della divisione, a sedici chilometri dalle formazioni di testa - distanza pi che abituale per un generale italiano - e lo investe in malo modo. Nessuno ha il coraggio di spiegare a Monty che Gatehouse  rimasto indietro per ricevere la telefonata, non essendo possibile stabilire un contatto con il posto di comando avanzato, solitamente occupato dal generale. Gatehouse non accampa scuse: incassa la sfuriata del comandante in capo e la conferma che dovr portare avanti i propri battaglioni, proseguire nell'offensiva. L'unica eccezione riguarda l'8a brigata corazzata di Custance diretta a el Wishka e in ritardo sulla tabella oraria: pu fermarsi e tirare il fiato. Tuttavia proprio questa decisione sar molto criticata dagli storici britannici, convinti che in tal modo fu persa la concreta possibilit di spezzare la resistenza nemica.
Al termine del burrascoso colloquio Montgomery appare ai collaboratori assai fiducioso sul completamento della fase iniziale d'attacco. Ma sul ciglione di Miteiriya nessuno progredisce. Afa, stanchezza, arsura, feriti da soccorrere, piste ostruite da rottami ancora fumanti obbligano a una sosta. A mezzogiorno i due schieramenti si studiano da dietro i campi minati. Il riposo dei carristi inglesi  interrotto dall'unico raid compiuto quel giorno dalla caccia tedesca. Montgomery tiene un'altra riunione con Leese, con Lumsden, con il neozelandese Freyberg. Valuta l'attacco a Miteiriya un mezzo fallimento, decide quindi una variante che gli consenta di mantenere l'iniziativa e costringa von Thoma a muoversi su una direttiva obbligata. L'obiettivo principale viene spostato all'estremo nord dello schieramento, nei pressi della strada costiera: gli australiani di Morshead saggeranno le difese della 164a divisione e dei bersaglieri. Il traguardo che nessuno osa sperare  Sidi Abd el Rahman, il quartier generale dell'Acit. Nel tenere le posizioni con i denti, italiani e tedeschi si chiedono se anzich aggiungere l'aggettivo corazzata nella definizione dell'armata, non sarebbe stato pi efficace aggiungere carri armati sul terreno.
Monty, comunque, si accontenterebbe d'interrompere la strada costiera, dove transita la gran parte dei rifornimenti. A Gatehouse viene detto di ripiegare nella notte, a eccezione della 24a brigata che va a irrobustire le forze di Briggs (1a divisione corazzata) incaricate di avanzare nel settore di Kidney, la Quota 30 gi bagnata dal sangue dei fanti della Trento. Tra gli alti gradi britannici serpeggia un considerevole ottimismo. Viene addirittura stabilito che Briggs debba tenersi pronto a lanciare la 2a brigata corazzata di Fisher su Sidi Abd el Rahman. Ma tanta fiducia  contraddetta dai sanguinosi scontri ai quali  sottoposta dapprima la 2a brigata, in seguito l'intera divisione. Non  sufficiente il sostegno di due battaglioni australiani e di altre due brigate per piegare i carristi della Littorio e i granatieri della 15a divisione. Il combattimento prosegue per ore, si allarga a Quota 33, che  davvero un numero a casaccio perch qui il terreno opera quasi una depressione.  sabbia, solo sabbia, sempre sabbia con quel che ne consegue: mosche incollate alla pelle, luce accecante, miraggi, scorpioni velenosi, lucertole, arsura inestinguibile.
Il deserto se ne frega di noi e delle nostre scaramucce, commentano rassegnati quanti vi hanno trascorso gli ultimi trenta mesi.  il deserto indifferente nei secoli, capace per di cambiare aspetto all'improvviso: le creste, le dune riportate dalle mappe sono state cancellate o trasformate. La nuova conformazione spesso cozza con le disposizioni trasmesse da comandi che sono sempre lontani e quasi mai consapevoli di quanto accade in prima linea, di come basti un accenno di ghibli per mutare il rilievo topografico. E se gli ufficiali inglesi godono di discreta autonomia, i tedeschi e soprattutto gl'italiani s'uniformano agli ordini pure quando cozzano con il buon senso, quando bisogna abbandonare senza un motivo plausibile la posizione appena raggiunta, quando bisogna piegare sulla destra, bench i problemi si affaccino a sinistra. Si combatte allo scoperto, senz'alcuna protezione che non sia quella offerta dal buon Dio o dal Caso. Gl'italiani muoiono avanzando accanto ai panzer e alle scatole di sardine, i britannici muoiono perch in ossequio alle indicazioni ricevute i Crusader, i Grant, gli Sherman sono posizionati accanto ai fanti, che in tal modo si sorbiscono una razione doppia di cannonate: quelle dirette a loro e quelle dirette ai carri armati.

Sostenuta dal fuoco ininterrotto di oltre novecento pezzi la pressione degli attaccanti si allunga verso il mare. Viene investita Quota 28, un cocuzzolo di otto metri, il cui lunghissimo nome arabo (Tell Alam abu el Mabruka) tutti si rifiutano di pronunciare. Lo tengono il II/125 del maggiore Wendel ed elementi del XXIII battaglione bersaglieri del maggiore Titta Cavalleri, un altro richiamato del '15-18, che in tempo di pace ha fatto il rappresentante della Standard Oil, che ama profondamente l'America, che ammira il mondo anglosassone e che ora per fedelt al tricolore combatte contro i propri sentimenti.
La posizione  subissata dalle bordate di sette reggimenti di artiglieria. Allorch la morte finisce di piovere dal cielo, significa che  il momento dei blindati e dei mortai. Il presidio respinge la colonna di destra, ma non riesce a evitare l'infiltrazione della colonna di sinistra. L'intero settore  in fiamme. Il tenente colonnello Casamassima e il capitano Puddu, reduci dai duri scontri del giorno prima, pi volte provano a rovesciare il fronte attaccando con gli M14. Senza alcuna ricognizione preventiva, spesso sconoscendo il terreno e la forza del nemico, per si carica. Non meravigli l'uso di un verbo tipico degli squadroni di cavalleria: pur trattandosi di blindati l'effetto non  molto diverso contro carri armati comunque mastodontici per le nostre scatole di sardine e sotto il fuoco continuo dei cannoni di grosso calibro. A ogni tentativo crescono a dismisura l'alone da leggenda e il numero dei morti. I capitani Vittorio Piccinini, medaglia d'oro alla memoria, Tito Puddu, Vittorio Carraccio, i tenenti Mario Ronga, Biagio Marchioni, Adelmo Ferrari, i sottotenenti Guido Ficaia, Ernesto Cuzzoni, Gaetano Mantovani diventano i simboli della disperata determinazione a non mollare. E poi ci sono i tantissimi che risultano dispersi perch arsi dentro le loro casse da morto rotolanti. Per questo motivo al capitano Carraccio negheranno la medaglia d'oro e alla moglie la pensione per anni. Soltanto le ricerche di Caccia Dominioni permetteranno, a met degli anni Cinquanta, di rinvenire il cadavere sotto le sabbie di Quota 33.
L'abnegazione degli italiani, pronti a ricorrere alle mine e alle bottiglie molotov, e la mira degli 88 germanici aprono varchi nei reparti di Briggs. L'8a brigata di Custance  seriamente mutilata, la 7a brigata motorizzata di Bosvile  pressocch distrutta: nel rapporto inviato a de Guingand si parla di terribile carneficina. Lucas Phillips nel suo libro riporta un'impressionante testimonianza diretta: ... i carri avvampavano uno a uno come se qualcuno avesse acceso le candeline su una torta di compleanno. Nonostante la disparit della stazza e del numero di carri armati impiegati, ogni volta sono quelli britannici a segnalare la fine dello scontro rifugiandosi dietro la protezione delle cortine fumogene.
Ma allorch la Littorio e i granatieri si lanciano all'assalto con il sostegno del DLIV gruppo semoventi tocca a loro esser macellati. I pezzi a lunga gittata, quelli controcarro e gli australiani della 9a divisione li segano in due. Alla fine il costo pagato da italiani e tedeschi  superiore alle pur notevoli perdite britanniche: la divisione di Briggs lamenta 24 carri fuori uso, mentre la 15a di von Vaerst ce ne rimette 53, la Littorio una quarantina. E von Vaerst il giorno prima ha gi perso 24 panzer: gli rimangono poco pi di 40 carri, a Bitossi 80, ma questi, purtroppo, incidono soltanto nell'aumentare il numero delle future vittime. Spira il sottotenente Mario Ormano del XII, medaglia d'oro, che si era imbarcato di nascosto pur di raggiungere la Littorio. Anche l'anziano tenente colonnello Casamassima, padre di cinque figli, adorato comandante del IV battaglione,  fuori gioco per una ferita: nel comando gli succede il capitano Campini, il futuro e disincantato storico di questi cozzi fra giganti d'acciaio e nani di latta.
Per Monty sono notizie confortanti: al contrario di von Thoma, lui non ha problemi nell'equipaggiare le brigate di nuovi mezzi corazzati. Lo stesso si pu dire nel computo dei morti, dei feriti, dei prigionieri. Il rapporto dei primi due giorni di battaglia  di 3 a 1 a svantaggio dell'8a armata, quell'uno per costa assai ai reparti dell'Asse. Ufficiali e soldati dell'armata sono sotto pressione da quarantott'ore, devono centellinare i colpi dei cannoni, ricevono il rancio nelle rare pause degli scontri, cominciano ad avere problemi di munizionamento anche per fucili e mitragliatori. Dall'altra parte Montgomery si pu consentire di alternare le divisioni, di mandare in riserva quelle provate. Alcuni artiglieri catturati raccontano agli sbalorditi colleghi del 46 Trento che a dieci ore di fronte corrisponde un giorno di riposo vero, nel senso che se ne vanno a bere e a oziare ad Alessandria.

Alle 20 Rommel atterra a Sidi Abd el Rahman con la cicogna che l'ha prelevato a el Daba. Malgrado le cure e il lungo riposo, non esibisce un aspetto sano. Il giorno prima Keitel gli ha telefonato al Sommering, la localit austriaca di montagna dove trascorreva la convalescenza, per informarlo che l'attesa offensiva inglese era incominciata: se la sentiva di rientrare al fronte? Rommel ha subito dato la propria disponibilit. Keitel gli ha detto di tenersi in contatto, magari quella di Montgomery era solo una puntata esplorativa e poteva cavarsela Stumme, del quale a Berlino ignoravano la scomparsa. Nelle prime ore del 25  stato Rommel ad avvertire Keitel che alle 7 si sarebbe imbarcato all'aeroporto di Vienna. Prima tappa Roma. Qui l'ha accolto von Rintelen, anch'egli appena ritornato da una licenza. Rintelen sapeva poco dei combattimenti in atto, sapeva, viceversa, abbastanza della situazione logistica, degli affondamenti ricorrenti di navi, dei rifornimenti giunti con il contagocce, specialmente benzina, proiettili per i fucili, granate per l'artiglieria. L'unica informazione incoraggiante  stata la partenza da Taranto della nave cisterna Proserpina, 10 mila tonnellate di stazza, che in settembre ha sbarcato a Tobruk l'ultimo approvvigionamento di benzina, solo mezzo carico, tuttavia, per la penuria di carburante in Italia. La Proserpina viene scortata da sei Macchi e da sei Me 110. Dovrebbe approdare a Tobruk entro settantadue ore.
Nell'ora di volo interno da el Daba al quartier generale Rommel ha preso confidenza con la situazione. Dagli ultimi dispacci ha intuito le intenzioni di Montgomery: non pi lo sfondamento centrale, attorno alla cresta di Miteiriya, ma il tentativo di scardinare il lato pi delicato, quello vicino alla strada costiera, da cui dipendono gli approvvigionamenti. Il quadro di attacchi e contrattacchi disegnato da von Thoma e da Westphal non gli appare cos compromesso. A parte quelle lamentate dalla Folgore, giudica accettabili le perdite subite dalle altre unit. Ritiene importante stabilizzare il settore settentrionale del fronte e poi aspetta la benzina per muovere i panzer della 21a finora risparmiati dalla furia inglese. Rommel si mostra convinto di poter ancora ribaltare l'esito della battaglia manovrando le poche forze corazzate rimaste; non si rende conto che la strategia di Montgomery funziona. Con la preparazione del contrassalto per l'indomani, l'acciaccata volpe gli fa il migliore dei regali: cade nella trappola di logorare vieppi il poco che ha a disposizione.

Nel settore sud la pressione britannica si sposta dalla depressione di el Qattara verso il centro dello schieramento. Quando il deserto arde, due battaglioni di fanteria e 40 carri armati, in gran parte Stuart da 13 tonnellate, della 4a brigata corazzata leggera, erede dei famosi ussari a cavallo, rompono l'irreale silenzio. Gli uomini e i blindati del generale Roddick s'infilano nel corridoio tra le sacche minate gennaio e febbraio, dirette contro Deir el Munassib: hanno preso di mira il IV battaglione di Valletti Borgnini. Scattano l'allarme e la preoccupazione di non poter reggere. I guastatori di Caccia Dominioni vengono spediti di rincalzo al 187. Anch'essi sono stremati dai troppi compiti: togliere le mine avversarie, mettere le nostre, correre a tappare i buchi. La rabbia dei guastatori non  per l'uso eccessivo che si fa del loro spirito di sacrificio, ma per aver dovuto seppellire alcuni commilitoni sbriciolati dalle pestifere V 3. Rommel ne ha definito l'impiego criminale, ma i nostri comandi paiono farsi un vanto di poter dire che sono state utilizzate mine italiane, anche se comportano poi una pietosa bugia a madri e mogli, alle quali si scrive che il figlio e il marito sono deceduti nell'adempimento del proprio dovere, uccisi dal nemico, non dall'ordigno difettoso made in Italy. Cos cresce il numero dei caduti e dei feriti.
L'obiettivo immediato degli inglesi  il caposaldo meridionale del battaglione. Lo presidia la 12a compagnia del capitano di complemento Marco Cristofori, un friulano tosto e anticonformista. I resoconti sullo scontro li ricaviamo dalla sua testimonianza, rintracciata, assieme ad altre preziose informazioni, nel sito www.qattara.it curato da Daniele Moretto. La versione di Cristofori contraddice alquanto l'unica finora conosciuta, quella di Bechi Luserna. Questi magnific il comportamento di Cristofori fino a fargli ottenere la medaglia d'argento, mentre il diretto interessato, morto cinquantaseienne nel '66, offre un racconto privo di fronzoli, assai scarno al punto da negare la distruzione di 22 carri armati e i 100 prigionieri attribuitigli nella motivazione della medaglia. Per lui tantissimi meriti vanno riversati sui soldati.
La 12a compagnia  una delle poche intatte. Ha conservato quasi al completo i 125 par, ai quali si sono aggiunti la compagnia cannoni del 185 e la compagnia mortai da 81. In totale altri 140 uomini. Per le abitudini della Folgore un presidio assai munito, contro cui si fanno male gli Stuart leggeri dotati di un cannone da 37 e assai esposti al tiro della nostra artiglieria e anche dei 47/32. I due squadroni sono bersagliati con precisione: una quindicina di carri vengono bloccati. La scena impressiona lo squadrone di Grant da 29 tonnellate rimasto indietro per infliggere il colpo di grazia. Preferisce svignarsela. Di conseguenza si mette male per la fanteria al seguito dei carri: si trovano esposti al lancio delle bombe a mano. Gli assalitori ripiegano. Cristofori guida i suoi fuori dalle buche. Con le bottiglie molotov sono incendiati i carri, si raccoglie quanto pi materiale possibile. Anche carta da lettera, sulla quale Cristofori scrive a casa. Le perdite sono state limitatissime, ma una risulta assai dolorosa, quella del tenente Mesina prodigatosi negli avamposti. Invano Cristofori lo propone per la medaglia d'oro. Non a torto Caccia Dominioni, nel rammentare la scomparsa di altri giovanissimi tenenti e sottotenenti (Malnig, Cioglia, Mariconda, Mascarin, Viti, Ghignone, Alessi, Venturi, Pirami, Mechina), afferma che in quella settimana furono pi coloro che l'avrebbero meritata di coloro che in effetti la ricevettero. Fra i caduti compare pure il sergente maggiore Lieber, uno dei comandanti delle tre pattuglie inviate a perlustrare in agosto la depressione di el Qattara. Il giorno seguente toccher agli altri due esploratori, il maresciallo Carta e il sergente Stincone.
Il riposo dura poco. Intorno alle 22 la 69a brigata del generale Cooke-Collis, composta da coscritti dello Yorkshire, si rif sotto. I traccianti dei cannoni Bofors da 40 indicano la direzione. Il V battaglione East Yorkshire punta alla compagnia di Cristofori, il VI Green Howards a quella di Ruspoli attestata sul vertice di Munassib. In secondo scaglione rimane il VII Green Howards, incaricato di fornire il fuoco d'appoggio. La 12a si comporta al meglio. Alla tenacia dei par si unisce la precisione dei mortaisti: hanno calcolato al centimetro le distanze grazie al telemetro inglese Barr&Stroud catturato all'inizio del mese. I loro confetti aprono ampi vuoti fra gli attaccanti. Il ritiro del V battaglione lascia indenne la 10a di Simoni. Cristofori e i suoi sfidano le sventagliate di una mitragliatrice rimasta a coprire la ritirata per portare in salvo un inglese ferito. I suoi commilitoni continuano a sparare anche quando scorgono quelli della Folgore che se lo caricano in spalla.
Molto pi aspro lo scontro nella zona dell'11a. Gli uomini di Ruspoli nel pomeriggio hanno sventato con affanno la puntata degli Stuart. Il primo plotone ne ha colpiti una decina e indotto gli altri alla marcia indietro. Il nuovo attacco  anticipato da un perdurante cannoneggiamento. Accucciati nel sotterraneo che funge da comando Ruspoli spiega ai giovani ufficiali il saggio sulla tecnica da sci che sta scrivendo. Non udendo pi gli scoppi, molla il saggio e annuncia che  l'ora di andare: bisogna preparare un'adeguata accoglienza, bench non siano pi di settanta. Stavolta la pressione dei Green Howards  inarrestabile. Giunge un paracadutista del II plotone con il ventre squarciato: mormora che gl'inglesi hanno sfondato e spira. Attorno a Ruspoli sono in otto con sei mitra Beretta. Sparano all'unisono: la prima ondata degli assalitori  frantumata. Sparano anche i due 47/32. Ruspoli telefona a Bechi Luserna: l'avvisa che la compagnia  ridotta a spizzichi e bocconi, i nuclei di resistenza non sono pi collegati. Le grida Folgoreee... si affievoliscono. Il fulcro della 11a  nel trincerone. Gl'inglesi sono a trenta metri, usano i cadaveri dei commilitoni per ripararsi e avanzare. Ruspoli ordina di passare alle bombe a mano. Ormai gl'inglesi stringono da tre lati, i pochissimi par sopravvissuti ripiegano a fatica verso il trincerone. Scarseggiano anche le munizioni, il capitano raccomanda di sparare colpi singoli, non a raffica. Sono le sue ultime parole. Un tracciante lo fulmina all'istante. Una seconda amarissima medaglia d'oro per i fratelli Ruspoli. Anche a Costantino la motivazione fa gridare il consueto Evviva l'Italia, cui non accenna l'unico testimone oculare, il sottotenente Vittorio Bonetti. Per quelli che se ne stanno al sicuro negli uffici di Roma, i bravi soldati non possono morire in silenzio.

Tutto il 187 reggimento  coinvolto, ci si ammazza pure nei dintorni del II battaglione di Zanninovich, ma Nichols, il generale della 50a divisione, da cui dipende la 69a brigata, intende sfruttare il vantaggio conseguito e concentra ogni sforzo contro il IV. Bechi Luserna fa sparare tutti i cannoni disponibili e sposta alcuni plotoni del IX per parare l'eventuale sfondamento. Accorrono gli ufficiali dei guastatori a sostenere i residui centri di fuoco dell'11a e ad assumere la guida dei paracadutisti. L'assillo  di approntare in fretta una nuova linea difensiva prima che tutto e tutti vengano travolti dagli uomini di Cooke-Collis. Zoppicando per le ferite e sacramentando contro chi vorrebbe spedirlo in infermeria si adopera Valletti Borgnini, il comandante del IV ridotto a meno di 200 uomini. Con l'ausilio di rincalzi del IX battaglione accorsi spontaneamente e della compagnia guastatori di Santini viene creata dal nulla una barriera umana contro cui s'infrange la furia, ormai in esaurimento dopo quattro ore di scannamenti, dei tre battaglioni dello Yorkshire.  da un mese, dai giorni in cui lo presidiava il IX di Pasquale Chieppa, che il 187 tiene sbarrata la porta di Deir el Munassib. Anche stavolta il reggimento si  conquistato il diritto a usare l'alba per soccorrere i feriti e raccogliere i morti. Il capitano medico Quadrani  divenuto l'ufficiale pi conosciuto e pi ricercato della Folgore, spetta a lui dare lo sta bene alla dimissione di quanti insistono per essere immediatamente rispediti in prima linea appena sono stati suturati.
Nichols revoca l'attacco. Gliel'ha imposto Montgomery, contento di aver costretto l'Ariete e la 21a a restarsene al sud. Il prezzo in termini di uomini e di mezzi  stato molto salato, ma rientra nella sua strategia complessiva. O almeno in quella che verr raccontata a guerra finita, a vittoria ottenuta. Comunque, piano o non piano, da Deir el Munassib a Qaret el Himeimat non si passa.

 notte di sangue pure sulle creste di Miteiriya. Gli scozzesi di Wimberley (51a divisione Highland) ingaggiano furibondi corpo a corpo con i granatieri della 15a. Si va avanti per ore. I cadaveri si ammassano da una parte e dall'altra. Il 7 Argyll and Sutherland Highlanders si fa largo con la baionetta. Poco pi a nord tocca agli australiani di Morshead. Attraverso uno stretto saliente la 26a brigata s'incunea verso Quota 28, che nei diari britannici  indicata come Quota 29. Sette batterie di artiglieria e 115 tonnellate di bombe sganciate dai Wellington forniscono un concreto aiuto. Il 125 reggimento Panzergrenadier viene sopraffatto in poco tempo dai fanti di Whitehead. Per Rommel non  il migliore dei benvenuto. Il suo primo rapporto a Berlino ha toni preoccupati: la Trento ha perso met degli effettivi e gran parte dei cannoni; la 164a  in condizioni migliori, ha avuto rimpiazzi, licenze, rifornimenti, tuttavia manca il carburante per i blindati e - vero tasto dolente per Rommel - la nostra aviazione appare incapace d'impedire i bombardamenti nemici o di abbattere un numero cospicuo di apparecchi nemici.
Eppure l'ottimismo del feldmaresciallo permane. Alle 5 raggiunge sulla vettura personale la linea pi avanzata. Scruta con il binocolo l'immenso spazio dinanzi a s. Ha appena saputo che la Folgore ha di nuovo annientato ogni infiltrazione. Prende dunque forma l'idea di concentrare il meglio delle forze a settentrione. Non lo fa per irrobustire le difese, lo fa in vista dell'imminente controffensiva con la quale  sicuro di ribaltare il vantaggio finora conseguito da Monty. Bisogna riprendere Quota 28: la sua perdita pu compromettere anche il Kidney Ridge. La Littorio e la 15a muovono da sud-ovest, dalla zona costiera procede l'XI bersaglieri del capitano Bernardo Pasqualini. Viene predisposto un congruo sostegno dell'artiglieria, purtroppo continua a latitare un'adeguata copertura aerea.
La massa di soldati e carri procedente in pieno giorno  subito inquadrata e tempestata da ondate successive di caccia e di bombardieri. Grant, Sherman e Crusader, di concerto con i cannoni a lunga gittata, mietono vittime a centinaia. La progressione si fa lenta e costellata di perdite. Alle 10 gli unici in vista di Quota 28 sono i bersaglieri, che hanno coperto a piedi il tratto finale. Ma da soli possono combinare ben poco. La Littorio e la 15a sono soccorse dal famoso Kampfstaffel, equivalente per Rommel della Vecchia Guardia napoleonica, e da nuclei della 90a appena giunti. Per una sorta di assalto disperato, con i semoventi del DLVI, Ia batteria del capitano Sciortino, nelle posizioni di testa, arrivano anche gli Stuka e i Macchi disponibili. La contraerea britannica per  micidiale: il tremendo fuoco dei Bofors impressiona persino Rommel spettatore attento e preoccupato. Carristi e granatieri si producono in uno sforzo estremo, che a costo di tanti caduti li conduce ai margini della quota. Ma pi in l non si va. I bersaglieri non sono da meno. Sospinti dal colonnello Straziota, il comandante del 7 aggregatosi al battaglione, partono al suono delle trombe. Si corre sotto la gragnola di ordigni scagliati dagli aerei e dai cannoni. L'8a compagnia del capitano Gorla s'impossessa della quota. Dovr conservarla con l'appoggio di una compagnia tedesca e dei resti dello stoico IV battaglione del 46 Trento: sotto la guida del capitano Cena costituiscono da settantadue ore il principale centro di resistenza.
Rommel ha assistito di persona al fallimento dell'assalto, che avrebbe dovuto ricacciare le divisioni di Monty. Chiss se si  reso conto che non ha pi davanti il nemico cui si era abituato nei diciotto mesi di guerra nel deserto. Non solo gl'inglesi sono pi numerosi, ma sono anche meglio motivati, addestrati, equipaggiati. Rommel ha percepito l'intenzione di Montgomery di sfondare nei pressi della costa, non ha, invece, compreso che il rivale lo incita a usare i prediletti carri armati per mangiarglieli uno a uno. Ci malgrado il 26 - quando finalmente il XXI e il X corpo d'armata hanno di nuovo un comandante con il ritorno di Navarini dall'Italia e la promozione di Nebbia -  il giorno in cui niente  ancora deciso. Gl'inglesi hanno sfondato, senza avere per acquisito il controllo delle operazioni. Montgomery  pieno di dubbi e si appresta a modificare la strategia iniziale. Freyberg dir: Bench le sorti della battaglia mai fossero in bilico, attraversammo momenti critici. Sar pi sincero Leese nell'ammettere: Quel luned fummo a un pelo dal perdere il controllo della battaglia.
Con l'infallibile senno del poi dovremmo, tuttavia, osservare che tale rovesciamento per verificarsi avrebbe necessitato di un Rommel capace di rinunciare alle proprie convinzioni. Al contrario il feldmaresciallo conta di capovolgere le sorti con qualcuna delle mosse lampo, che l'hanno reso celebre. Purtroppo la situazione carri non lascia molti margini: Monty ne ha 800, lui 338 e di questi 201 sono le nostre scatole di sardine. Gli equipaggi sono prontissimi a correre verso la bella morte, tuttavia il loro sacrificio non  sufficiente a riequilibrare il conteggio. Monty ha gi 300 mezzi corazzati fuori uso, per pu affettare indifferenza pure dinanzi alle altre perdite: oltre semila uomini tra morti, feriti e dispersi, un terzo dei quali nella 51a Highland, contro i 3619 dell'Acit. Di questi 1955 sono italiani. La qual cosa dimostra che non scappavamo e non alzavamo in fretta le mani. Caso mai, fu il senso del dovere a prevalere su qualsiasi tornaconto personale. Caccia Dominioni racconta dei cinque anziani volontari della legione antiarea di stanza al campo del 4 stormo a Fuka: dopo quaranta mesi di permanenza era giunto il foglio di rimpatrio. In attesa della camionetta che li avrebbe condotti a Bengasi videro arrivare la squadriglia di bombardieri della Raf. Non ebbero dubbi nel correre verso l'antico posto di combattimento. Nessuno dei cinque sopravvisse e ci pare giusto ricordarli: il vicecaposquadra Balzacchi, le camicie nere Dal Ben, Barbieri, Torre, Vacca.

Nel tardo pomeriggio del 26 la 2a brigata sudafricana (generale Poole) e la 6a neozelandese (generale Gentry) vanno a ripulire la cresta di Miteiriya. Ci stanno aggrappati i resti del II/433 tedesco e gli esausti II e III/61. Sotto la guida dell'inesauribile Caimi presidiano dalle primissime ore dell'attacco britannico la linea della morte. Dopo un'iniziale resistenza, per evitare l'accerchiamento gli scarsi fanti della Trento sono costretti a sgombrare. Le due brigate guadagnano un chilometro. L'immediata risposta viene affidata al XII battaglione carri, al DLIV semoventi di Barone e a una manciata di panzer. Contro di essi muovono diversi squadroni di Grant e di Sherman. Gli M14 avanzano baldanzosi alla ricerca della distanza giusta per piazzare qualche granata nei cingoli dei bestioni: pochi la scamperanno. Al contrario i panzer e i semoventi con il cannone da 75 infliggono diversi danni a sudafricani e neozelandesi. Lo scontro dura un paio di ore, alla fine ciascuno mantiene la posizione di partenza. Tradotto in termini pratici significa che la linea di Rommel  ulteriormente arretrata.
Un poco pi a nord della cresta fallisce il tentativo della 1a divisione corazzata di superare lo sbarramento di Kidney Ridge. L'ha preceduto l'intenso fuoco di sbarramento delle artiglierie del X e del XXX corpo d'armata. Una delle due unit di punta smarrisce la strada e torna indietro; l'altra, il 2 Rifle Brigade, vaga per un po' di ore attorno all'obiettivo definito Snipe - nome entrato nella storia gloriosa dell'esercito di Sua Maest - prima di trincerarsi al riparo di grandi cespugli. Per due giorni questa formazione mista di 300 militari provenienti dai sobborghi di Londra costituir una fastidiosissima testa di ponte: i suoi sedici pezzi da 57 e i mortai da 75 centreranno una trentina di carri armati italiani e tedeschi e ne danneggeranno altri 20. Il 2 Rifle Brigade perder tutti i cannoni tranne uno, ma resister a pi di un assalto dei blindati e persino a due furiosi cannoneggiamenti amici: la 24a e la 2a brigata corazzata, accorse in suo aiuto, la scambieranno infatti per un battaglione germanico. All'alba del 28 compir un trionfale ritorno nelle basi di partenza. Per Montgomery il 2 Rifle Brigade diventer il prototipo delle unit dell'8a armata, Snipe la leggenda del deserto. Il suo irriducibile comandante, il tenente colonnello Victor Turner, addobbato solitamente con calzoni di velluto a coste e giacca di cuoio, sopravvissuto a una grave ferit, sar insignito con l'elitaria Victoria Cross.
In quelle ore Leese, il responsabile del XXX corpo d'armata, raduna nella piccola baracca di lamiera in riva al mare i generali delle sue divisioni, l'australiano Morshead, il neozelandese Freyberg, lo scozzese Wimberley, il sudafricano Pienaar, l'indiano Tuker. Alla luce di una lampada deve far digerire, ricorrendo solo alla persuasione, il fresco piano varato da Montgomery. L'offensiva  a un punto morto, la sola speranza di salvarla consiste nel mantenere l'iniziativa, cio nel proseguire la serie di attacchi ad alto costo di soldati. Proprio da Morshead in luglio sono piovuti diversi grattacapi e ora Leese dovr comunicargli che il peso della prossima manovra graver per intero sulle spalle della sua 9a divisione. Nonostante gli aussie abbiano le compagnie decimate, non pi di 50-60 uomini, dovranno attaccare all'estremo nord, verso la costa, e attirare quanti pi reparti avversari. Per innalzare il morale viene distribuita una doppia razione di whisky. A Monty servono un paio di giorni per ritirare, riorganizzare, rinsanguare la 1a e la 10a divisione e, in special modo, la 2a neozelandese assai provata dalle sofferenze patite per espugnare Miteiriya. Tutti i mezzi corazzati del X corpo pi la 9a brigata corazzata di Currie, in totale 40 mila soldati e 500 carri armati, saranno scagliati in direzione della pista dell'Ariete. In concomitanza con il nuovo assalto l'intero fronte sar rivoltato con un viavai di grandi unit, che alla fine riguarder 80 mila uomini. Entrano in linea la 1a divisione sudafricana e la 4a indiana, dal Sud vengono richiamati i veterani della 7a divisione corazzata, i celeberrimi topi del deserto. Monty stabilisce per l'alba del 28 il punto d'arrivo della gigantesca manovra.

Il riposizionamento dell'8a armata significa la sostanziale sospensione delle operazioni nel settore della Folgore. Tuttavia dinanzi agli avamposti si continua a morire. Nel tornare indietro gli ussari s'accaniscono contro i residui centri di fuoco, che da ore tengono duro. L'ultimo a capitolare  quello del tenente Mascarin della 11a, la compagnia pi martoriata. Le mitragliere di due carri armati lo tempestano di fuoco. Nelle interruzioni gl'inglesi chiedono la resa di quei disperati. Mascarin risponde duro in dialetto milanese. Quand' rimasto solo e ha finito le munizioni s'avventa con il pugnale contro un carro.  la sua ultima immagine: dall'osservatorio lo vedono sparire in mezzo ai cingoli.
Per quelli della Folgore il resto del 26 trascorre nel consolidare i ridotti, nel riparare le armi, nel far la cernita dei feriti da spedire indietro. Nei capisaldi del VI, ai piedi del Nagb Rala, hanno affinato un modo spiccio di valutare l'andamento della battaglia: la quantit di Me 110 visti transitare. Sono stati 3 il 24, 2 il 25, uno solo quel giorno. Un altro cattivo segnale Peroncini lo coglie scrutando dalla piazzola dei mortai in direzione del mare: la bella linea retta che contrassegnava le postazioni italiane  tutta uno zig zag e le parti concave sono molto pi numerose di quelle convesse. All'imbrunire viene distribuito il rancio caldo recapitato dagli autisti avventuratisi su piste ormai zeppe d'insidie. Insieme con il minestrone giungono fiaschi di Chianti conservati dentro cassette di legno. Dopo tanti sballottamenti la qualit del vino lascia alquanto a desiderare, ma per chi da giorni ingoia sabbia sembra un nettare. A guastare la bevuta ci si mettono gli 88: sparano a pi non posso per mascherare gli spostamenti dietro le linee. Il pensiero di molti corre ai preziosi fiaschi, qualcuno ci rimette la vita per portarli in salvo.
Sebbene all'oscuro delle nuove intenzioni del rivale, anche Rommel pensa a rinsaldare il fronte Nord. La straordinaria tenuta della Folgore lo induce a sguarnire la riserva meridionale. Cerca di raggruppare una forza mobile con cui rinverdire i fasti del passato. Dispone, perci, l'immediato trasferimento della 21a divisione corazzata, del IX battaglione carri M14 e del VI gruppo semoventi del tenente colonnello Giuseppe Pasqualini. Dalle retrovie fa affluire la divisione motorizzata, almeno sulla carta, Trieste: dovr sostituire a Sidi Abd el Rahman la 90a leggera spostata verso l'interno. Rommel ignora che la benzina tanto attesa non arriver. Nelle acque dirimpetto a Tobruk un aerosilurante Wellington ha colpito e affondato la Proserpina con il suo fondamentale carico di 5 mila tonnellate di carburante. E sempre alle viste del porto libico un altro Wellington ha silurato la Tegestea: portava viveri e 3 mila tonnellate di munizioni. Negli alti gradi del regime e dell'esercito nessuno sembra darsi eccessivo pensiero dell'ennesimo rovescio sul mare accusato in quello che dovrebbe essere il cortile di casa. Cavallero ottiene a fatica da Riccardi, il capo di stato maggiore della Marina, che venga fatta partire la Louisiana, una nave cisterna requisita ai francesi.
Apprendendo che la sua benzina  finita sul fondale di Tobruk, Rommel annota nel diario: ...si era visto anche a Roma che l'armata sarebbe stata distrutta, se i reparti mobili non fossero stati immediatamente riforniti di benzina. All'improvviso si voleva impiegare un gran numero di sommergibili, navi da guerra, aerei civili da trasporto e naviglio ausiliare. Se ci fosse avvenuto dopo la conquista di Tobruk, non ci saremmo trovati ancora davanti a El Alamein alla fine di ottobre.

10. Gli ultimi fuochi.

Attorno a Snipe, sempre tenuto dal 2 Rifle Brigade, si sviluppa una serie di attacchi e contrattacchi. Rommel  sempre convinto di poter ribaltare le sorti della battaglia, bench il divario fra i carri armati cominci a farsi pesante. Le due brigate corazzate in azione nella pietraia arroventata di Kidney Ridge, la 2a e la 24a, dispongono di 120 fra Grant e Sherman e di 80 Crusader: sono pi della totalit di carri dell'Asse. Per cui dover eliminare da terra Snipe, vista l'impossibilit di farlo dal cielo, si trasforma in uno stillicidio di perdite.
La conquista da parte di una compagnia inglese di Quota 34, una gobba di sabbia nello scenario apocalittico di el Wishka, rappresenta l'inizio di quello che agli occhi di Rommel dovrebbe essere il giorno della rivincita. Una formazione di Mark III e Mark IV, il XII battaglione della Littorio e i semoventi del DLIV sono incaricati della pulizia. L'ordine  di rettificare il fronte a ogni costo. Il gruppo del maggiore Barone ha ricevuto nella notte un insperato rifornimento di nafta, olio e acqua. Il piccolo miracolo l'ha realizzato il tenente Franco Barbetta bravo nel raccattare l'indispensabile fra le sussistenze di tappa. Come racconta Davide Beretta, uno strano orgoglio s'impadronisce degli artiglieri-carristi nella mattina gi infuocata dal sole. Dopo quattro giornate trascorse sulla difensiva, molti vivono alla stregua di una vittoria l'imminente attacco. Sono due ore di aspri combattimenti. Alle 9,34 del 27 Quota 34  ripresa, bruciano una decina di Sherman e Crusader, la batteria inglese  stata sbriciolata, le altre compagnie della Rifle Brigade si sono ritirate, ma la gioia del successo  guastata dall'irruzione dei B24, i mastodontici Liberator, che infliggono pesanti perdite ai panzer e agli M14.
Fallisce per di pi il primo dei numerosi assalti a Snipe. La manovra avvolgente da nord e da sud, guidata da colonnello Teege, non d esiti per la straordinaria precisione degli artiglieri inglesi. Il composito reparto di Turner costituisce una spina assai fastidiosa nello schieramento di Rommel e al termine delle due giornate di scontri avr inciso notevolmente nella sconfitta del feldmaresciallo.
L'azione pi imponente viene varata nel primo pomeriggio. Muovono due colonne: quella settentrionale (LI carri e XXIII bersaglieri della Littorio, 155 reggimento della 90a divisione leggera) verso Quota 28 tenuta dagli australiani; quella meridionale (XII carri e DLIV semoventi della Littorio, IX carri e VI semoventi dell'Ariete, I/5 panzer e I/104 della 21a divisione corazzata e il II/8 panzer della 15a) verso Kidney Ridge con l'intenzione di avvolgerlo da nord e da sud. Ognuno dei due bracci della colonna meridionale conta su una quarantina di carri armati. Rommel confida parecchio sull'apporto della 21a di von Randow, appena arrivata dal settore meridionale. La Panzerdivision non  stata coinvolta nei violenti assalti fronteggiati dalla Folgore. La sua forza  intatta e su di essa punta il comandante in capo dell'armata per ristabilire ovunque la linea di resistenza. Rommel, per, ignora che attraverso il radiogoniometro i posti di ascolto dell'8a armata hanno gi individuato il comando di von Randow e hanno seguito i suoi reparti negli spostamenti. Insomma Morshead e soprattutto gli ufficiali dei mezzi corazzati sono stati avvisati dell'arrivo dei Mark III e dei Mark IV.
Prima che la colonna Nord giunga alle viste di Kidney Ridge, i Macchi, i Me 109 e gli Stuka accorsi a sorreggerla sono attaccati da 40 fra Hurricane e Kittihawk. Le squadriglie italo-tedesche vengono scompaginate. Le perdite sono limitate, 5 apparecchi, ma gli altri preferiscono tornare indietro. La formazione di von Randow si ritrova, quindi, in balia di 90 bombardieri alleati, che a guisa di falchi le si abbattono sopra. Contro gli ordigni pioventi dall'alto non esiste difesa. Andati via gli aerei, l'artiglieria britannica con i suoi obici da lunga gittata inchioda uomini e blindati, impedisce che giungano a distanza utile per aprire il fuoco. Panzer e M14 bruciano peggio che se fossero vittime sacrificali. I semoventi di Barone provano a spezzare la morsa, colpiscono diversi Crusader, per nella foga di avvicinarsi ai bersagli si espongono fin troppo. La seconda batteria del capitano Stefano Boglione  quasi sterminata, la prima del capitano Beretta piange il sottotenente Antonio Breda. Anche attorno a Quota 28 la situazione peggiora in poco tempo: il fuoco di sbarramento respinge carristi e bersaglieri della Littorio; il 155 germanico ripiega senza aver nemmeno stabilito il contatto con le brigate di Morshead.
Pure la marcia di avvicinamento della colonna Sud a Kidney Ridge s'interrompe. Viene sorpresa dal violento cannoneggiamento proveniente da Snipe. L'avamposto di Turner  stato sottovalutato, viceversa il tiro dei suoi pezzi controcarro unito a quello delle postazioni fisse sul costone di Kidney, dove i carri sono stati interrati, serve a immobilizzare i reparti provenienti da sinistra e a respingere quelli provenienti da destra.  l'epopea e la consacrazione del pezzo controcarro britannico da 57 millimetri. Proprio dirimpetto all'obiettivo di Kidney Ridge causa la fulminea perdita di cinque carri armati dell'Asse e induce a un veloce ripiegamento il resto dello squadrone. Dal quartier generale inglese vedono le colonne di fumo nero levantisi verso l'alto e deducono che si tratta dei blindati nemici. Per Rommel il conto  amarissimo: cinquanta mezzi corazzati fuori uso e altrettanti danneggiati. Probabilmente  il momento in cui percepisce che El Alamein non aggiunger un'altra perla alla sua collana di trionfi. Nel diario scrive di un inimmaginabile fardello che gli pesa sulle spalle, a von Thoma raccomanda l'assoluta necessit di mantenere tutte le posizioni e d'impedire al nemico penetrazioni in profondit.

Sul Ruweisat ci provano gl'indiani della 7a brigata, ma vengono respinti dalla 5a compagnia della Bologna e dai 47/32 dei granatieri di Vigan appoggiati dai cannoni del 205. Nelle vicinanze della martoriata Quota 28 s'immolano i bersaglieri dell'XI e i resti del II battaglione della 164a. Nella micidiale tensione della battaglia, in quel continuo giocare a rimpiattino con la morte gli australiani della 26a brigata di Whitehead sparano su qualunque cosa si muova, anche su chi stremato alza le braccia. Non sono soltanto gli effetti dell'alcol distribuito in grande quantit,  pure la natura dei rincalzi, che sono stati fatti affluire in gran numero dalle patrie galere. E se continuavano a sussistere posti vacanti si sono dimessi i feriti dagli ospedali della Palestina. I reggimenti di Whitehead hanno pur essi i ranghi spolpati, tuttavia non esiste alcuna proporzione numerica con chi sta dirimpetto. La 7a compagnia dell'XI conta 44 effettivi. Il capitano triestino Ezio Fortunato Malis stabilisce di non arrendersi: i bersaglieri lo seguono convinti al di l di ogni ideologia. Non ci sono sopravvissuti. Ammirati di simile abnegazione gli stessi australiani seppelliscono i cadaveri e piantano le quaranta croci, quasi tutte con nome e cognome, tranne quella di Malis, la quale, finch non sar identificata da Caccia Dominioni, porter l'indicazione capitano ignoto. Soccombono pure il maggiore Wendel, comandante del II battaglione, che dalla sera del 23 ottobre combatte a fianco degli italiani, e il maggiore Nobel, il comandante del 125 accorso in aiuto.
Non demordono gli artiglieri della Trento, a rischio ogni ora di essere sormontati dalla marea avanzante. I quattro gruppi del colonnello Randi esauriscono le scorte. I cannoni da 100/17 di Cena sono ridotti quasi al silenzio, i giovanissimi tenenti responsabili delle batterie spirano sui pezzi; in gravi difficolt versano anche quelle di Oggeri, di Casini, di Bortolani. Spesso le code dei cannoni sono state interrate per conferire la portata massima ai colpi, adesso occorre tirarle fuori per l'alzo zero:  una sfida ulteriore con le mitragliatrici inglesi che spazzano il terreno antistante. Niente ormai pu ostacolare la lenta, inarrestabile progressione dei carri armati. Se la passano perfino peggio il 61 e il 62 ridotti a sparuti gruppetti raccoltisi attorno al capitano Ruggiero e al maggiore Beia.  caduto il maggiore Perotti, cinquantenne reduce del Carso,  caduto il capitano Caimi. Logorati dall'impiego prolungato s'inceppano la mitragliatrice e il fucilone anticarro Solothurn, allora non resta che la disperazione, il gesto estremo con le bombe a mano, con la bottiglia molotov, con la mina serrata fra le dita.

Nel settore della Folgore, davanti a Deir el Munassib, le truppe golliste e un battaglione del Queen's Royal Regiment saggiano la saldezza della 10a, uscita indenne dai furiosi attacchi del 25. La risposta della compagnia  furibonda, le scarne batterie della Celere, della Trieste, della Pavia mandate a condividere la sorte dei paracadutisti concentrano il tiro: i corpi che si accumulano dinanzi ai capisaldi inducono gli attaccanti a volgere le spalle. Simoni guida un contrassalto che imprime il suggello della Folgore a questo che sar l'ultimo tentativo britannico di scalfire l'invincibile linea dei par. Il venticinquenne capitano proveniente dalla cavalleria irride con il proprio coraggio ogni forma di prudenza e incontra la morte. Anche nel suo caso la medaglia d'oro  pi che giustificata, ma nella motivazione ritengono che serva scrivere che Simoni si  sacrificato affrontando con le molotov inesistenti carri armati. I quali, al contrario, si presentano a Qaret el Himeimat e sono messi in fuga dai mortai e dai pezzi da 100/17 del 26 Pavia.
Quelli che nei diari dei reparti britannici sono segnati come esaltanti successi consentono a Montgomery di predisporre i ritocchi finali al piano stabilito ventiquattr'ore prima. La 1a divisione corazzata, che ha respinto tutti i tentativi tedeschi, va in riserva assieme alla 2a neozelandese. Bisogna anche tirar fuori gli esausti combattenti di Snipe. Il compito spetta alla 133a brigata della 10a divisione corazzata. L'oscurit, i troppi reparti in movimento nel deserto contribuiscono a far smarrire il percorso ai tre reggimenti del generale Lee. Il 5 Royal Sussex non raggiunge Snipe e obbliga la sfinita truppa di Turner a sganciarsi da sola; il 2 non riesce a oltrepassare Kidney; il 4, dopo aver scambiato un po' di fucilate con i commilitoni scozzesi,  costretto da una compagnia germanica a retrocedere.
Alle 10 del 28 l'attacco combinato del I battaglione panzer di von Vaerst, di un pugno di M14 del XII Littorio e dei sei semoventi superstiti del DLIV, con l'appoggio di due compagnie del 104, fa a pezzi un battaglione del Royal Sussex: 50 morti, 342 prigionieri. Soltanto in 50 riguadagnano le posizioni della 2a brigata. Poco dopo la stessa unit dell'Acit sventa una ricognizione dei Dragoni dello Yorkshire. Sono piccoli imprevisti non in grado d'intralciare gli aggiustamenti dell'8a armata.
Per proteggere il dispiegamento della 9a divisione di Morshead verso la costa l'aviazione attacca fino a pomeriggio inoltrato le posizioni italo-tedesche. Anche l'artiglieria da campagna di Montgomery si sbizzarrisce contro i bersagli segnalati dalla ricognizione. Incontra una scarsa replica: il munizionamento dei cannoni  stato contingentato. Uno spezzone ammazza il maggiore Francesco Vagliasindi, un nobile siciliano che ha sostituito Macchiato alla guida dei cannoncini della Folgore. Vagliasindi  l'ultimo dei 23 ufficiali della divisione periti negli scontri. Assieme a essi 350 sottufficiali, graduati e par. I feriti ammontano a 226, di questi 16 sono ufficiali. Dei 12 comandanti di battaglione e di gruppi di artiglieria, solo 2 stanno ancora al proprio posto: 8 sono spirati, 2 risultano gravemente feriti. Le perdite del nemico sono pi o meno equivalenti (600 morti e 197 prigionieri), il dato impressionante riguarda i carri armati colpiti: 69.

Al tramonto 224 cannoni di grosso calibro e 48 di medio martellano gli avamposti della 164a divisione a settentrione per aprire la strada alle unit di Morshead e ai due battaglioni del Royal Tank. La 20a brigata di Windeyer avanza con i cappellacci alla boera sotto il fuoco dell'artiglieria italiana, che ha aspettato d'inquadrarla nel mirino prima di mettere mano alle poche granate disponibili. Ma dall'alto i bombardieri di Coningham proteggono gli australiani usando razzi con il paracadute per sommergere di ordigni le postazioni avversarie. L'obiettivo dell'incursione  la localit segnata sulle carte come piantagione di fichi. La difendono i superstiti del II/125. Malgrado il violento fuoco di sbarramento, la furia aussie non si ferma. Le perdite sono notevoli da ambo i lati. Il battaglione germanico  pressocch distrutto, intervengono anche i bersaglieri dell'XI, numericamente paragonabili a un plotone.  il congedo di lacrime e sangue da El Alamein. Al termine di un'ora sanguinosissima si arrendono in 40.
Intorno a mezzanotte la piantagione di fichi  nelle mani degli uomini di Windeyer, bench pure le perdite della 20a brigata siano state elevate. Adesso si pu muovere anche la 26a di Whitehead, incaricata di espugnare il caposaldo definito Thompson. Per far prima i fanti si arrampicano sui Valentine del 46. Carri armati e Bren Carrier procedono con eccessiva spavalderia: finiscono dentro un campo minato. Nelle memorie di un granatiere del I/125 di guardia a Thompson si legge: Scoppiarono in rapida successione le mine: crearono un boato tale da intimorire anche noi che stavamo al coperto. Impiegammo forse un minuto per riprenderci e sparare contro quei poveracci costretti ad assaggiare un anticipo dell'inferno... In pochi minuti la brigata ha circa 300 morti, la gran parte dei Valentine  saltata per aria.
Poco prima delle 5 del 29 Morshead sospende le operazioni: alla 34a brigata viene detto di non muoversi dalle basi di partenza. Montgomery s'indispettisce non poco: la sua speranza di spezzare il fronte e d'irrompere sulla costa  stata vanificata. Per ridurne il malumore, gli australiani cercano di liberare i dintorni di Quota 28. I bersaglieri del XXIII arretrano per evitare l'insaccamento; i rimasugli del II/125 vengono salvati dai reparti della 90a divisione ormai pronti al nuovo impiego. Approfittando dello spostamento del IV battaglione carri della Littorio, l'onda aussie si allunga fino a Quota 33 tenuta dalle batterie da 88/56 del tenente colonnello Giorgiol, XXIX gruppo. Per rioccuparla muovono i carristi di Campini e i semoventi del DLVI, la 1a batteria del capitano Sciortino. Gli M14 avanzano quasi di soppiatto nelle ore del buio. Sfruttano perfino un bombardamento nemico per nascondere il rombo dei motori. La sorpresa riesce in pieno: 350 australiani si arrendono mezzo ubriachi, vengono ripresi i pezzi e liberati gran parte degli artiglieri di Giorgiol.

Nella mattinata si presentano dentro l'autocarro-ufficio di Monty tre ospiti illustri: Alexander, il suo capo di stato maggiore, McCreery, e il ministro Casey. Davanti ai tre che gerarchicamente gli sono superiori, Montgomery conferma l'intenzione di sferrare il colpo risolutivo pi a nord possibile, pur essendo cosciente che sarebbero aumentati i rischi d'incappare in reparti tedeschi riposati e ben protetti da campi minati intatti. Tuttavia la fiducia irradiata da Montgomery  contagiosa: nelle sue parole risuona la determinazione di chi non si lascer scappare l'occasione della vita. Alexander gli tiene botta: le difficolt incontrate da Morshead, la conseguente impossibilit della 2a divisione neozelandese di entrare in azione diventano nel suo giudizio un risultato quasi soddisfacente. Montgomery ribadisce l'antica previsione dei dieci giorni di zuffa necessari per ottenere una vittoria completa: d, cio, per scontato che il piano, ormai noto come Supercharge, scompaginer definitivamente le difese di Rommel. Ma de Guingand in un colloquio a quattr'occhi con McCreery si rende conto che il progetto di sfidare l'armata italo-tedesca vicino al mare suscita perplessit financo nell'entourage di Alexander.
De Guingand ha gi invitato Montgomery a spostare il baricentro di Supercharge un po' pi in gi. Le riserve avanzate da McCreery, un esperto comandante di carri armati, lo stimolano a forzare la mano. Si reca dal capo dell'Ufficio Informazioni, Bill Williams, per conoscere gli ultimi dispacci. Apprende che la 90a divisione di von Sponeck ha completato lo schieramento e che dunque non esistono pi riserve nei pressi di Tell el Aqqaqir. Per proteggere al meglio i centri logistici principali e le vie di comunicazione Rommel ha sguarnito la zona fra Quota 28 e Quota 33. De Guingand trascina Williams da Monty, intima di ripetere quanto gli ha appena rivelato. Con una postilla velenosa per ci che ci riguarda: essendo quella fra le due quote una zona di congiungimento ci sono pi italiani che tedeschi. In pochi minuti Monty cambia il disegno tattico: lo sforzo maggiore verr effettuato nei quattro chilometri scarsi a monte e a valle di Tell el Aqqaqir, dove scorre la pista che sbocca a Sidi Abd el Rahman. Williams  perfino scombussolato dall'importanza attribuita alle sue informazioni. Il maresciallo ha per imparato ad apprezzarlo fin dalla vigilia dell'offensiva, allorch gli ha rivelato l'esatta disposizione delle divisioni germaniche dal mare alla depressione di el Qattara.
Fin dalle prime ore dell'offensiva Montgomery e la ristretta cerchia di comando hanno sempre avuto un quadro esatto della situazione. Da questo  derivata la possibilit d'intervenire con celerit a ogni intoppo. La qual cosa non  accaduta nell'altra stanza dei bottoni. Le notizie in possesso prima di von Thoma e poi di Rommel si sono rivelate sempre frammentarie, spesso in ritardo rispetto agli esiti del campo. Non parliamo, poi, dei nostri generali, tenuti all'oscuro, snobbati, obbligati a scoprire sulla pelle dei propri soldati le novit del fronte.

Rommel oscilla fra pessimismo e ottimismo, bench i combattimenti del giorno innanzi l'abbiano scosso. La lettera inviata alla moglie ce ne offre uno squarcio: La battaglia infuria e probabilmente sfonderemo a onta di tutte le gravi difficolt. Potrebbe anche darsi che naufragheremo, nel qual caso tutto il corso della guerra ne verrebbe sfavorevolmente influenzato poich tutto il Nord Africa cadrebbe in mano degli inglesi. Ci potrebbe avvenire nel corso di pochi giorni e pressoch senza battaglia. Noi facciamo tutto quanto  umanamente possibile per vincere. Purtroppo la superiorit del nemico  enorme. Che la cosa ci riesca, che io vinca o meno, la battaglia  nelle mani di Dio. La vita  dura per uno sconfitto, io guardo dritto innanzi verso il mio destino poich la mia coscienza  tranquilla. Quanto era umanamente possibile fare, io l'ho fatto e non mi sono risparmiato personalmente. Dovessi rimanere sul campo di battaglia, desidero rendere grazie a te e al ragazzo per tutto l'amore e la tenerezza che avete voluto donarmi nella mia vita.
Purtroppo le cattive notizie si accavallano. Rommel apprende che gli aerosiluranti inglesi hanno affondato all'altezza di Navarino anche la cisterna Louisiana con il suo fondamentale carico di carburante. Scrive nelle memorie: Ora eravamo definitivamente a piedi. Per la prima volta durante la campagna d'Africa io non sapevo che cosa fare. La benzina e la nafta sono agli sgoccioli. Le divisioni tedesche ne hanno in media per 150 chilometri. Quelle italiane sono nelle stesse condizioni: l'Ariete per 200 chilometri; la Littorio per 160 chilometri; la Trieste per 70 chilometri. Scarseggiano pure acqua, viveri e munizioni. Rommel spiega ai collaboratori diretti che bisogna mollare El Alamein e attestarsi a Fuka. Ma come trasportarvi tutti i soldati dispiegati lungo i sessanta chilometri di fronte? E anche reperendo la nafta necessaria, dove trovare i veicoli per salvare le appiedate formazioni italiane del settore meridionale?
Il feldmaresciallo chiede dunque un colloquio urgente a Cavallero; al pomeriggio gli si presenta, invece, Barbasetti Prun, contro il quale scatena il proprio malumore. Rommel  furibondo soprattutto con gli alti gradi del comando supremo, li considera responsabili dell'inefficiente protezione dei convogli marittimi. Lamenta i mesi sprecati, da agosto, per dare alla sua armata l'autonomia indispensabile, che nelle sue cifre significa otto giorni di munizioni e trenta di carburante. Predice la distruzione dell'Acit, se non giungeranno in tempi brevissimi munizioni, benzina e uomini (5-6 mila tedeschi subito, 30 mila in seguito). Rommel sa benissimo che quanto pretende  impossibile da ottenere. Per impressionare, allora, l'interlocutore rivela il catastrofico rapporto fra i carri armati: a Montgomery, nonostante i 300 distrutti, ne rimangono 1500; a lui, viceversa, ne avanzano 70, nonostante siano stati rimessi in linea 46 panzer riparati alla bell'e meglio. Poi ci sarebbero 160 M14, ma per muoversi - spiega Rommel all'impassibile Barbasetti Prun - le scatole di sardine necessitano di una forte copertura d'artiglieria: chi ce la fornisce?
Barbasetti Prun non ribatte. Si limita a prendere diligentemente nota dei rimbrotti del maresciallo. Rommel  incalzante: siamo anche senza difese contro la straripante supremazia dell'aeronautica britannica. Insiste affinch il duce sia messo al corrente: in fondo, dice con una punta di sarcasmo,  il comandante supremo di quest'armata... La conclusione di Rommel  per sconcertante: considerato che non pu tentare con i panzer una delle geniali manovre che ne hanno costruito il mito, ritiene obbligatorio battagliare a El Alamein fino all'ultimo soldato.
 esattamente il contrario di quanto prefigurato poche ore prima. Nella mente dello stratega famoso per la fulmineit delle scelte, premessa quasi obbligatoria di ogni blitzkrieg, comincia l'angosciante dilemma: restare condannando a morte l'armata o convincere Hitler a consentire lo sganciamento con la consapevolezza che gran parte delle truppe sar comunque sacrificata? In ogni caso per rispondere a tale dubbio verr perso tempo prezioso.
Il colloquio fra Rommel e Barbasetti Prun si esaurisce con una sostanziale incomprensione. Rommel non crede all'elenco di arrivi dei rifornimenti allungato da Barbasetti Prun. Replica allo stesso modo di ogni mercante levantino da Tripoli al Canale: quando nei porti libici vedr la benzina, i proiettili, i carri armati mi regoler di conseguenza. Barbasetti Prun non sembra afferrare in pieno la criticit della situazione. E dire che da responsabile della Delease dovrebbe possedere le informazioni basilari. Nel rapporto inviato a Mussolini e Cavallero d conto dei progressi inglesi, dell'apparente inesauribilit delle loro riserve, della superiorit aerea, delle deficienze di organico dell'Asse, tuttavia considera la logistica italiana abbastanza buona, sostiene che Rommel va accontentato per spingerlo a dare il meglio. Barbasetti Prun, insomma, si comporta come se quella in corso fosse una delle tante schermaglie e non la battaglia decisiva del deserto.
Allorch i magazzini della nostra intendenza verranno abbandonati al nemico si scoprir che, a eccezione di carburante e munizioni, le provviste abbondavano. Gli utensili, il vestiario, il cibo negato per mesi alle truppe di prima linea diventeranno un gradito regalo agli uomini di Montgomery. L'incuria registrata in Africa si ripeter fra un paio di mesi anche in Unione Sovietica: per menefreghismo, per eccesso di burocrazia, per venderlo al mercato nero non viene fornito ai soldati quanto spetterebbe e che  solo in attesa di essere distribuito. Ovviamente nessuno pagher per una simile inadempienza. Come nessuno pagher per le pagnotte ammuffite che giungono in prima linea e ogni volta si selezionano le meno avariate per i ragazzi degli avamposti; per il vino che non sa pi nemmeno di aceto, ma ha assunto il sapore dei troppi recipienti che l'hanno ospitato; per il mancato recapito della posta, la cui ultima distribuzione risale al 17 ottobre. Eppure quei gruppetti di bersaglieri, di carristi, di genieri, di paracadutisti che non hanno mollato, malgrado sia sufficiente alzare gli occhi verso il cielo, non scorgere gli apparecchi amici e intendere che le speranze sono definitivamente cancellate, non si lamentano per la carne rancida che ricevono, quando la ricevono. Si lamentano per esser considerati l'unica carne fresca del fronte a differenza dei generali, degli ufficiali superiori, degli opportunisti, dei raccomandati al sicuro nelle basi logistiche assai distanti dal pericolo e confortati da tre pasti decenti al d. A un ufficio della Wehrmacht con tre ufficiali e cinque collaboratori ne corrispondono dieci del Regio Esercito con quattro generali, undici colonnelli, cinquanta ufficiali e duecento collaboratori. Alla faccia delle necessit dei reparti in prima linea allorch bisogna ricorrere a scritturali, cucinieri e feriti leggeri per dare la consistenza di un plotone a un battaglione.

Accompagnato dal colonnello Westphal, il capo di stato maggiore, Rommel va a ispezionare il costone di Fuka, assai vicino alla base di Marsa Matruh. Nei pressi della localit si  sviluppato durante la notte uno scontro a fuoco dai contorni ancor oggi misteriosi. Le artiglierie costiere hanno sparato contro navi in lontananza. Macchi e Me 109 si sono levati in volo, hanno anch'essi sgranato qualche raffica nel buio. La versione italo-tedesca parla di tentativi di sbarchi respinti. Quella inglese sorvola.

Terza battaglia (23 ottobre-4 novembre 1942):
operazioni preliminari britanniche per l'azione nel settore costiero
(28-29 ottobre)

Rommel ottiene dalla visita le conferme che attendeva: la forte pendenza rende il costone intransitabile ai blindati. Qui, in caso di ripiegamento, sarebbe possibile bloccare le avanguardie dell'8a armata per dare tempo ai reparti non motorizzati dell'Asse di raggiungere la linea di sicurezza. In tale prospettiva Rommel chiede al comando supremo italiano la cessione di 1500 automezzi e del relativo carburante per farvi salire i soldati della Bologna, della Pavia, della Brescia, i paracadutisti della Folgore e di Ramcke. Ma Mussolini e Cavallero da quest'orecchio non ci sentono. Temono che una volta lasciata El Alamein, il maresciallo possa decidere di abbandonare l'Egitto, di riparare dietro il ciglione di Sollum. E loro, viceversa, inseguono ancora folli sogni di gloria. Persiste il netto rifiuto di prendere atto della realt e d'altronde il comportamento di Barbasetti Prun ha offerto uno sprazzo illuminante. La mancata percezione della gravit della crisi si  fatta patologica. Una simile cecit  gi incomprensibile a Roma, figurarsi nelle retrovie africane, per quanto lontane dal fronte esse siano.
Inutilmente il colonnello Mancinelli, ufficiale di collegamento con i tedeschi, preme su Barbasetti Prun affinch sia raccolta una certa quantit di veicoli da poter eventualmente impiegare nel settore meridionale. La risposta di quest'ennesimo generale italiano che niente ha compreso  di aspettare l'evolversi degli eventi: in caso di concreta necessit si provveder. Chiss che cosa significa, nel giudizio di Barbasetti Prun, la concreta necessit. Quando la disfatta si sveler nella sua crudezza verranno recuperati 150 autocarri, una bazzecola in confronto alle esigenze, e nessuno di essi raggiunger i ragazzi della generazione sfortunata.

L'improvviso blocco delle operazioni da parte delle divisioni britanniche consente a uno stupito Rommel - perch non attaccano? - di modificare l'assetto difensivo. In pratica concentra a nord le unit germaniche, a eccezione della brigata Ramcke, sicuro che qui Montgomery sferrer il colpo. La 90a di von Sponeck rafforza il saliente costiero oggetto dei recenti assalti australiani: viene attestata nei pressi della piccola casa di preghiera di Sidi Abd el Rahman, all'incrocio fra la pista e la strada, dove si trovano le officine dei carri. La 21a corazzata di von Randow  spostata in secondo scaglione tra la ferrovia e Gibril Khamis. Il riposizionamento della 21a  dettato da due esigenze: avere sottomano una forza ancora efficiente per l'eventuale contrattacco; tenere i panzer a distanza di sicurezza in caso d'irrimediabile cedimento della prima linea. Rommel cerca di sfruttare la pausa nei combattimenti per rafforzare i capisaldi. Ma l'impossibilit di muovere i carri armati lo rende pessimista. La sera del 29 invia un'altra lettera alla moglie: La situazione  sempre molto seria. Quando riceverai questa lettera il nostro destino sar gi segnato. Ci restano solo poche speranze. Trascorro le notti insonni, poich il peso delle responsabilit m'impedisce di dormire. Sono mortalmente stanco.
Spedisce messaggi anche a Berlino e a Roma. Insiste sulla necessit di una tattica mobile, che consiste nella libert di arretrare fino a Fuka. In caso contrario prevede un logoramento tale da condurre alla distruzione completa dell'armata. Roma risponde con un telegramma che d come probabile la nomina di Umberto di Savoia, appena promosso maresciallo, a comandante in capo delle truppe italo-tedesche nel Mediterraneo.
A sud l'improvviso silenzio delle armi  sfruttato per ricordarsi che  esistita un'altra vita, per stabilire a chi tocca l'ingrato compito di scrivere alla mamma dell'amico che non c' pi. Nelle postazioni del VII arriva padre Lino Basso per celebrare messa. Alle 10 si presentano due ufficiali inglesi proponendo tre ore di tregua, dalle 11 alle 14, per raccogliere i tanti cadaveri accumulatisi davanti ai capisaldi della Folgore. Cos succede che par, cappellani cattolici e protestanti, fucilieri britannici si mescolino per assolvere il pietoso compito. Si lotta contro nugoli di mosche e con una commozione crescente nel riconoscere i volti disfatti di tanti commilitoni, che spesso sono anche pezzi di cuore. Battista Trovero rinviene nella buca, dov'era stato riposto dopo le ferite, l'amico di sempre Dario Pirlone. Quella buca si trasforma nella tomba del sergente maggiore. Sopra i sacchetti di sabbia e sassi viene piantato un mitra divelto a canna in gi con l'elmetto di Dario sopra il calcio.
Con il trascorrere delle ore si allentano i rigidi criteri delle sepolture: ognuno seppellisce i corpi rinvenuti senza badare alla nazionalit. Conclusa la triste incombenza gli inglesi dividono con i paracadutisti whisky e sigarette. Ci si abbandona alle confidenze, si scopre che la notte con il suo carico di pericoli e di morte fa paura sia di qua, sia di l. Quando giunge il momento di separarsi, scatta una promessa reciproca: evitare nei limiti del possibile di spararsi addosso.

Tra lacrime e nostalgie quanti italiani nei cinquantotto chilometri di fronte rammentano che il 28 ottobre  anche il ventennale della marcia su Roma? Molti hanno ascoltato i propri padri magnificarne la portata, ma per i ragazzi della generazione sfortunata abbarbicati alle postazioni l'unica conseguenza di quella presunta impresa  di esser diventati dei sicuri morituri.

11. Il destino incombe.

Il 30 ottobre  annunciato da nuvole basse. Gli aerei inglesi non si alzano in volo. Dopo sei giorni di combattimenti ininterrotti,  stata la prima notte di quiete. La calma che precede la tempesta, annoter Rommel nel diario. I due eserciti sono infatti impegnati a completare il proprio schieramento. Monty ha definito con Leese e Morshead l'incursione della 26a brigata dalle parti del mare. Dovr bloccare la 90a divisione e persuadere il nemico che gli appostamenti a cavallo della ferrovia sono a rischio: se poi ai collaudati uomini di Whitehead riuscisse di eliminarli, meglio ancora. Ci sar pi tempo per preparare la zampata decisiva vicino al corridoio settentrionale gi adoperato il 23 ottobre.
Rommel  concentrato sulle posizioni difese dal 125 o, meglio, da ci che ne avanza e dalle batterie italiane da 77/28 del 355 gruppo. Ha orientato verso la strada costiera anche la 21a divisione con il compito d'intervenire per eliminare eventuali infiltrazioni. I rilevamenti dei nostri ricognitori sull'intenso movimento di unit e di veicoli nel settore settentrionale confermano al feldmaresciallo che il grande attacco  in preparazione. L'insufficienza del carburante diventa un assillo angosciante: con le scorte quasi esaurite, i panzer come faranno a contrattaccare? La benzina fatica a giungere pure per via aerea da Creta a seguito del violento bombardamento della Raf sull'isola il 27 ottobre. Alla logistica italiana viene richiesto l'immediato invio di cariche cave adesive da utilizzare contro i carri armati. Con il freddo linguaggio della burocrazia il gesto straordinario e disperato con cui par e bersaglieri hanno cercato di fermare il progredire degli Sherman, dei Grant, dei Valentine diventa una direttiva in vista dell'imminente attacco. Tuttavia le vere intenzioni di Montgomery stavolta non sono state percepite da un Rommel angustiato dal mancato arrivo degli approvvigionamenti e macerato dal dubbio che attestarsi sulla linea di El Alamein costituisca un errore non perdonabile dalla Storia.
Nella notte dalla luna tardiva l'artiglieria dell'8a armata avvia alle 22 un terrificante bombardamento. La risposta dell'Asse  affidata ai cannoni del 155. Dall'osservatorio di Quota 25 gli ufficiali germanici guidano il tiro, lo indirizzano verso lo stretto dosso da cui dovranno uscire i plotoni australiani. Il terreno  inzeppato di mine: esplodono assieme alle granate degli obici creando uno sbarramento che atterrisce quanti devono avanzare. Eppure il II/32 battaglione trasportato dai Bren Carrier s'inoltra nel buio, travolge l'esigua barriera dei granatieri, spazza via gli artiglieri del 155. Gl'italiani si battono bravamente, in molti cadono sui pezzi, sparuti gruppetti riescono a individuare una via di fuga. Missione compiuta per gli australiani: paradossalmente, per, la velocit dello sfondamento ha impedito di eliminare tutti i centri di fuoco, come l'ormai celeberrimo posto Thompson.
Quando muovono gli altri due battaglioni, II/24 e II/48, incaricati di ripulire il terreno fra la costa e le rotaie divelte e contorte della ferrovia, incontrano la feroce resistenza del 361 di von Sponeck. Sino alle 4 del mattino divampa una lotta accanita. L'imperversare delle artiglierie della Trento e dei due gruppi da 105 del 190 disperdono gli uomini di Morshead. Anche l'incursione del II/3 non sortisce effetto: i bersaglieri del X obbligano gli attaccanti a trincerarsi ben prima del mare. Tuttavia il 125 Panzergrenadier ha avuto perdite rilevanti, compresi 500 prigionieri.  completamente accerchiato, eccetto una lingua di terra che lo collega al resto della 164a divisione. Al sorgere del sole gli australiani sono riusciti a incunearsi dalla piantagione di fichi e da Quota 29 fino ai margini di una delle tante paludi salmastre caratterizzanti la zona. Il guadagno territoriale  comunque minimo: per consolidarlo portano avanti, incuranti dei caduti, i pezzi anticarro della 289a batteria rhodesiana. Assieme ai grossi calibri dell'artiglieria da campagna dovranno fronteggiare la reazione del nemico. Monty, almeno, se l'augura proprio.
E Rommel non lo delude. Il feldmaresciallo ha dislocato il comando tattico nelle vicinanze della casa di preghiera di Sidi Abd el Rahman. Qui alle 10 del 31 convoca von Thoma e il fidato capo di stato maggiore, il colonnello Bayerlein, rientrato due giorni prima dall'Europa. A von Thoma viene detto di cancellare il fastidioso saliente creato nelle ore precedenti. I fucilieri della 90a premono lungo la rotabile lo sbarramento australiano, mentre 20 panzer della 21a, accompagnati dagli 88 e da cannoni da campagna, risalgono la scarpata della ferrovia per sorprendere il nemico alle spalle. Von Sponeck vorrebbe impiegare la divisione al completo, Rommel non gli accorda il permesso:  convinto che sia sufficiente impegnare la fanteria di Monty per dar tempo ai carri di svolgere il lavoro. Ma la formazione corazzata di von Randow  subissata dal fuoco dei cannoni rhodesiani e dei bombardieri della Raf subito accorsi.
Servono un paio d'ore per riorganizzare l'unit e riprendere la manovra. Stavolta la strada  sbarrata da 37 Valentine del 40. I carristi provengono in gran parte da Liverpool, sono guidati dal maggiore Finigan e hanno trascorso le ore precedenti a scansare le mine sulle quali sono saltati diversi componenti della squadra sminatori che li precedeva. Superata la linea ferrata, a nord del posto Thompson, il reggimento entra in contatto, all'altezza della Quota 33, con la solita formazione mista di semoventi del DLIV, di M14 della Littorio (XII battaglione del capitano Preve e LI del maggiore Guiscardi), di una decina di Mark IV della 15a divisione. Sotto un sole che gi di per s appare un castigo divino avvampa una battaglia che durer fino al tramonto. I cani da caccia alla volpe di Monty - questo l'appellativo del 40 - non cedono il passo. Dall'altra parte si battono al meglio gli artiglieri-carristi del maggiore Beretta. Sparano anche i grossi calibri dell'artiglieria britannica oltre ai micidiali 88 e a 55 Priest. I centri di fuoco italiani vengono spenti uno a uno. Finigan  costretto a cambiare tre Valentine, ma pu assistere alla ritirata dei tedeschi, che hanno perso cinque carri armati e un pezzo controcarro. Il conto del 40  molto pi salato: 21 Valentine. Il totale della settimana sale a 50. Davide Beretta, che comandava una batteria di quei semoventi, scrive con amarezza nel suo libro che il bollettino 887 nel segnalare la neutralizzazione di 39 carri armati nemici neppure cita il contributo del DLIV.
Nei ricordi di chi c' stato, e l'ha scampata dopo aver guardato negli occhi la Nera Signora, Quota 33  diventata il paradigma di El Alamein. Scelta se vogliamo ingiusta nei confronti di tante altre quote e localit sconosciute, spesso un pugno di arbusti e di pietre, in cui si combatt e si mor torturati da sole, arsura, mosche, ma comprensibile per le conseguenze che comport. Soprattutto per noi Quota 33  assurta a luogo dell'anima, a paradiso degli italiani brava gente costretti a tramutarsi in guerrieri scatenati. Pi o meno come succeder fra un mese in Russia con il quadrivio di Selenyi Jar. D'altronde, come sottrarsi al fascino e alla commozione della lapide posta vent'anni dopo da Caccia Dominioni?

PER I CADUTI DEL DESERTO - DEL CIELO - DEL MARE 
QUOTA 33 DI EL ALAMEIN

BENEDICI, O SIGNORE, NEL CENTRO DEL DESERTO E DELL'ONDA
GLI ITALIANI RIUNITI SOPRA LA QUOTA LONTANA.
ESSI CONOBBERO, PRIMA DEL SUPREMO MORTALE SPASIMO,
TORMENTO INSONNE DI ATTESA, SETE, SOZZURA, FATICA.
SEPPERO VICENDE DISPERATE DI BATTAGLIA E TALORA, INDIFESI
AL FACILE INSULTO STRANIERO, SQUALLORE DI LIBERT PERDUTA.
PERCH CONDOTTI NON DA VANIT O BRAMOSIT DI VENTURA
MA DA OBBEDIENZA ALLA PATRIA, BENEDICILI, SIGNORE,
CON TUTTI I CADUTI D'AFRICA E DEL MONDO. FRATELLI
SOLDATI D'OGNI BANDIERA, PURIFICATI DALL'ULTIMA FIAMMATA.

L'esile linea della 26a brigata ha conservato le nuove posizioni. Le file dei reparti di Whitehead, definiti da Alexander straordinari cercatori d'oro (diggers), si sono assottigliate. La tregua della notte serve a Morshead per sostituirli con la 24a del generale Godfrey e per rifornire di granate la batteria rhodesiana. Respirano anche i granatieri del 125 e i bersaglieri rinsaccati dalle parti della cima (Tell) di Alam el Shaqiq. Ci che restava dei due battaglioni, XXIII e XXVI del 12 reggimento, da giorni impegnati a tenere le posizioni intorno a Quota 28, viene unito ai pochi sopravvissuti dell'XI/7. C' un piumetto sventolante in ogni buca del nostro settore. Peccato che manchino acqua, cibo, munizioni, rincalzi. Gli artiglieri dei cannoni da 75/27 e da 100/17 del 3, che da giorni si prodigano e si sono fatti massacrare esponendosi nel tentativo d'indirizzare al meglio i loro colpi, hanno quasi esaurito le scorte. Anche la scalogna ha scelto i propri beniamini: una granata sparata a casaccio centra il deposito di munizioni a ovest del minareto di Sidi Abd el Rahman. Altri morti, altri feriti, altre lacrime. Sotto le tende dell'ospedale da campo che la 51a sezione sanit della Trento ha montato alle spalle di Quota 33 medici e infermieri non si risparmiano, ma scarseggiano bende, disinfettante, plasma. Si cercano donatori di sangue, per le retrovie sono quasi sguarnite; chi pu reggere un fucile  stato spedito in prima linea.

A non inquadrare la situazione  Rommel. L'istinto stavolta lo tradisce.  conscio di avere risorse limitatissime, tuttavia non le risparmia, anzi le spreca in attacchi velleitari. Al drago della guerra-lampo difetta la visione d'insieme di una battaglia cos ampia. S'intestardisce a inseguire un obiettivo limitato, che costa pi di quanto pu rendere. Di conseguenza il mattino del 1 novembre, domenica, le stazioni radio d'intercettazioni britanniche ascoltano la voce stentorea di Rommel incitare i propri soldati al nuovo assalto. Garantisce che davanti hanno pochi e affranti plotoni sul punto ormai di crollare. Purtroppo Rommel ignora che la 24a brigata ha rimpiazzato la 26a e che questi australiani, pur avendo affrontato una lunga marcia, non sono stati provati dalle terribili ore di fuoco del giorno prima. La battaglia di svolta della seconda guerra mondiale  ormai affidata alla prevalenza di piccoli reparti: nello scontro di duecentomila uomini, un battaglione pu far la differenza, decidere l'esito.
Alle 11 von Thoma in persona guida l'attacco delle unit germaniche contro il saliente a cavallo della rotabile. Fino al pomeriggio  un susseguirsi di tiremmolla, di postazioni conquistate, perse, riconquistate, riperse. Si combatte buca per buca, metro per metro. Godfrey dirige la resistenza dei suoi da un piccolo anfratto; von Thoma segue il lentissimo progredire delle proprie truppe dall'osservatorio di Quota 25. Poco dietro Rommel freme in attesa della notizia che il fronte  stato ricomposto e l'infiltrazione cancellata. La morte di Godfrey, centrato da un proietto assieme ai collaboratori, induce Morshead a ordinare il ripiegamento dei sopravvissuti. La formazione tedesca elimina la punta del saliente e ristabilisce il contatto con i commilitoni attestati assieme ai bersaglieri attorno a Quota 24. Il successo  limitato, serve soltanto a contenere la spinta degli australiani, ed  stato pagato a un prezzo ben pi salato dell'effettivo valore. L'incombere delle squadriglie della Raf ha molto limitato l'azione dei reparti della 164a divisione. Alla luce dei bengala lanciati dagli Albacore, i Wellington hanno bombardato pure di notte. A Roma, per, l'effimera affermazione viene interpretata quale segno di una svolta. Cavallero trasmette a Rommel un ampolloso messaggio di Mussolini implacabile nel non capire un accidenti: Il duce m'incarica di esprimervi il suo vivo apprezzamento per il riuscito contrattacco da voi personalmente condotto. Il duce desidera inoltre confermarvi la sua piena fiducia che sotto la vostra guida la battaglia in corso sar portata a una vittoriosa conclusione. Rommel lo accoglie con fastidio: sa che non c' alcuna vittoria dietro l'angolo.

Nel settore meridionale le pattuglie dei guastatori vengono impegnate a ripulire i campi minati. Sono zittiti tre avamposti, vengono fatti venti prigionieri, 12 tank sono definitivamente distrutti. Gli spiritacci di Caccia Dominioni si spendono nel ristabilire il massimo di protezione di fronte ai nostri avamposti. Purtroppo alcuni portano con s il segno della predestinazione come il tenente Rota Rossi, uno dei pochissimi sopravvissuti del XXXII, che tanto ha insistito per essere accolto nel XXXI. Salta per aria nella terra di nessuno, dopo aver allontanato i suoi guastatori, dentro una di quelle sacche che, per aver cambiato troppe volte padrone, sono diventate una trappola per chiunque ci si avventuri.
La notte del 31 un plotone inglese s'incunea nelle posizioni della 21a compagnia. Un immediato contrattacco lo mette in repentina fuga. I figli d'Albione sono venuti a tastarci, vogliono controllare se quei demoni della Folgore sono ancora all'altezza della fama ormai diffusasi fra le dune e le pietraie di questo deserto, che non prevedeva i paracadutisti allo stesso modo in cui i paracadutisti non prevedevano d'infognarcisi. Al mattino i nemici si presentano in forze, appoggiati dai blindati. La compagnia del capitano Bianchini regge a fatica, i fucilieri di Sua Maest lambiscono il comando del VII. Il tenente Malnig conduce i suoi della compagnia comando all'assalto con le bombe a mano. Gli inglesi ripiegano, Malnig  colpito a morte. Le scaramucce proseguono fino a sera. Viene preparata un'incursione di par della 21a compagnia e di guastatori della 1a. Sei carri armati in panne sono dati alle fiamme, si riguadagnano metri preziosi dirimpetto alle postazioni.
Al calar delle tenebre incomincia un nuovo attacco, stavolta dalle parti della 20a. Adesso la comanda il giovane tenente di complemento Pietro Mautino, un alpino del Canavese subentrato al tenente Giuseppe Alessi eroicamente deceduto il 25, il quale, a sua volta, aveva preso il posto del capitano Carlo Lombardini. Sono le tristi staffette degli ufficiali della Folgore, una gara del coraggio spesso dettata dal desiderio di mostrarsi all'altezza del fresco alone della divisione. L'unit inglese arriva una seconda volta vicina al cuore del battaglione, ma  ancora respinta dalla pronta reazione della compagnia comando. E la parte finale del contrattacco si dispiega sotto gli occhi del generale Frattini giunto per rincuorare i propri soldati.

Gli australiani hanno assolto fino in fondo la missione affidata: attirare la totale attenzione del nemico per dar modo a Monty di preparare l'assalto definitivo da parte del X e del XXX corpo d'armata. I cercatori d'oro di Morshead hanno sopportato con stoicismo una giornata supplementare di sacrifici malamente ricompensata con razioni triple di whisky.  stata il frutto avvelenato dell'ennesima impuntatura di Freyberg per salvaguardare i suoi. Il generale neozelandese ha ottenuto ventiquattr'ore in pi per completare il dispiegamento della propria divisione e consentire ai comandanti dell'artiglieria, reduci dall'aver sostenuto gli sforzi della 9a divisione, di studiare il terreno della nuova operazione. La zampata decisiva sar sferrata la notte del 2 novembre in direzione di Tell el Aqqaqir. Freyberg ha risparmiato ai soldati ormai sfiniti il dubbio onore di prestare le unghie alla zampata finale. Ha capito che si pretendeva un altro bagno di sangue e ha usato le prerogative del Commonwealth per utilizzare le due brigate ancora efficienti nella fase successiva allo sfondamento.
Il problema pi grave di Montgomery  l'ingorgo di traffico causato dai reparti che si pestano i piedi per sistemarsi nelle posizioni di partenza. In vista di Supercharge sono stati torchiati i meccanici e i tecnici delle officine per riparare cannoni e soprattutto blindati. A parte i carri armati distrutti, gli altri sono stati rimessi in linea. Danno all'8a armata un bel vantaggio numerico: oltre 800 contro i 300 rimasti all'Acit, ma di questi quasi la met sono italiani e dal computo vanno espunti i 40 dell'Ariete bloccati sotto Deir el Munassib. E se  vero che i tedeschi hanno conservato la quasi intera dotazione dei temutissimi 88  altrettanto vero che a Steve Weir, il responsabile dell'artiglieria neozelandese, sono stati concessi 360 pezzi: significa un cannone ogni dieci metri, una concentrazione di fuoco senza precedenti. Alla vigilia Montgomery invia il seguente dispaccio a Sir Alan Brooke, il comandante in capo delle forze imperiali: Una lotta asprissima e cruenta si  protratta per otto giorni.  stato uno scontro terribile e un duello senza quartiere... Finora Rommel  stato costretto a ballare completamente al mio ritmo. Fino a oggi i suoi contrattacchi e le sue puntate sono stati contenuti senza difficolt. Credo che sia ormai maturo per una bella stoccata che lo scaraventi gi dal trespolo. Montgomery si appresta a sferrare il definitivo colpo di maglio contro l'esile linea italo-tedesca a settentrione. Naturalmente a lui interessa spazzare via gli ultimi raggruppamenti di carri. Stavolta non c' tattica, non c' piano di attacco: ammazzateli tutti, costi quel che costi. Cos pu condensarsi l'obiettivo di Monty, che sfrutta fino in fondo l'enorme superiorit di mezzi e di uomini.
In un fronte d'attacco inferiore ai quattro chilometri Monty mira a sfondare la cresta montuosa di Tell el Aqqaqir, imboccare la pista che porta a Sidi Abd el Rahman per poi sciamare verso la costa e chiudere cos ogni possibilit di ritirata agli avversari. Le sue forze dovranno procedere quasi al buio, senza informazioni sulla collocazione dei panzer e dei campi minati. Sar anche il cozzo conclusivo, ma s'annuncia molto pi duro dei precedenti ed egli ha scelto Freyberg per guidarlo sul campo. Gli appare il pi indicato: il suo cattivo carattere  giudicato quello idoneo per spedire gli uomini a morire. E nelle previsioni saranno in tanti. Il massiccio e incazzoso generale neozelandese ha ottenuto di preservare i suoi per l'inseguimento, a eccezione del battaglione maori. Di conseguenza gli hanno affidato quattro brigate inglesi, la 151a (generale Percy), la 152a (generale Murray), la 133a (generale Lee) e la 9a corazzata (generale Currie). Montgomery gli ripete la raccomandazione con cui sta ossessionando i generali da met ottobre: che non si preoccupi di perdere tutti i carri armati di Currie pur di spazzare via le batterie schierate a protezione della pista e dare via libera ai tank del X corpo d'armata.
Nell'ultima riunione con gli ufficiali Freyberg commenta: contro i cannoni schierati servirebbe la fanteria per evitare una seconda Balaklava, ma la fanteria manca, perci devono sbrigarsela i nostri mezzi corazzati. Ma, al di l delle giuste cautele, Monty, Freyberg e tutti gli altri generali dell'8a armata sanno di avere un asso nella manica: la straordinaria supremazia dell'aviazione. Rappresenta un grande vantaggio anche a livello psicologico: persino nelle peggiori condizioni i soldati infossati nella sabbia hanno la certezza che giunger l'aiuto dal cielo.
Sessantotto Wellington e 19 Albacore annunciano l'avvio di Supercharge alle 19 del 1 novembre. Gli obiettivi sono gli approntamenti difensivi dell'Asse nella zona di Tell el Aqqaqir, i depositi intorno a Sidi Abd el Rahman, la strada e la ferrovia fino alla stazione di Ghazal. Esaurite le missioni dei bombardieri, alle 22 subentrano i 360 cannoni: dai piloti degli aerei sono giunte preziose informazioni sulla dislocazione delle batterie nemiche sfuggite alle precedenti ricognizioni. Sono altre tre ore da fine del mondo. Viene colpito anche il quartier generale dell'armata, von Thoma rimedia una leggera ferita. S'interrompono le comunicazioni radio, per ore i collegamenti risulteranno precari. All'una, con la falce di luna nascosta dalla polvere e dalle nubi di fumo delle esplosioni, scattano in avanti le brigate di Freyberg. Sulla destra  proprio il suo battaglione maori a far da apripista con l'appoggio di 44 Valentine della brigata di Percy. In prossimit di Quota 28 la resistenza dei pionieri del 200 reggimento  strenua, le perdite inflitte agli attaccanti pesanti. I combattimenti divampano aspri fino alle 4 allorch una compagnia dell'VIII battaglione, malgrado l'intenso sbarramento delle artiglierie della Trento, s'impossessa del pi importante avamposto. I cannoni di Weir accompagnano passo passo il progredire delle compagnie anche a costo di colpirle. Mescolati ai pionieri della 90a divisione leggera gli ultimi bersaglieri del XXIII/12 soccombono stravolti dagli scoppi, dalle urla, dallo sferragliare dei cingolati. E quei pochi che hanno il tempo di arrendersi - neozelandesi e inglesi non hanno molta voglia di prendere prigionieri - appaiono in preda a furibonde crisi isteriche. Gli ufficiali di Percy lo segnalano immediatamente a Freyberg: significa che gli avversari sono allo sfinimento. Ed  la testimonianza pi pregnante dell'esemplare funzionamento delle comunicazioni britanniche, che quella notte consentono una perfetta integrazione tra fanteria, artiglieria, carri e aviazione.
Sulla sinistra le cornamuse dettano il passo ai fanti della 152a brigata diretti verso Kidney Ridge. L'obiettivo  Woodcock, ormai entrato nella leggenda del deserto. Gli scozzesi di George Murray travolgono il I/65 della Trieste e respingono una compagnia di granatieri del III/115. La progressione della 152a  inarrestabile. Vengono spazzati via l'altro battaglione della Trieste, il II/65, e il I/115 germanico. Rommel getta nella mischia i pochi carri che ha in zona: si tratta di 22 M14 della Littorio e di 12 Mark III della 15a. Gli Sherman e i Grant del 50 reggimento li respingono coadiuvati dall'immancabile concentramento d'artiglieria richiesto e ottenuto via radio. Alle 5 Montgomery viene avvertito che la forza di Freyberg ha adempiuto il compito. Ora tocca ai tank della 9a brigata di Currie. Sono 122 tra Sherman, Grant e Crusader. Molti di quest'ultimi hanno battagliato a Miteiriya e ne portano ancora i segni: cannoni, bussole e radio funzionano male. I carri hanno lasciato alle 20 l'accampamento vicino alla stazione di El Alamein. Al seguito hanno i pezzi controcarro della 31a batteria neozelandese e le compagnie del 14 Forestali di Sherwood, in onore di Robin Hood e dei suoi briganti.

Terza battaglia (23 ottobre-4 novembre 1942): 
Tell el Aqqaqir, operazioni dalla sera del 1 
al mattino del 2 novembre

Lo spostamento dei tre reggimenti  stato impervio. Il buio, la polvere sollevata dall'imponente colonna in movimento hanno pi volte attardato la marcia e causato diversi investimenti fra gli stessi carri armati. Giunti a destinazione i reggimenti sono stati bersagliati dalle artiglierie. La 9a brigata lamenta subito gravi perdite: la fanteria dei Forestali ci rimette gran parte degli ufficiali e i veicoli. Ma a preoccupare Currie sono i 26 tank gi inutilizzabili. Alle 5,30 il terzo reggimento, King's Own Hussars, non  ancora in linea per un banale equivoco di percorso. Currie domanda a Freyberg di posticipare di mezzora l'avanzamento e, quindi, il fuoco di protezione. Freyberg acconsente. Ma i trenta minuti di ritardo significano che al sorgere dell'alba la brigata non ha attraversato, come contemplava il piano originale, la pista e soprattutto ha dinanzi, senza la copertura della notte, ventiquattro 88 della 19a divisione Flak e gli altri pezzi controcarro del 115 Panzergrenadier.
Gli squadroni dei carri assumono la tipica formazione da carica di cavalleria e molti dei sopravvissuti hanno raccontato che fosse proprio quello lo spirito aleggiante. Nelle posizioni di testa svettano le figure di Currie e degli altri ufficiali superiori. Il tenente colonnello Sir Peter Farquhar, responsabile del 3, ha definito la manovra un puro suicidio. Montgomery gli ha brutalmente replicato di esser disposto a perdere il 100 per cento dei carri della brigata. Di conseguenza Currie, i comandanti dei tre reggimenti e via via degli squadroni ritengono loro preciso dovere essere davanti a coloro che stanno conducendo verso una probabilissima morte. E adesso che le sagome dei Grant, degli Sherman, dei Crusader si stagliano nelle prime luci del 2 novembre l'agghiacciante ipotesi di Monty ha molte probabilit di avverarsi.
I soldati italiani e tedeschi, che ormai li intravedono a occhio nudo, percepiscono con chiarezza che stia per scattare l'ora X. Il problema  avvertire i comandi. Anche in questa situazione il sistema di comunicazione dell'Asse, specialmente quello italiano, bench Marconi sia un connazionale, si rivela assai precario e nettamente inferiore a quello britannico. I contatti avvengono in maniera sporadica. Difettano, quindi, le segnalazioni su spostamenti, richieste d'intervento, avamposti sopraffatti. E poi i generali italiani se ne stanno troppo lontano dalla linea del fuoco. Per ore il comandante della Trieste, La Ferla, cercher di parlare con quelli del 65 ignorando che sono stati fra i primi a essere spazzati via dagli scozzesi della 152a. Alle 6,15 l'artiglieria britannica d il via. La progressione iniziale dell'unit di Currie sembra inarrestabile. Il reggimento di destra e quello centrale travolgono ogni resistenza, raggiungono la sospirata pista Rahman, mentre tedeschi e italiani intontiti dal frastuono e atterriti dalle esplosioni provano ad alzare le braccia. L'alba per incombe. I carri armati diventano una mira facile per i cannoni, che possono inquadrarli con cura. I carristi, al contrario, non scorgono dalle feritoie le batterie rivali, sparano a casaccio.
Lo scontro assume dimensioni belluine: gli 88 tedeschi e gli antiquati 100/27 italiani del 3 celere Duca d'Aosta (capitano Lusiana) fanno tiro al bersaglio sui tank e questi si accaniscono contro i centri di fuoco pi vicini, puntano a schiacciare gli occupanti. Le batterie al di qua della pista vengono prima prese a cannonate dai carri, poi assaltate dalle compagnie dei Forestali. I bersaglieri del XXXVI/12 con i loro ridicoli 47/32 diventano vittime sacrificali. Su ambo i fronti ci sono soldati che vorrebbero arrendersi, tuttavia non hanno a chi farlo e ci sono prigionieri che ritornano liberi e ricominciano a combattere. Lo squadrone del maggiore Gibbs, reggimento Royal Wiltshire Yeomanry, si avvicina al cardine di Tell el Aqqaqir. Il successo appare a pochissima distanza, Gibbs avvisa con la radio che la via  libera. Viceversa per il suo squadrone  l'inizio della fine. Gli 88 colpiscono con precisione e velocit impressionanti. In centoventi secondi a Gibbs rimangono due soli carri. Contemporaneamente si avvicinano i panzer della 21a divisione. Dalla sinistra attaccano anche i panzer della 15a: per gli uomini di Currie incomincia il velocissimo conto alla rovescia verso l'annientamento.
Quando il sole deve ancora levarsi la 9a brigata ha assolto il proprio compito, ma  quasi estinta. Dei 94 carri che hanno incominciato l'attacco, ne restano 19 e pochi di questi intatti. Sono caduti 230 dei 400 componenti gli equipaggi; le tre compagnie dei Forestali di Sherwood sono state falcidiate. I 35 cannoni nemici distrutti a cento metri dai tank in fiamme vengono valutati una triste ricompensa. Currie avverte pure il dispetto per l'inutilit di tanto sacrificio: la 2a brigata corazzata del generale Fisher non si  presentata all'appuntamento. Avrebbe dovuto attraversare le eventuali brecce create dalla 9a, ma si  ingolfata nel caos delle retrovie. Le creste di Tell el Aqqaqir sono ben visibili nel nitido chiarore del mattino, per rimangono un miraggio.
Nella zona della Littorio sono subito azzerati il LI di Guiscardi e la 2a batteria semoventi del DLVI (tenente Roberto Buonuomo). Identica sorte al XII battaglione, sottoposto gi dal giorno prima a furiosi bombardamenti aerei e al tiro concentrico dell'artiglieria: cade il capitano Preve, comandante del XII, fotografato con aria scanzonata appoggiato al suo carro, che attualmente si trova nel cimitero di El Alamein. Lo sostituisce fino alla resa il sottotenente Bruno Camplani. Nella tragica carambola vengono sommersi il XXXVI bersaglieri, il comando del 12, il II gruppo da 75/27.  ferito gravemente il tenente colonnello Giuseppe Bonini, responsabile del 133: dell'intero reggimento non rimangono che una decina di carri del IV pi tre semoventi del DLVI. Sulla destra si sono attestate le scatole di sardine dell'XI battaglione della Trieste al comando del maggiore Gabriele Verri.
Fino al pomeriggio del 2 gli uomini di Verri e di Campini - sul cui carro  scritto: O uomo, favilla di Dio, se hai l'anima ingombra di sonno o paura, seguirmi non potrai: i miei colori sono sempre di guerra, la mia canzone  sempre disperata - profondono tesori di abnegazione e di risolutezza. Il sergente Vinicio Camiciottoli colpisce un bersaglio a ogni colpo, ma contro la marea montante dei tank non esiste argine. A sera avanzano due soli M14: Campini li rimanda indietro nella vana speranza che possano ancora servire, che il loro sacrificio (66 morti e 49 feriti su 149 uomini di truppa) sia servito a qualcosa. Sciortino  ferito, Verri ha avuto le due gambe maciullate da una granata e ha provveduto egli stesso a stringere i moncherini con i lacci. A proposito di questo sanguinosissimo scontro Campini ha ricordato: Qualcuno dei carri colpiti continuava a correre, incendiato, con a bordo soltanto morti o moribondi come un immenso rogo semovente. Molti di quei morti per abitudine tenevano l'acceleratore abbassato.
Sono definitivamente distrutti i due reggimenti, 61 e 62, della Trento. Anche il 40 della Bologna paga un considerevole tributo di sangue. Respinge due attacchi di carri e di fanterie. A dare l'esempio il colonnello Dall'Oglio, quello con le tre mutilazioni che tanto stupore e occhiate interrogative aveva suscitato al suo apparire.

Nonostante il massacro, Rommel non  convinto che quello su Tell el Aqqaqir rappresenti l'attacco principale: continua a ritenere che Monty effettuer lo sforzo massimo lungo la costa. Ordina tuttavia a von Thoma di eliminare il nuovo saliente creato dal nemico. Alle 9 e mezzo 40 carri di von Randow investono da nord la 2a brigata, che  appena subentrata alla 9a. Da ovest e da sud-ovest avanzano due raggruppamenti con 48 panzer della 15a. I Mark III e IV della 21a giungono a poche decine di metri dal fumaiolo, il budello impiegato dai tank per raggiungere il fronte. A salvare la forza di Fisher  il ritardo con cui si presenta l'8a brigata corazzata del generale Custance. Anzich schierarsi sul fianco gli Sherman e i Grant accorrono l dove si  creata la breccia e cos concorrono a respingere l'assalto. La 1a divisione corazzata di Briggs giunta in soccorso ha i minuti necessari per appostarsi.
Alle 10,37 Montgomery intuisce che il pericolo si palesa da ovest e dispone il riposizionamento dell'8a brigata da nord a ovest. I 47/32 italiani incendiano 6 Crusader, gli altri per eseguono la manovra. Rommel lancia nella mischia tutto quanto ha sottomano. Vengono mandati in linea il personale amministrativo, gli addetti agli autoparchi, una trentina di carri recuperati nelle officine. Sparano tutti i cannoni in attivit, anche gli Stuka e i Macchi disponibili si lanciano contro le forze corazzate, ma Spitfire e Hurricane fanno valere la forza del numero, anzi aprono la strada ai bombardieri, che dall'alto cominciano a tartassare le formazioni nemiche. Pure nella fase determinante della lunghissima battaglia Monty ottiene di fronteggiare il rivale dalla posizione favorita: i suoi carri bene appostati e protetti dall'artiglieria, quelli di Rommel costretti a farsi sotto con il fuoco dei cannoni amici sempre pi debole. I veterani di Briggs respingono fino a sera ogni sforzo nemico sostenuti da 250 tank, da 30 semoventi Priest e da 50 cannoni anticarro del calibro giusto per inchiodare i panzer. Al termine della giornata le perdite della 1a divisione saranno molto limitate: 15 tank distrutti e altri 40 danneggiati.
Sono ore decisive per Montgomery. Il maresciallo raggiunge il comando tattico di Freyberg. Il generale neozelandese  assai contrariato per i modesti successi ottenuti pi che per le perdite subite. Montgomery, cui delle perdite importa ancor meno,  viceversa soddisfatto per aver costretto Rommel ad adeguarsi alle proprie mosse. Certo che la 1a divisione non ceder un metro, decide di aggirare Tell el Aqqaqir da sud con le due brigate neozelandesi, reduci da un congruo riposo, e con la 7a divisione corazzata, giunta il giorno prima dal settore meridionale. L'avvio alle 18,15 spetta a un reggimento della 51a divisione e a un battaglione carri della 133a brigata corazzata: s'impossessano di una piccola altura nei pressi di Quota 37 tenuta da reparti della Trieste e dal II/104 tedesco. In contemporanea la 24a brigata corazzata del generale Kenchington occupa con successo Snipe, la famosa posizione presidiata per quarantott'ore da Turner. Vi  catturata un'altra compagnia della Trieste.
Al tramonto Rommel ha sottomano circa 90 carri, dei quali soltanto 35 Mark in grado di vedersela da pari a pari con gli Sherman e i Grant. Il feldmaresciallo per la prima volta assapora il fallimento. Il vano contrattacco degli amati panzer e le perdite incassate gli fanno intendere di aver sbagliato a intestardirsi: avrebbe dovuto seguire il primitivo istinto e cominciare il ripiegamento gi la sera del 29 fregandosene dei divieti di Mussolini e di Hitler. Ora chi salver l'armata? Rommel ascolta sovrappensiero il rapporto di uno stralunato von Thoma, reduce da ore e ore trascorse sulla linea del fuoco a guidare attacchi sempre pi inutili. Von Thoma sostiene che l'offensiva britannica  stata stoppata, che  ancora possibile mantenere il fronte, nonostante l'alto numero di caduti e di carri bruciati. E che numeri! Von Thoma, infatti, parla di soli 35 panzer in attivit; di un terzo di fanteria e di artiglieria a disposizione, con riferimento in special modo agli insostituibili 88; di gran parte degli altri pezzi anticarro inutilizzabili contro la corazza dei tank statunitensi; di divisioni italiane quasi azzerate, a eccezione della Folgore, per troppo lontana dal quadro operativo e non trasferibile in tempi brevi. Della forza italiana,  la conclusione di von Thoma, si pu fare affidamento solo sui cannoni di medio calibro.
Rommel prende la decisione fin troppo rinviata. Il preallarme diffuso alle 11 dal colonnello Westphal ai comandanti dei tre corpi d'armata italiani si tramuta in disposizione esecutiva: bisogna attestarsi a Fuka, novanta chilometri pi indietro. E sar soltanto l'inizio di una ritirata molto pi profonda, magari fino al confine libico. In origine Rommel l'ha preventivata per il 5 novembre, le difficolt emerse nelle ultime ore lo inducono ad anticipare la manovra. In tal modo confida da un lato di salvare quanto rimane dell'Acit e dall'altro lato di poterla addirittura rinforzare avvicinandosi alle basi di Tripoli, Bengasi, Tobruk. Ma come raggiungere il ciglione con il maggior numero possibile di truppe e di blindati? E soprattutto: quali considerazioni gli fanno ritenere che gl'inglesi non s'accorgeranno della fuga?  la domanda pi importante: purtroppo rimane senza risposta. N Rommel nei diari e negli altri memoriali n quanti gli furono intorno hanno mai fornito una spiegazione soddisfacente. Un generale dello spessore di Rommel come faceva, nel programmare il ripiegamento, a escludere qualsiasi interferenza del nemico? Eppure le sue mosse non la prendono minimamente in considerazione.
Il primo ordine riguarda l'Ariete: deve raccogliersi entro le 6 dell'indomani, 3 novembre, attorno a Deir el Murra, zona sud-ovest di Tell el Aqqaqir. La divisione lascia in appoggio al X corpo d'armata un battaglione controcarro, i 17 autoblindo AB 41 del Nizza Cavalleria, un'aliquota di cannoni. Rommel pensa di essere a Fuka in ventiquattr'ore con una tappa intermedia al meridiano 850 distante 12 chilometri da Tell el Aqqaqir, 20 dal settore centrale, 22 dal settore costiero. Nella notte imminente s'incammineranno le divisioni non motorizzate del XXI corpo d'armata, cio Bologna e Trento, e la 164a di Lungershausen. A seguire si muoveranno le unit motocorazzate, i sopravvissuti di Ariete, Littorio e Trieste, la 21a, la 15a, la 90a. Destino pi incerto, ma solo in teoria, nella realt muovendosi a piedi sono gi condannate, per Folgore, Brescia, Pavia e per la brigata Ramcke. Hanno tanti chilometri da percorrere e non hanno veicoli. Dovrebbero raggiungere il margine posteriore dei vecchi campi minati inglesi fra Bab el Qattara ed el Taqa, da qui sforzarsi di arrivare al punto d'incontro entro la giornata del 3. La notte seguente viene, infatti, previsto l'arretramento su Fuka. Rommel  conscio che dovr pagare un prezzo, per ritiene di poter conservare l'esigua dotazione di carri e questa baster per rendere il costone di Fuka imprendibile. A parte i panzer, a lui importa salvare i reparti della vecchia Afrika Korps: sono connazionali e li considera molto pi affidabili dei reparti italiani, malgrado i diversi episodi d'eroismo che hanno costellato questi mesi di guerra. D'altronde, perch Rommel dovrebbe prendersi a cuore le sorti delle nostre divisioni, che per prime sono state abbandonate dai generaloni bene acquattati a trecento chilometri dal pericolo? Ovviamente nessuno chieder spiegazioni a Barbasetti Prun e a Bastico dei camion rifiutati quando avrebbero potuto significare la salvezza per i ragazzi della generazione sfortunata.
Nel pomeriggio Rommel spedisce due telegrammi a Berlino e a Roma. Dettaglia l'esiguit delle forze disponibili, annuncia che non  pi in grado di contenere l'offensiva dell'8a armata, dunque lascia El Alamein. Alla moglie scrive: Il nemico ci sta lentamente scalzando dalle nostre posizioni. Purtroppo per lui a Berlino se ne fregano della prospettiva che attardarsi a El Alamein un'ora in pi significhi sacrificare l'Acit e a Roma non credono alla situazione disperata dei reparti. Il riscontro ce l'offre il diario di Cavallero, che annota l'incontro del 2 sera con Kesselring cos ottimista sull'Africa da giudicare pericolosi allarmismi le lucide diagnosi di Rommel. Al solito stupisce la totale ignoranza della realt, eppure il comandante in capo dell'esercito italiano conosce meglio di chiunque altro, avendo registrato affondamento dopo affondamento, il disastro dei mancati rifornimenti via mare. Annota Cavallero nel diario: Affermo che mi rendo conto della stanchezza dei nostri, ma anche gli inglesi debbono essere al limite delle forze. Rommel  nelle migliori condizioni poich ha le forze riunite alla mano. Credo che abbia non meno di 250 carri. La situazione gi seria  tesa ora all'estremo, ma non  disperata e Rommel potr ancora risolverla...  la sua battaglia: ha benzina e munizioni. Il nemico crede di aver esaurito le sue riserve e fa l'ultimo sforzo.

Tra i contrafforti di Nagb Rala e di Haret el Himeimat i guastatori del XXXI proseguono nella posa delle mine. La sfida alla morte si  talmente radicata nel quotidiano da non esser pi presa sul serio. I cannoni inglesi mai hanno smesso di martellare le posizioni della Folgore e degli altri reparti a essa aggregati: morti pochissimi, feriti tanti. Blindati e pattuglie nemici se ne vedono sempre meno e questo preoccupa quasi quanto la mancanza di notizie dal fronte settentrionale. La sera del 2 ci si ritrova presso il comando del 186 Folgore per salutare Bechi Luserna. Da settimane ha ricevuto l'ordine di rimpatrio per assumere la carica di capo di stato maggiore della nuova divisione di paracadutisti, la Nembo. Atteso pure dalla promozione a colonnello, Bechi non ha per voluto lasciare il reggimento fino al ritorno di Camosso. Adesso che il comandante  rientrato dall'ospedale, pu andare. La cerimonia  venata dalla malinconia dei troppi amici assenti e dall'orgoglio per il comportamento della divisione. Tuttavia la domanda resta sempre la stessa: qualcuno ha notizie da El Alamein?
Le uniche informazioni vengono dedotte dai bagliori sulla costa, dalle esplosioni, dalle scie luminose dei traccianti. Danno un'idea delle posizioni dei due eserciti. Purtroppo il movimento si sposta sempre pi verso l'interno, ha ormai superato la linea tenuta dalla Bologna e dalla Trento. L ci sono amici, colleghi, compagni con i quali si sono condivisi sogni e speranze.  la fratellanza nel dolore che accomuna i ragazzi della generazione sfortunata.
Un giovane ufficiale di ritorno dalle postazioni della brigata Ramcke parla di strani preparativi, di un'improvvisa frenesia, di carriaggi sistemati alla bell'e meglio. Che cosa hanno in mente i crucchi?

12. La fine.

Il ripiegamento incomincia nella serata del 2. Viene tassativamente disposto di portare soltanto armi, munizioni, l'indispensabile di viveri, acqua e attrezzatura. Il resto, dai cannoni alle granate, va distrutto o abbandonato. Molti fra gli italiani si domandano a che cosa sia servito farsi ammazzare negli ultimi quattro giorni per mantenere la linea di difesa.
Signor tenente, se ci ritiravamo il 29 che cosa cambiava? E il signor tenente non ha una risposta.
 l'Ariete la prima a muoversi, seguita dagli affranti e falcidiati reparti della Trento e della Bologna. Hanno per mete e percorsi differenti. Ai reparti del settore sud l'ordine viene trasmesso nel tardo pomeriggio. Poco dopo le 2 del 3 novembre la Folgore s'incammina per Gebel Kalakh, la Pavia per el Taqa, la Brescia per Bab el Qattara. Devono coprire a piedi fra i quindici e i venti chilometri. Portano in spalla lo zaino stracolmo, trascinano con le braccia i pochi cannoncini e le mitragliatrici pesanti che non hanno voluto lasciare assieme ai pezzi d'artiglieria, ai quali sono stati tolti gli otturatori. Poi ci sono quelli che trasportano le barelle con i feriti, un attendente dei par si carica addosso la salma del proprio ufficiale: non ha avuto cuore di abbandonarlo senza sepoltura fra le dune. Ogni battaglione dispone che una compagnia rimanga sulle vecchie posizioni per ingannare gl'inglesi e per proteggere la marcia all'indietro dei commilitoni. Alla truppa non viene detto che la destinazione finale  Fuka: a piedi  pi o meno irraggiungibile. Per non demoralizzare i soldati si accenna a un assestamento del fronte, a piccoli aggiustamenti all'indietro. Si spera nello Stellone, cio di veder comparire all'improvviso gli autocarri sui quali montare. Ma Barbasetti Prun li ha giudicati inutili quando sarebbe stato possibile procurarli. Adesso che ce ne sarebbe un maledetto bisogno nessuno sa dove recuperarli e i pochi disponibili finiscono nelle mani di chi  pi lesto ad appropriarsene.
Va leggermente meglio ai guastatori di Caccia Dominioni. Al XXXI  ordinato di costituire un reggimento assieme al XXIV battaglione artieri del capitano Fasano e alla 15a compagnia del tenente Procacci, che la notte prima ha perduto due ufficiali e 15 uomini incappati con l'autocarro nel campo minato. Il nuovo reggimento, di cui Caccia Dominioni assume la guida, punta a Quota 157, otto chilometri a nord del Passo del Cammello. I pochi veicoli vengono utilizzati per trasportare rifornimenti e armi pesanti, ma non gli esplosivi. Le compagnie di Amoretti e De Rita procedono a piedi.

Negli alti comandi dell'8a armata serpeggia il nervosismo. Monty  soddisfatto dei progressi a sud di Tell el Aqqaqir e ancor pi dei carri armati distrutti a Rommel, invece Lumsden, il responsabile del X corpo d'armata, e il suo sottoposto Briggs masticano amaro. La 1a divisione corazzata  incagliata a meno di un chilometro dalla pista Rahman e non riesce a eliminare lo sbarramento dei 24 pezzi da 88. Un veloce colloquio fra i due generali porta alla conclusione di lanciare i fucilieri della 7a brigata motorizzata del generale Bosvile. I tre battaglioni, fra i quali l'ormai famoso 2 Rifle Brigade di Snipe, hanno trascorso una giornata d'inferno, i loro ranghi si sono assottigliati di parecchio, devono aspettare l'ora X sdraiati sulla sabbia con l'invito di dormire mentre intorno i cannoni non tacciono un secondo. Muovono all'1,30 del 3 novembre sotto la scarsa luce della falce di luna. Potrebbe essere un vantaggio, ma il terreno  sconosciuto, il coordinamento con l'artiglieria precario. L'impeto iniziale e l'assenza di una valida opposizione consentono all'ala sinistra, il 2 King's Royal Rifle, d'inoltrarsi e di condurre avanti una manciata di pezzi anticarro. Gli altri due battaglioni incappano, invece, nel fuoco furibondo degli 88. Quanti riescono a entrare in contatto con le batterie ingaggiano feroci corpo a corpo con gli artiglieri tedeschi. Si muore di pugnale e di rivoltella, gli sperimentati granatieri del 115 conservano gran parte delle posizioni. In loro soccorso vengono spediti i panzer del reggimento. A quel punto Bosvile autorizza via radio il ripiegamento dei due battaglioni. Von Thoma richiede l'intervento dell'aviazione per completare il successo. Vengono raccolti 20 Stuka e 12 Me 109. Li affrontano immediatamente le squadriglie di Spitfire e di Hurricane, gi in volo di pattugliamento, e li obbligano a liberarsi a casaccio delle bombe.
Della 7a brigata motorizzata rimane attestato in avanti il solo 2 King's Royal Rifle. Il suo comandante, il maggiore Heathcoat-Amory, ha scambiato l'ondulazione del terreno per la cresta di Tell el Aqqaqir ed  ci che comunica a Bosvile. Dall'equivoco scaturiscono iniziative poco fortunate. Ai primi chiarori arriva il 10 ussari, mentre la 2a brigata corazzata di Fisher  inviata verso ovest e l'8a di Custance verso sud con il compito di aggirare gli avamposti nemici. Viceversa finiscono in bocca a due battaglioni controcarro tedeschi, i cui dodici 88 mietono parecchie vittime. Nella battaglia intervengono anche i carri dell'Ariete, appena giunta dopo il lungo trasferimento. Le due brigate si fermano, n miglior sorte hanno altri tentativi. Un'infiltrazione di parecchi autoblindo sudafricani sfocia in un campo di mine e gli ulteriori movimenti sono ostacolati dalle piazzole abbandonate dell'artiglieria. Alla fine della giornata Briggs lamenta 26 tank fuori uso.

Malgrado gli insuccessi delle ultime ore, malgrado gli uomini e i mezzi persi, Monty ostenta serenit e fiducia. L'unico conto che tiene  quello dei carri armati di Rommel e questo conto gli appare incoraggiante di ora in ora. Per di pi i reiterati tentativi contro Tell el Aqqaqir e la pista che conduce a Sidi Abd el Rahman hanno distratto il nemico dalla zona, molto pi a sud, contro cui si avventeranno i tank. A ogni fallimento Montgomery cambia piano nella certezza che cos manterr l'iniziativa e prima o poi trover la breccia dalla quale passare. Al suo ottimismo, per, corrispondono l'enorme stanchezza e gl'interrogativi crescenti dei collaboratori pi stretti. Stanno ballando da dieci giorni e non hanno la percezione di essere vicinissimi allo sfondamento. Sono sicuri di non poter pi perdere, ma non sono altrettanto sicuri di poter vincere. I soldati, poi, si chiedono inquieti se e quando arriveranno i rinforzi. Sono stati spremuti, hanno avuto pi morti e feriti che nei due anni di guerra precedenti e li terrorizza l'eventualit di essere nuovamente spediti all'assalto dei pezzi controcarro. La tenace resistenza incontrata dagli uomini e dai mezzi di Briggs induce a pensare che l'armata italo-tedesca conservi risorse ed energie. Nessuno fra gli alti ufficiali capta lo sganciamento in atto; al contrario molti ricordano la profezia di Montgomery sui dodici giorni necessari per aver ragione del nemico. Siamo arrivati all'undicesimo. Davvero domani 4 novembre Rommel sar buttato gi dal piedistallo?
Negli stessi istanti il feldmaresciallo assapora la speranza di poter guadagnare il costone di Fuka senza soverchi problemi. Il nemico non si  accorto della ritirata; l'impeto con cui sono state respinte le incursioni della notte precedente lo fanno ben sperare sulla capacit di tenuta dei suoi reggimenti corazzati; la lentezza con cui la Raf ha cercato d'intercettare il traffico lungo la litoranea lo spinge, nella tarda mattinata, a disporre il proseguimento a oltranza della manovra verso il meridiano 850, la tappa intermedia. La precedenza assoluta  data alle fanterie appiedate della Trento, della Bologna, della 164a divisione. Al contrario Folgore, Brescia, Pavia e brigata Ramcke devono attestarsi sulle posizioni appena raggiunte. Diventa sempre pi chiaro che Rommel le consideri ormai perse. Le tre divisioni italiane hanno cibo e acqua per un solo giorno, le altre provviste sono state distrutte. Gli ufficiali hanno preteso che si desse la precedenza alle armi e alle munizioni. I radiotelegrafisti della Folgore faticano a mettersi in contatto con il quartier generale sulla costa. A risollevare un po' il morale provvedono tre autobotti materializzatesi all'improvviso. Erano partite il giorno prima con il loro impagabile carico, sono miracolosamente sfuggite ai mitragliamenti della caccia avversaria e garantiscono un giorno di acqua in pi ai par.
Ma dopo che ne sar di noi?
Nessuno ancora intuisce che  cominciata la marcia verso il nulla, che il ripiegamento in termini di vite umane e di materiali coster assai pi delle perdite fin l sopportate.

Verso mezzogiorno Spitfire, Hurricane, Wellington, Baltimore, B24, Mitchell, Blenheim si affacciano in forze sulla strada costiera. Nell'arco di ventiquattr'ore i bombardieri e i caccia della Western Desert Air Force compiono 1208 missioni, le squadriglie statunitensi 125. Viene spezzonato, mitragliato, bombardato tutto quanto si muove sull'unica strada percorribile. Lo stesso Rommel scrive nelle memorie di esser sfuggito al bombardamento a tappeto di 18 apparecchi grazie all'abilit del suo autista e alla velocit della vettura.
Sono le relazioni della ricognizione aerea sull'aumento di traffico e gli avvisi degli australiani sull'improvviso abbandono del ridotto Thompson a incuriosire quelli dell'ufficio operativo. Dal quartier generale di Horrocks, il comandante del XIII corpo d'armata, segnalano che nel loro settore meridionale  in corso un ritiro di truppe lungo le piste del deserto. La notizia che italiani e tedeschi probabilmente se ne vanno entusiasma molti animi nell'armata britannica, ma non quello di Montgomery.  l'unica occasione in cui il suo inossidabile ottimismo vacilla. Ha paura che Rommel possa sfuggirgli: se riuscir a trincerarsi a Fuka, la partita africana rimarr aperta, bench gli americani stiano per sbarcare in Marocco e in Algeria. Monty ignora che a Roma e a Berlino giocano per lui.
Mussolini e Cavallero hanno male accolto il ripiegamento su Fuka annunciato da Rommel con il telegramma della sera precedente. Alle 11,10 Cavallero trasmette al colonnello Mancinelli, il nostro ufficiale di collegamento con i tedeschi, il seguente messaggio: Pregovi comunicare Rommel che Duce ritiene necessario mantenere a qualunque costo attuale fronte poich secondo avviso comando supremo territorio egiziano non offre posizioni idonee, se non per sosta e temporanea resistenza per riordinamento forze. Tale no, immotivato e definitivo,  molto pi pesante del no, che sar pronunciato da Hitler. L gioca il maleficio del nazismo, qui giocano l'imbecillit accoppiata all'ignoranza, l'arroganza accoppiata alla superficialit. Rappresentano il sigillo finale sulla totale incapacit del regime e di ogni sua struttura. Questo telegramma  il tragico errore conclusivo di una lunga catena cominciata lustri prima con la rinuncia alle portaerei e proseguita con il mancato sviluppo del radar, con l'abbandono dei siluri, con l'ingresso in guerra, con l'insensato sacrificio in Grecia e in Unione Sovietica delle divisioni e dell'artiglieria che sarebbero servite in Africa.
Allorch Mancinelli consegna a Rommel il diktat giunto dall'Italia questi ha gi ricevuto un analogo telegramma di Hitler, verosimilmente sollecitato da Mussolini. Ed  pensabile che sul Fhrer abbia avuto effetto la clamorosa miopia strategica di Kesselring. Forse lo ingolosisce il desiderio di mettere in cattiva luce il detestato collega, forse lo fuorviano i rapporti ricevuti dal comando africano della Luftwaffe, fatto sta che Kesselring reputa rimediabile la situazione egiziana. Per dimostrarlo annuncia una visita al fronte il giorno seguente. Magari spera di ripetere il famoso veni, vidi, vici di Cesare. E Hitler non chiede di meglio per inchiodare Rommel alla sua nemesi nel deserto. Altro che volpe, con la sua sferzata lo costringe ad assumere i panni della vittima sacrificale. Il popolo tedesco segue assieme a me l'eroica battaglia difensiva con immensa fiducia nella vostra azione di comando e nel valore delle truppe italo-tedesche. Nella situazione in cui vi trovate non c' altro da fare che non arretrare di un passo e lanciare nella battaglia ogni arma e ogni combattente disponibile. Notevoli rinforzi aerei sono stati apprestati in questi giorni. Anche il duce e il comando supremo faranno il massimo sforzo per darvi i mezzi per continuare la lotta. Nonostante la sua superiorit, il nemico sar al termine delle sue forze. Non  la prima volta che la ferrea volont ha il sopravvento sui battaglioni pi forti. Alle vostre truppe non resta altra via che la vittoria o la morte.
Di rinforzi aerei non se ne parla per il semplice motivo che n Kesselring n Goering, il comandante in capo della Luftwaffe, hanno dove recuperare squadriglie da inviare a El Alamein. Anche Mussolini e Cavallero non dispongono pi di cannoni, di carri armati, di aerei; avrebbero soltanto poveri soldati da trasformare in cadaveri, per non riescono a farli arrivare in Libia perch il Mediterraneo non  pi mare nostrum. Montgomery non ha esaurito le proprie forze ed  sul punto di ricevere - lui, s - rinforzi di ogni genere da Alessandria e dal Cairo. In ogni caso Hitler rifiuta di capire che a El Alamein  ormai questione di ore. D'altronde fra tre settimane incorrer nello stesso errore con la 6a armata a Stalingrado negando a Paulus il permesso di abbandonare la sacca quand'ancora esister qualche possibilit di riuscita. E forse pi che di errori nel caso del Fhrer bisogna parlare di volutt di morte: quanti non gli procurano le vittorie di cui la sua lucida follia si nutre, meritano soltanto di crepare.

Come far Paulus, anche Rommel cede all'imposizione di Hitler.  perfettamente conscio che l'armata non avr scampo, ma la fedelt alle gerarchie gl'impedisce di ribellarsi. Dirama quindi un sofferto radiogramma: Per ordine superiore le posizioni attuali dovranno essere difese sino alla fine. Nessun ripiegamento potr essere effettuato senza mia esplicita approvazione. Le disposizioni emanate precedentemente in vista di una ritirata sono annullate. Alle 15 Rommel intima al generale Navarini, comandante del XXI corpo d'armata, di riprendere le vecchie postazioni e di mantenerle a oltranza. Una parola. L'ordine viene diramato alle divisioni dopo tre ore e il generale Gloria, della Bologna, addirittura lo riceve a sera quando i battaglioni sono gi prossimi a Fuka. I soldati non accettano di tornare indietro. Sono sfiniti dalla lunga marcia e magari intuiscono che ritornare sui propri passi equivalga a una condanna a morte: dinanzi alle sollecitazioni degli ufficiali rispondono gettandosi in terra. Anche gli altri reparti del corpo d'armata risultano irraggiungibili. Soltanto la Trento, cio le poche e falcidiate unit che la compongono, ubbidisce perch  stata fermata prima di cominciare il ripiegamento.
De Stefanis fa schierare il suo XX corpo d'armata dal margine sud-ovest della depressione amara (Deir el Murra) fino al pozzo dello schiavo (Bir el Abd): a nord la Trieste, ridotta a una larva, si posiziona accanto alla 15a corazzata di von Vaerst, che  arretrata da Tell el Aqqaqir; a sud l'Ariete deve proteggere gli appostamenti della Trento. In mezzo c' la Littorio, uscita squinternata dagli ultimi combattimenti, con pochissimi carri e ancor meno bersaglieri. Nessuno si cura della Folgore, della Brescia, della Pavia abbandonate in fondo al settore meridionale. Neppure viene proposto di provare a rientrare nei vecchi avamposti abbandonati assieme al cibo, all'acqua, alle munizioni, a quel po' di artiglieria d'appoggio, che avevano reso possibile respingere per dieci giorni ogni offensiva e avrebbero comunque garantito una sorte migliore di quella poi toccata a molti. Agli ufficiali  detto di trincerarsi e di resistere a oltranza. Al 187 della Folgore vengono inviati tre cannoncini da 47/32, ma l'autocarro che li consegna  colpito da uno Spitfire: brucia assieme a due pezzi. Horrocks ha ormai compreso che gl'italiani sono combinati peggio dei viandanti sorpresi in campagna con le mutande abbassate. Intimorito dalle precedenti batoste non arrischia un attacco frontale: fa bersagliare i par da lontano con i cannoni di grosso calibro, mentre gli autoblindo s'infiltrano dai fianchi e tartassano con le mitragliatrici pesanti i ripari di fortuna allestiti in tutta fretta.
Anche il raccogliticcio reggimento di Caccia Dominioni ha raggiunto Quota 157, che poi significa quattro pietracce a sostegno di un cartello con su vergato il numeretto (157). L'ultima parte del viaggio  stata compiuta sotto la continua grandinata di bombe degli aerei di passaggio. Anche adesso quattro Curtiss puntano i guastatori e soprattutto gli autocarri. L'obiettivo pare il bestione inglese preda bellica adattato a sede comando con i registri, i documenti riservati, le note personali, l'inutile denaro della cassa. Il furiere maggiore Carlo Biagioli, che ne  responsabile e di cui Caccia Dominioni ricorda che pochi minuti prima gli ha portato carte da firmare, corre verso la mitragliatrice Skoda montata sul cassone. Con la bustina a sghimbescio e la sigaretta penzoloni tra le labbra, Biagioli apre il fuoco in contemporanea al pilota del Curtiss. Le pallottole del furiere sono ben dirette, ma il fondo corazzato della carlinga le respinge, mentre il suo petto viene squarciato dalla raffica nemica.
Con le carcasse ancora fumanti, i morti e feriti da raccogliere, giungono dal quartier generale di Nebbia, tre chilometri a nord-est, le istruzioni per il prossimo spostamento: un allucinante percorso di circa 90 chilometri bordeggiando la depressione di el Qattara fino alle Sorgenti salate, che nessuno ha mai visto, al di fuori dell'itinerario delle carovane di beduini. E secondo la nota di accompagnamento sar lo stesso percorso della Folgore, che non possiede nemmeno la manciata di camion dei guastatori. Caccia  costernato, non si spiega la strafottenza del comando di corpo d'armata nei confronti della propria unit. Fortunatamente alle 18 viene recapitato l'annullamento della partenza. All'improvviso salta ogni urgenza. Tutto all'apparenza va per il meglio, dunque che premura c'?
E l'acqua? E il cibo? E le medicine?
Ci pensiamo domani.

Pure in queste ore frenetiche Rommel adotta uno schieramento che gli consente di mantenere la 15a e la 21a leggermente arretrate per usarle quale massa d'urto in caso di necessit. Una massa d'urto per con pochissimi panzer e una scorta limitatissima di carburante. Rommel  sempre pi persuaso che l'estrema speranza di salvezza consista nel ripiegamento e affida le residue chance di convincere Hitler a un dispaccio confidenziale. Lo recapiter il tenente Berndt, un giornalista di collaudata fede nazista usato dal feldmaresciallo quale ambasciatore personale: Sono convinto della necessit di tenere le posizioni fino all'estremo e di non cedere un passo, per la tattica inglese di distruggere uno dopo l'altro i nostri reparti gioca a nostro svantaggio e ritengo che giunger il momento di ricorrere alla condotta manovrata per opporsi al nemico e ridurre le perdite. Prego per un benestare in merito. Nel caso mi fosse concesso, ho ferma intenzione di portare indietro a scaglioni le truppe.
Hitler, purtroppo, si rivela il miglior alleato di Montgomery. Riconsegna la preda che Monty temeva di vedersi sfuggire. Ancora il pomeriggio del 3 il maresciallo inglese ritiene che l'armata italo-tedesca sia sul punto di sganciarsi. Lo studio delle mappe gli fa indovinare che Rommel si vuole attestare sul ciglione di Fuka. Per anticiparlo Monty affida agli scozzesi di Wimberley, rinforzati dalla 5a brigata indiana, il compito di aprire il varco a sud di Tell el Aqqaqir. Da l transiteranno la 2a divisione neozelandese e la 7a corazzata: travolte le difese avversarie, dovranno deviare verso la costa per tagliare la ritirata al nemico.
L'inizio, tuttavia, non  dei migliori. Alle 17,45 dovrebbero avanzare un battaglione della 153a brigata di Graham e l'8 reggimento carristi. Leese comunica a Wimberley che la preparazione dell'artiglieria  stata annullata. Briggs, il comandante della 1a divisione, gli ha garantito che il tratto di pista Rahman, tre chilometri a sud di Tell el Aqqaqir,  saldamente nelle mani degli uomini dell'8a brigata corazzata di Custance. Leese ha, perci, annullato anche l'appoggio aereo nel timore di colpire i propri. A niente valgono le obiezioni di Wimberley: i suoi esploratori gli dicono che l sono appostati nidi di mitragliatrici e nuclei di pezzi anticarro. Il comandante della 51a divisione riesce a ottenere una semplice cortina fumogena per guidare i Gordon Highlanders verso la meta. Ma appena i soldati, saliti a bordo dei Valentine, sbucano dalla protezione nebbiosa vengono falciati dalle mitragliatrici e dagli 88. In pochi minuti gli scozzesi hanno 94 morti e 20 Valentine fuori uso.
Leese respinge le lamentele di Wimberley invitandolo a non lasciarsi vincere dallo sconforto al buon punto in cui sono. Evidentemente l'indifferenza di Montgomery per le perdite di uomini e mezzi ha contagiato anche gli altri comandanti. Leese, anzi, sollecita Wimberley a preparare i nuovi assalti della divisione. All'1,30 del 4 novembre sarebbe il turno della brigata indiana comandata da un generale inglese, David Russell, cui  stato affibbiato il nomignolo di Pasci. Ma Russell nella notte buia e senza luna non se la passa da pasci. Durante il trasferimento i suoi reparti sono stati sorpresi da uno dei rarissimi attacchi aerei tedeschi, i veicoli di un battaglione si sono arenati nella sabbia molle, gli altri due giungono in ritardo alla linea di partenza. L'orario d'inizio slitta di un'ora. L'accompagna, per, il fuoco di 11 reggimenti d'artiglieria. Nei diari dell'armata  scritto che durante l'azione furono complessivamente sparati oltre 41 mila colpi. Le compagnie di Russell Pasci devono attraversare la pista otto chilometri a sud di Tell el Aqqaqir scortate dai Valentine del 50. L'avanzata si svolge alla stregua di una normale esercitazione notturna. Alle 3,30 l'operazione  conclusa: 350 prigionieri e molti pezzi controcarro della 15a Panzergrenadier. Dalla breccia irrompono i Grant, gli Sherman, i Crusader di Harding: la 7a divisione corazzata si lancia velocemente verso nord-ovest. Dinanzi a s non ha pi ostacoli, soltanto il deserto.
L'ultimo dei tre attacchi della 51a viene condotto contro la cresta di Tell el Aqqaqir, la Quota 43 difesa da un esiguo contingente italo-tedesco. Il grosso delle truppe  gi arretrato. Contro questo pugno di uomini Wimberley scatena i cannoni di sette reggimenti. In pochi minuti il 7 Argyll and Sutherland Highlanders conquista e supera Quota 43. Nel bottino figurano casse di champagne, bottiglie di Chianti, uno stock di croci di ferro con le quali numerosi scozzesi si autodecorano. Anche il battaglione costretto la sera prima a ritirarsi balza sull'obiettivo. Con quarantott'ore di ritardo la lunga e squallida cresta  stata strappata all'Acit. Ai suoi piedi i resti contorti e anneriti di oltre duecento carri, dentro molti dei quali giacciono i cadaveri in decomposizione degli equipaggi.
Nella ricorrenza di Vittorio Veneto - 4 novembre 1918 - la conquista di Tell el Aqqaqir segna la fine vera della battaglia di El Alamein. Ora comincia la caccia alle frastornate e scomposte unit italo-tedesche. Siamo al dodicesimo giorno dall'inizio dell'offensiva. Mai previsione  stata pi azzeccata. Un Montgomery finalmente appagato indirizza i reparti autocarrati neozelandesi in direzione di Fuka, la 7a e la 10a corazzate verso la costa. A sud il XIII corpo d'armata  gi all'inseguimento della Folgore, della Pavia, della Brescia, della brigata Ramcke.

Kesselring ha mantenuto la parola data: all'alba atterra al quartier generale di el Daba. Alle 7,30 incontra un Rommel parecchio adirato. Il feldmaresciallo non ha gradito, per usare un eufemismo, che sia stata messa in dubbio la sua valutazione e di conseguenza contraddette le decisioni da lui assunte per limitare i danni. Rommel attribuisce la responsabilit totale al comando della Luftwaffe in Africa: avrebbe inoltrato a Berlino false notizie ottimistiche, che hanno ingannato Hitler inducendolo a imporre la folle resistenza a oltranza. Nonostante la spruzzata di diplomazia,  Kesselring il vero bersaglio di Rommel: gli scarica addosso anche le colpe del Fhrer. Piccole cortesie fra due generaloni che mal si sopportano e che fra un anno si confronteranno aspramente in Italia dopo l'8 settembre. E quel giorno ad avere la vista pi lunga sar Kesselring con l'intuito di mantenere le proprie divisioni in Campania anzich ritirarsi a nord di Roma come suggerito da Rommel.
Ma a el Daba, apprezzando una colazione, che per quanto frugale il padrone di casa pu solo guardare, Kesselring incassa in silenzio. Ammette che il Fhrer ha agito in base a informazioni sbagliate, tuttavia esclude che gli siano state rifilate dai suoi sottoposti. Ma di chi sia la colpa, alle 8 del 4 novembre poco importa. Bench i due non abbiano il quadro esatto dello sconquasso, le notizie pervenute fino all'alba appaiono sufficienti per varare quel ripiegamento, che due giorni prima avrebbe avuto un senso, adesso non pi. Kesselring si offre di condividere con Rommel la disubbidienza al precedente diktat di Hitler. Entrambi spediscono un radiocifrato al Fhrer per spiegare la situazione.

Terza battaglia (23 ottobre-4 novembre 1942): 
operazione di ampliamento a sud della sacca di Tell el Aqqaqir
(sera del 3, mattino del 4 novembre)

Purtroppo i fatti corrono pi veloci delle intenzioni. Le cinque divisioni dell'8a armata - tre corazzate (1a, 7a, 10a), la 2a neozelandese e la 51a degli scozzesi - sono sulle tracce del nemico. Sulla costa la 9a australiana gi saggia la consistenza della 90a divisione leggera. In tutto Monty schiera quasi 80 mila soldati e un migliaio di carri armati e di blindati. I veterani dei due anni di guerra annusano l'odore del sangue e trasmettono ai compagni la voglia di chiudere definitivamente il conto. C' rabbia, c' orgoglio, c' ansia di non fermarsi pi, di cancellare una volta per tutte lo spauracchio di Rommel.
Alle 9 i rimasugli della Trento sono artigliati dai neozelandesi e dai carri della 4a brigata corazzata leggera del generale Roddick. I sopravvissuti del 61, i pochi cannoni del 46, gli sparuti plotoni del LI genieri tengono duro. Ma a ogni minuto la resistenza scema, gli eroismi diventano il fiero congedo dalla vita di quanti sono chiamati a pagare le colpe di coloro che se ne stanno tranquilli e beati in Italia. Alle 13 il generale Masina invia il messaggio conclusivo: la divisione cessa di combattere per mancanza di munizioni, i superstiti si arrendono. Masina e i suoi collaboratori, per, all'imbrunire riusciranno a impadronirsi delle loro vetture e prenderanno il largo.
Nei pressi di Deir el Abd la 22a brigata corazzata prende contatto con l'avanguardia dell'Ariete. Sono dodici M13 costretti a battere in ritirata lasciandosi dietro qualche carro. Alle 10 l'intera divisione italiana  sotto il fuoco nemico dalla depressione amara al pozzo dello schiavo. L'Ariete costituisce il fulcro del XX corpo d'armata. L'evolversi della battaglia ha fin qui risparmiato la divisione fantasma, chiamata cos nelle precedenti campagne africane per la rapidit dei movimenti. L'Ariete  stata pi volte dilaniata in battaglia e sempre ricomposta attorno a un nucleo di giovani ufficiali, che dal 23 ottobre aspettano di misurarsi con un nemico ben conosciuto. Non nutrono illusioni, per loro sono quelli di Bir el Gobi, di Bir Hacheim, di Tobruk. Il centinaio di carri del 132 reggimento del colonnello Formenti rappresenta l'unica forza sulla quale De Stefanis possa contare e dopo l'annientamento della Littorio costituisce l'ultima forza corazzata del nostro contingente. Oscuri e bravi ufficiali come i tenenti Ezio Cereda, Giuseppe Macaro, Dino Ventura si sono prodigati per garantire i rifornimenti ai tre battaglioni (il IX del tenente colonnello Mazzara, il X del capitano Grata, il XIII del tenente colonnello Baldini). Assieme a essi sono schierati i quindici semoventi dei gruppi V (il capitano Folchi  subentrato a Biglietti) e VI (tenente colonnello Pasqualini), tre batterie da 75/28, due da 90/53, una da 105/28, tre pezzi da 88/56, le esilissime schiere del XII bersaglieri, i venti M14 superstiti della Littorio al comando del maggiore Ruocco: dipendono dai tedeschi, ma Ruocco ha ottenuto da von Vaerst di accorrere in aiuto dei fratelli. Il meglio dei ragazzi della generazione sfortunata, molto di pi di quanto Mussolini avrebbe meritato. E infatti si combatte e si muore per una Patria che  quella delle guerre risorgimentali e del '15-18, non certamente quella fascista.
I Grant del generale Roberts sparano da 1100 metri, mentre le scatole di sardine devono correre fino a cinquecento metri dai tank per avere speranze di colpirli. Sono ore di lenta agonia. 29 M13 e M14 vengono distrutti dagli inglesi. I carri del XIII e del IX battaglione sventano un'infiltrazione sulla sinistra; sopraggiungono quelli di Ruocco per dare spessore a questa barriera di coraggio piuttosto che di lamiere. Gli ultimi cannoni della Trieste forniscono l'appoggio che possono. Il 65 del tenente colonnello Bernini  circondato dai reparti di fanteria inglese penetrati dalle parti della 15a. Il suo sacrificio consente al 66 di sganciarsi. I tre battaglioni dell'Ariete ondeggiano, arretrano, ma non cedono. I semoventi con il loro pezzo da 75/18 fanno da fulcro alle scorribande degli M14. Alle 15 una dozzina di carri Stuart irrompono da sud in mezzo ai cannoni dell'Ariete e della Trieste, che non hanno scampo. Mezzora dopo il generale Arena (atteso da una lunga prigionia, cui seguir una morte beffarda), attraverso il ventunenne radiotelegrafista Carlo Volont, fratello maggiore di Gianmaria, diffonde nell'etere l'annuncio entrato nella Storia: Carri armati nemici fatta irruzione a sud dell'Ariete, con ci Ariete accerchiata, carri Ariete combattono. Combattono soprattutto gli undici carri della 10a/IX. Li guida con l'esempio il tenente Luigi Arbib Pascucci, trentaquattrenne commercialista romano, che si  fatto le ossa sei anni prima in Etiopia. E continueranno a battersi fino alle prime ore del 5 quando l'ultimo di essi brucer.
Ripiega il X battaglione. Grata cerca di azzeccare la via d'uscita: l c' soltanto da arrostire. Il plotone del sottotenente Pietro Bruno si schiera per parare l'onda avanzante. Bruno  stato ferito alla spalla nei combattimenti del giorno precedente, ma ha respinto l'invito a farsi ricoverare. Sta dentro il carro dal mattino ed  il primo a contrattaccare cercando di arrivare alla distanza minima per aprire il fuoco. Bruno si sporge ben ritto dalla torretta, i suoi amici vedono la scheggia che lo colpisce in fronte, poi sparisce all'interno dell'M13 in fiamme, ma arrembante.
Si sottraggono alla distruzione o alla resa una cinquantina di M14, 6 semoventi, 11 pezzi d'artiglieria, alcuni per inutilizzabili, 200 bersaglieri, il comando del XX corpo d'armata con De Stefanis. Una parte si dirige subito verso Fuka, un'altra punta sulla strada costiera. Qui da settimane versano un alto tributo di sangue i carri L6 dei Lancieri di Novara, alcuni si uniscono con i loro inutili giocattolini ai mezzi in ritirata. Il calvario dell'Ariete non  ancora concluso: la mattina del 5 nei pressi di Tell el Ghazal, tra il minareto di Sidi Abd el Rahman e el Daba vengono annientati gli ultimi carri del X: viene ucciso il tenente Guido Ricevuti, che si  maggiormente prodigato per difendere l'ala sinistra nei combattimenti del giorno prima assieme al tenente Viglione gravemente ferito, catturano il capitano Anito Cervio, comandante la 5a compagnia, che stava assistendo l'ufficiale morente.
Il magnifico comportamento dell'Ariete suscita l'ammirazione degli inglesi e dei tedeschi. Si concludeva cos - scriver Rommel - la disperata lotta dei piccoli e scadenti carri armati italiani del XX corpo d'armata contro circa 100 carri armati pesanti britannici che avevano aggirato sul fianco scoperto gl'italiani, i quali combatterono con straordinario valore... Con l'Ariete perdemmo i nostri pi anziani camerati italiani ai quali, bisogna riconoscerlo, avevamo sempre chiesto pi di quello che erano in grado di fare con il loro cattivo armamento.

Lumsden raggiunge Briggs in prima linea con il 10 ussari. Il responsabile del X corpo d'armata vuole stringere i tempi e tagliare la strada alle truppe, in special modo ai corazzati dell'Afrika Korps. Briggs assicura che l'intera 1a divisione  in movimento dietro il reggimento di testa. I tank di Fisher intorno alle 10 superano il costone di Alam Abu Busat, la retroguardia tedesca prova a contenerne l'avanzata, ma i carri della 2a brigata proseguono inarrestabili in direzione dell'altura di Tell el Mansfra, congiunzione fra la 15a e la 21a. Al quartier generale von Thoma  informato che da sud si vedono nuvoloni di polvere: annunciano l'arrivo di una forte colonna di blindati. Von Thoma telefona a Rommel. Il feldmaresciallo, per, rifiuta di crederci: l ci sono quelli della Trieste e del XX corpo d'armata, l'avrebbero avvertito in caso di cedimento. Von Thoma chiede aiuto alla ricognizione aerea. Viene confermato che si tratta di carri e blindati britannici e che stanno anche aggirando le postazioni dei Panzergrenadier. Von Thoma spedisce il suo gruppo di combattimento (Kampfstaffel) e ritelefona a Rommel. Pure stavolta il feldmaresciallo rifiuta di credere al suo sperimentato braccio destro. Si appiglia di nuovo alla Trieste ignorando che la rotta della divisione di La Ferla  stata cos subitanea da aver fatto saltare ogni collegamento.
Anche il Kampfstaffel  sbriciolato. Von Thoma decide di andare in perlustrazione. Sale sul Mark III con il pastrano, al collo l'abituale mastodontico binocolo, in spalla la piccola sacca di tela degli effetti personali. Lo segue l'aiutante di campo, Hartdegen, con la ricetrasmittente. Dopo mezzora il colonnello Bayerlein, il capo di stato maggiore dell'Afrika Korps, vede rientrare Hartdegen. Von Thoma l'ha rimandato indietro. Hartdegen spiega che il generale non ha pi bisogno n di lui n della radio: ormai  tutto inutile, i carri sono stati completamente distrutti. Con un piccolo autoblindo Bayerlein si precipita a cercare von Thoma. Giunge proprio all'epilogo del cozzo infernale nel quale Sherman, Grant e Crusader hanno annientato gran parte dei panzer delle due divisioni corazzate. La descrizione che Bayerlein fa nel suo libro (The Fatal Decision) del momento culminante della sconfitta merita di essere riportata: Una grandinata di proiettili perforanti mi sibil intorno. Nella foschia meridiana intravidi innumerevoli mostri neri sul fronte lontano. Erano i carri armati di Montgomery, il 10 ussari. Saltai fuori dal mio autoblindo e mi misi a correre pi presto che potevo verso Tell el Mansfra. Non v'era che morte, carri armati che bruciavano, relitti di cannoni contraerei. Non c'era pi anima viva. Poi, a circa duecento metri dalla buca dove mi ero rifugiato, scorsi un uomo in piedi accanto a un carro armato in fiamme, apparentemente invulnerabile all'intenso fuoco che s'incrociava intorno a lui. Era il generale von Thoma. Gli Sherman si avvicinavano, von Thoma stava l, rigido e immobile come una statua di sale, stringendo ancora in mano la sacca di tela...
Pur facendo la tara all'emozione di Bayerlein, la battaglia  stata epica. I Mark III e IV hanno inizialmente sopraffatto i Crusader dello squadrone in avanscoperta, poi per sono sopraggiunte frotte di Grant e di Sherman. I panzer non hanno avuto scampo. Allorch la mattanza si  fatta inarrestabile hanno preso a indietreggiare. In quel momento un colpo di 88 ha messo fuori uso il carro di Briggs, salvatosi per un pelo. L'ultimo carro a incendiarsi  stato quello di von Thoma, che a lenti passi si  diretto verso il nemico. La sua resa sar variamente interpretata: una dissociazione dall'ordine di Hitler di combattere fino all'ultimo uomo; un gesto polemico nei confronti di Rommel, reo di non avergli prestato fede; la consapevolezza che la battaglia e l'Africa sono perdute; la sensazione che il suo mondo, fatto di balli, di obbedienza, di formalismi, di Ordine Bavarese di Max-Josef e del titolo di cavaliere (Ritter), dei quali andava assai orgoglioso,  sul punto di scomparire. A vedere il loro generale consegnarsi al nemico, trecento tedeschi rintanati in mezzo ai resti fumanti dei blindati escono fuori, si tolgono l'elmetto di acciaio e lo sostituiscono con il berretto floscio. Per essi la guerra  terminata. Il capitano cui von Thoma si arrende, Grant Washington Singer, uno dei fegatacci del 10 ussari, morir il giorno dopo e il generale scriver una toccante lettera di condoglianze al padre.
Lucas Phillips fa assurgere il gesto di von Thoma, che spirer in prigionia nel '48, a simbolo della sconfitta dell'Asse. E i numeri di questa sconfitta sono impressionanti. L'Acit ha avuto 25 mila tra morti, feriti, dispersi e 30 mila prigionieri: significa quasi la met dei 108 mila effettivi di cui Rommel disponeva, e due terzi di costoro sono italiani. D'altronde la Littorio, la Trento, la Trieste sono state azzerate, la Folgore, la Bologna, la Pavia, la Brescia lo saranno nelle prossime ore. Dell'Ariete saranno recuperati pochi carri. Complessivamente ne sono stati persi 302 su 497 e degli altri 195 diversi sono male conciati. Pi di mille i cannoni distrutti o catturati dai britannici. Gli aerei abbattuti sono 84. Malgrado la tattica sprezzante le vite umane adottata da Montgomery, il costo per le forze del Commonwealth  stato pi ridotto: 13.560 morti, feriti, dispersi; 150 carri armati fuori uso, 350 colpiti, ma non distrutti; 110 cannoni, in gran parte controcarro, persi; 97 apparecchi (20 statunitensi) abbattuti.
El Alamein  la prima, autentica battuta d'arresto della Germania e, di converso, dell'Italia. Segnala che il corso della guerra  mutato. Il piano di Hitler d'impossessarsi di Suez e di sfruttare i pozzi petroliferi del Medio Oriente  irrimediabilmente compromesso. E fra due settimane, con l'offensiva sovietica sul medio Don, lo sar quello di giungere in Persia. Mussolini pu riporre nel cassetto lo spadone dell'Islam: in meno di un anno passer dal sogno della parata trionfale di Alessandria alla caduta del regime.
Dir Churchill: Prima di Alamein non riportammo mai una vittoria. Dopo Alamein non subimmo pi una sconfitta.
Alle chiese della Gran Bretagna vien detto di suonare a stormo tutte le campane.

13. Si salvi chi pu.

Lo sfondamento degli ussari a Tell el Mansfra d inizio alla ritirata generale. Parafrasando Rommel, tutto ci che non si porta immediatamente a ovest o sulla strada costiera  perduto. Dall'affrettarsi d'inseguiti e d'inseguitori consegue un gigantesco caos, la cui testimonianza pi fedele  forse quella di Bechi Luserna, che viaggia su una jeep da poco catturata agli inglesi con targa originale.  diretto in Libia per il reimbarco, sul litorale si ritrova in mezzo alla fiumana dei reparti britannici. Bechi Luserna e l'attendente sono biondi, hanno occhi azzurri, indossano impermeabili inglesi, anch'essi preda bellica, e per fortuna sono a capo scoperto. Dunque paiono anglosassoni con lo stampo, nessuno li disturba. La jeep pu risalire il serpentone, superarlo, agganciare le retroguardie italo-tedesche e procedere fino al primo porto utile.
Per proteggere il ripiegamento su Fuka Rommel ha predisposto un arco difensivo di circa novanta chilometri nel quale vengono comprese tutte le componenti dell'armata. Si va dalla brigata Ramcke e dalla 90a divisione leggera all'Afrika Korps, dai XXI e XX corpi d'armata italiani al X insabbiato sessanta chilometri pi a sud. Nella realt siamo gi al si salvi chi pu. E suonano paradossali le approvazioni pervenute in serata da Mussolini e da Hitler. Autorizzano a salvare ci che non si pu pi salvare.
Ad avvantaggiare i reparti dell'Acit  l'improvviso impaccio dell'8a armata. I soldati sono stanchi, prosciugati dalla lunghissima battaglia, con l'appagante sensazione che la vittoria sia ormai definitiva. De Guingand riveler che si faceva discreto affidamento sui caccia e sui bombardieri, ma per motivi che rimarranno misteriosi la sera del 4 e il 5 se ne vedono pochi. L'incursione pi efferata  contro l'ospedale italiano di el Daba: vengono ammazzati decine di degenti, medici, infermieri; malgrado l'enorme croce rossa, sono distrutte baracche, tende, ambulanze. Al di fuori di tale inutile prodezza, nessuna interferenza nella fuga a tratti disordinata delle forze italo-tedesche. Sopra di esse non si risparmia per proteggerle la squadriglia del tenente Sergio Flaccomio con i suoi miserevoli biplani Fiat, i CR 42, che ai piloti degli Spitfire ispirano tanta malinconia. Poi il 6 e il 7 le abbondanti piogge s'incaricheranno di tenere a terra le squadriglie della Western Desert Air Force. Comunque gi la sera del 4 Montgomery percepisce che le unit di Rommel, per quanto acciaccate, senza alcuna protezione aerea e con i pochissimi panzer a fungere da retroguardia, stanno per sgusciare via. Nella speranza d'intrappolare il rivale divide i compiti fra le divisioni corazzate e la 2a di Freyberg: la 1a di Briggs punta su el Daba in collegamento con la 10a di Gatehouse diretta alla stazione di Galal. A Fuka sono destinate la 7a di Harding e i neozelandesi incaricati di effettuare il percorso pi a sud. Nel settore meridionale il XIII corpo d'armata  gi impegnato nei rastrellamenti.
Proprio nei pressi del fascio rotabile-ferroviario, poco oltre Galal, la brigata corazzata di Custance, l'instancabile 8a, intercetta intorno alle 11,30 una colonna italo-tedesca. La compongono gli M13 dell'Ariete e della Littorio sfuggiti il giorno innanzi alla morsa di Bir el Abd, due squadroni panzer della 115a, alcune batterie d'artiglieria e diverse migliaia di uomini assiepati sui camion. Gl'inglesi fanno tiro al bersaglio finch il tenente Guido Ricevuti del X, che il giorno prima si  battuto come un diavolaccio, non guida la sua compagnia contro i tank. Il suo sacrificio non  vano: il passaggio si apre, per noi ci rimettiamo altri 29 carri armati e i tedeschi 14, in pi rimangono sul terreno 4 cannoni, 100 autocarri, parecchi uomini e ci sono anche 1000 prigionieri. Altre 6 scatole di sardine dell'Ariete, riparate alla bell'e meglio e condotte dal sottotenente Arduino Lampe, fra due giorni si sacrificheranno per difendere la stazione di Fuka.
All'estrema sinistra delle forze britanniche i carri armati neozelandesi agganciano una formazione di panzer, la quale riesce a svicolare. Operazione che non riesce ai fanti della Bologna, che vagano fra le dune. Hanno un armamento risibile e pochi proiettili. Vengono circondati da numerosi blindati dei Dragoni Reali inglesi e indiani. Un reduce racconter: Si avventarono su di noi peggio di come avevamo visto fare per mesi alle mosche. Si batte finch pu il 40 del colonnello Dall'Oglio, poi anch'esso esaurisce le munizioni. E il capitano Giacalone, inviato ad annunciare la resa all'ufficiale neozelandese, ci tiene a precisarlo. A migliaia buttano le armi e alzano le braccia.
A breve distanza viene catturato il comando della Trento, rocambolescamente fuggito dodici ore prima. Masina e i suoi ufficiali assaporavano l'arrivo nella zona di sicurezza intorno a Fuka e di conseguenza ritenevano di essere entrati nel raggio d'azione dei reparti italo-tedeschi. Sono, al contrario, circondati dai Bren Carrier sparpagliati nella sabbia a guisa di navi corsare per abbordare tutto ci che capita a tiro. Nelle quattro vetture, oltre a Masina e al suo vice, generale Kellner, sono stipati i colonnelli, i tenenti colonnelli e gli altri ufficiali dello stato maggiore. Soltanto in sei sgusciano fra le maglie britanniche, guadagnano le postazioni amiche.
Nelle prime ore del pomeriggio le avanguardie dell'8a armata scorgono Fuka a occhio nudo. A tenerle lontane sono i cannoni italiani, incaricati di battere tutti i passaggi transitabili. Rommel avrebbe intenzione di conservare il costone fino al 6 nella speranza di recuperare il maggior numero di uomini e mezzi. Il feldmaresciallo vive ore angosciose per la sorte dei propri soldati e per una volta non fa eccezioni fra italiani e tedeschi. Al colonnello Mancinelli ha espresso il proprio pessimismo sulle sorti del conflitto, acuito dalle voci sull'imminente approdo di un gigantesco convoglio navale avvistato a Gibilterra. Rommel considera perduta l'Africa. L'unico sforzo consister nel salvare i magnifici combattenti dell'Acit per poterne disporre quando gli Alleati assaliranno la fortezza Europa. Per questo Rommel desidera portare indietro gli uomini fino a capo Bon nella prospettiva che si possa organizzare una sorta di Dunkerque africana per il rimpatrio. Rommel garantisce a Mancinelli che  disposto a sacrificare tutti i carri armati e i cannoni pur di salvare i soldati, compresi quelli della Folgore, della Pavia, della Brescia, con i quali sono saltati i collegamenti.
Purtroppo questi nobili propositi devono fare i conti con la realt. La 2a divisione di Freyberg minaccia l'aggiramento da sud delle nuove postazioni. Il feldmaresciallo dispone l'immediata prosecuzione del ripiegamento su Marsa Matruh. Significa abbandonare al nemico gli italiani e i par della brigata Ramcke, che arrancano gi nello sprofondo del deserto.

Il problema principale dei fanti e dei paracadutisti del X corpo d'armata  la mancanza di camion. Dopo la guerra e per moltissimi anni tale deficienza sar fatta ricadere sui tedeschi, accusati di essersene biecamente impossessati. Tuttavia, a eccezione di sparuti episodi, non esistono congrue testimonianze di tali sottrazioni. Non ne parla il generale Nebbia, responsabile del X, non ne parlano i comandanti e gli ufficiali superiori delle divisioni coinvolte, tacciono anche le relazioni ufficiali. Una di esse, invece, afferma che il 2 novembre la mitica Delease fu sollecitata dal quartier generale di Rommel ad approntare 500 veicoli pesanti a Marsa Matruh. Ne furono raccolti soltanto 150 con la capacit di trasportare 3000 soldati. Questa colonna sarebbe stata avviata verso sud la sera del 2; il pomeriggio del giorno seguente transit da el Daba ridotta a un centinaio di camion a causa di un'incursione aerea. Soltanto 15 ne giunsero al comando del corpo d'armata.  confermato anche da Nebbia che cita 19 autocarri, compresi i rimorchi. Di altri 50 mezzi, che sarebbero stati deviati dal XXI corpo d'armata al X, non v' riscontro. Lo stesso dicasi dei 300 veicoli che gli inglesi avrebbero trovato intonsi e con il carico di carburante in un nostro autoparco.
La Pavia, la Folgore e la Brescia trascorrono circa trentasei ore sulla linea el Taqa-Gebel Kalakh-Bab el Qattara. Alle 19 del 4 novembre Nebbia stabilisce le direttrici dell'arretramento su Fuka. Lui e gli altri generali, Frattini, Brunetti e Scattaglia, conoscono soltanto l'ordine definitivo di ripiegare, ignorano che la rotta  gi iniziata, che gli inglesi hanno travolto gli argini a nord e si apprestano a sciamare in ogni direzione. Viene ipotizzato di raggiungere gli appostamenti a sud di Fuka al mattino del 7 dopo aver coperto 75 chilometri con pochissimi camion, poco cibo, poca acqua, scarsissime possibilit di difendersi dagli attacchi dal cielo. Sono fissati due itinerari: su quello a nord procederanno la Brescia, le artiglierie di corpo d'armata, il XXXI guastatori; su quello a sud la Folgore, la Pavia, il comando del X.
Al Passo del Cammello Aldo Gennari monta al volo assieme a un compagno sul convoglio dell'Ariete. Raggiungono un piccolo aeroporto tedesco. Gennari viene mandato al comando del 21. Qui ha la fortuna di rimediare un'ambulanza inglese con la quale arriver fino a Tunisi.
La Brescia si muove con un paio d'ore di ritardo. Per ore e ore la marcia procede senza intoppi. Alle 6,15 piove qualche granata sui due reggimenti, il 19 e il 20. Il Passo del Carro, la prima delle tre tappe,  raggiunto in scioltezza alle 8. Brunetti predispone i normali approntamenti. Da nord-est viene, per, segnalato l'improvviso apparire di colonne blindate (sono gli ussari dell'antico 2 reggimento a cavallo). Gl'inglesi con i megafoni offrono la resa e lo faranno spesso sia per una forma di rispetto nei confronti degli avversari, sia per evitare perdite che, a battaglia conclusa, valutano giustamente inutili per entrambi gli eserciti. Brunetti stima che i suoi non possano resistere; stabilisce, quindi, di mettere in salvo reparti motorizzati, carriaggi, artiglierie. Ne chiede autorizzazione a Nebbia, il quale riceve il messaggio, ma non pu rispondere per il cattivo funzionamento delle radio. Invia una staffetta con l'autorizzazione, questa tuttavia non raggiunge la Brescia e neppure torna indietro. A mezzogiorno Brunetti decide autonomamente di far proseguire i reparti motorizzati, che si arrestano dopo mezzora per esaurimento del carburante. Alle 3 del pomeriggio un blando attacco dei reparti inglesi porta alla velocissima resa della divisione e poco dopo anche a quella dei reparti motorizzati.
Ben altri lo spirito e il comportamento dei guastatori. Il battaglione di Caccia Dominioni dovrebbe procedere di concerto con la Brescia. Al contrario, superato il Passo del Carro si lancia sulla Pista Rossa, si unisce alla brigata Ramcke. I par germanici hanno conservato la dote dei pezzi controcarro. Si rivelano utilissimi nel respingere, alle 10 del 5 novembre, il consueto assalto dei Bren Carrier del 2 Derbyshire Yeomanry. La 7a compagnia del capitano Santini, che funge da retroguardia, viene decimata, ma i due gruppi si sottraggono all'assalto. Caccia Dominioni e Ramcke dividono i destini e soprattutto le strade, dato che i paracadutisti non vogliono spartire le scorte d'acqua con i guastatori n accettare i feriti sulle proprie ambulanze. Caccia e Ramcke inseguiranno la salvezza fidando sull'istinto, accomunati dall'intelligenza di ritenere un ordine ineludibile finch non si dimostra fallace. E in quella contingenza i piani studiati a tavolino, allorch linee e sbarramenti avevano ancora un senso, conducono a catastrofe garantita con autoblindo e Bren Carrier padroni del campo.
Al dunque: Ramcke preferisce allargare verso ovest per evitare gl'itinerari battuti dagli inglesi. A met mattina del 7 si presenter a Rommel, a est di Sidi el Barrani. Assieme a lui 2 mila paracadutisti. La sua brigata sar quella uscita meglio dalla sacca. Caccia Dominioni anticipa i tempi in barba a tutte le tabelle. Alle 2 del pomeriggio del 5 imbocca il bivio undici chilometri a sud di Fuka. Tre carri armati sbarrano il passaggio. Contemporaneamente da dietro sopraggiungono quattordici autoblindo. Caccia Dominioni fa invertire la marcia ai dodici camion: a tutto gas verso sud consumando gli ultimi caricatori per non far avvicinare i cacciatori. Il battaglione rompe l'accerchiamento, per perde due compagnie, l'8a del capitano Amoretti e la 15a del tenente Procacci. Anche i guastatori puntano ormai a ovest. Compiono un tratto di percorso assieme a una grossa colonna tedesca, al bivio di Siwa si dirigono verso nord e riescono a immettersi sulla rotabile costiera in direzione di Sidi el Barrani. Dei 511 effettivi ne sono rimasti 251, tuttavia il XXXI  l'unico dei 23 battaglioni schierati nel settore meridionale a esser sfuggito al nemico. Caccia Dominioni scriver nei suoi libri che in quella ritirata ha visto gli stessi fantasmi di Caporetto.

Folgore e Pavia ripiegano lungo l'itinerario meridionale. La Folgore conta 3500 uomini; la Pavia, dissanguata dalle lunghe settimane di fronte, meno di 3000. Sul cammino dei par i blindati di Horrocks si palesano gi di primo mattino: i cannoni del II gruppo, di retroguardia con il IV e con il IX battaglione, li respingono. Viene assegnata l'ultima medaglia d'oro al caporal maggiore Antonio Andriolo, comandante di una squadra mortai da 81 del 186. Andriolo si  prodigato nei combattimenti della settimana precedente: con i suoi mortaisti ha difeso allo spasimo uno dei principali varchi nei campi minati. Ora  il pi pronto a sparare in risposta all'offerta di resa. Gl'inglesi dapprima si ritirano, poi si rifanno sotto. Andriolo esce allo scoperto per meglio dirigere le poche granate a disposizione e il gesto gli costa la vita.
Gli aggressori mollano la presa, ma  soltanto l'antipasto. La formazione di blindati riprova un'ora dopo: viene stoppata dalla batteria da 75 il cui fuoco  guidato dal colonnello Boffa. La divisione di Frattini  tallonata fino ad Alam Gaballa, la prima tappa, cui punta anche la Pavia. I suoi reggimenti sono stati riuniti a fatica, soprattutto il 27 che ha dovuto vigilare su trenta chilometri di linea nei pressi della depressione di el Qattara. Il generale Scattaglia ha utilizzato i pochi camion per mandare in avanscoperta un pugno di cannoni del IV gruppo e dell'Ariete. Sui fanti che procedono a piedi piombano i Bren Carrier. La mischia  fulminea, segue la resa dei due terzi del 27 e del III/26 di artiglieria. Ad Alam Gaballa soltanto 165 fanti e quattro veicoli del reggimento si uniscono ai resti della divisione guidati dal generale Parri. In zona  anche Nebbia, ormai all'oscuro di gran parte delle traversie del suo X corpo d'armata. La drammatica comunicazione inviata dalla Brescia e la consapevolezza che il nemico sia ovunque lo inducono a predisporre l'immediata partenza. A Frattini e a Scattaglia viene detto di precipitarsi verso Fuka nella speranza di poter anticipare l'arrivo, in quello che viene ancora giudicato un presidio sicuro, entro la sera del giorno dopo (6 novembre).
Nebbia preferisce dividere le proprie forze. Potrebbe essere un'idea giusta per non concedere riferimenti alla ricognizione britannica, viceversa in una regione sconosciuta e priva di basi logistiche sar causa di ritardi e di fraintendimenti. A nord i 1500 della Pavia si sdoppiano: il colonnello Mango guida il 28 e i resti del 27 a piedi, mentre Scattaglia e gli altri salgono sui 26 autocarri con artiglierie, pezzi controcarro, mitragliatrici, munizioni. A sud procedono gli oltre 3000 della Folgore accompagnati da 4 ambulanze, 2 autobotti, 3 camion con rimorchi, 10 veicoli. Ancor prima d'incolonnarsi sparisce lo scaglione di Mango. Scattaglia aspetta circa un'ora, poi d l'ordine di avviarsi. Mango ricomparir il 7 a Bardia su una vettura assieme ai pi stretti collaboratori. Della sorte dei suoi uomini si sapr niente: quindi, o morti o prigionieri.
Incomincia il calvario. Gl'italiani non posseggono radio, qualunque scambio d'informazioni dipende dal coraggio e dalla fortuna delle staffette, che devono orientarsi in un paesaggio privo di segnaletica e infestato dai nemici. Grazie agli autocarri la colonna di Scattaglia alle 9 del 6  alle viste di Fuka. Un ufficiale di Nebbia la spedisce tre chilometri a nord-ovest di Quota 174 con l'ordine di fortificarsi. Alle 8,30 di quel giorno anche gli avanzi dell'VIII battaglione corazzato dei bersaglieri, che con il loro sangue hanno scandito ogni tappa sin dai tempi dell'Afrika Korps, sono travolti e catturati. Sorpreso dall'attacco inglese mentre presidia l'oasi di Siwa con il III gruppo corazzato del Nizza Cavalleria e un reparto esplorante tedesco, il battaglione si  spostato sul mare, ma l'hanno rimandato subito in linea per sorvegliare la depressione di el Qattara. Avviato anch'esso verso le nuove posizioni non ha avuto scampo.
Pure la Folgore  nelle pesti. A ogni sosta sono pi quelli che rimangono immobili al suolo di quelli che si rialzano per procedere. Ci che non  riuscito agli inglesi in dieci giorni, riesce in due giorni alla Natura. Le razioni di acqua sono ridottissime; il cibo consiste in gallette stantie, in scatolette di carne avariata; la dissenteria  diffusissima, si riacutizzano vecchi casi di malaria. Gli autoblindo britannici non concedono requie ai par, li sottopongono a pressioni continue, compaiono all'improvviso e aprono il fuoco: la tattica  di costringere il reparto preso di mira ad attardarsi dalla colonna centrale per respingere l'assalto. Cominciano a esserci una decina di chilometri fra l'avanguardia dei pochi automezzi e gli sfiniti battaglioni. Il primo a essere inghiottito  il IV comandato dal capitano Cristofori, non pi di duecento uomini. Si ritrova isolato e accerchiato. Il camion con i 6 pezzi da 47/32 si  infossato per l'ennesima volta ed  stato abbandonato nella speranza di non perdere contatto con gli altri. Le uniche armi pesanti sono due fuciloni polacchi da 7,62. Cristofori prova a salvare una parte dei suoi: si schiera con la 10a compagnia e fa allontanare la 12a e la compagnia comando. Il nemico spara da distanza irraggiungibile per le armi dei folgorini. Vengono uccisi il tenente Gaetano Lenci e tre paracadutisti, una decina i feriti. Cristofori fa alzare in piedi i suoi senz'armi in mano. Poco dopo anche le altre due compagnie vengono circondate.
Un acquazzone intorno alle 10 procura un po' di refrigerio al resto della colonna. Pure la capacit militare  ormai al lumicino: gli sparuti drappelli che rappresentano il VII di Mautino, il II di Caroli, il IX di Chieppa, il V guidato dal giovanissimo tenente Gilli, dopo che il capitano Zingales alla quarta ferita  stato sgombrato d'autorit, hanno conservato soltanto l'armamento personale e pochissimo munizionamento. Frattini  instancabile nel fare avanti e indietro per incoraggiare e spingere i par, ma ormai pure il morale si  sfarinato. Il VII e il IX si sorreggono a vicenda: la resistenza dell'uno permette all'altro di progredire di qualche centinaio di metri. Ma all'ultimo 47/32 avanzano sette granate e alla mitragliera da 20 millimetri restano trentadue colpi. Molti hanno esaurito anche le munizioni per il Beretta.
A cinque chilometri da Fuka la Folgore - rappresentata da 302 uomini (32 ufficiali, 272 paracadutisti), meno di un decimo di quelli avviatisi da Gebel Kalakh -  circondata da un nugolo di autoblindo. Sopraggiungono pure i Valentine a dare l'idea dell'ineluttabile. Gli inglesi tirano dei colpi di avvertimento con l'intento di non fare vittime. Camosso e Zanninovich ordinano di distruggere le armi e di mettersi in riga. Qualcuno grida: Nooo... Abbiamo ancora le bombe a mano. Alle 14,35 di venerd 6 novembre la Folgore si arrende senza esporre drappi bianchi o alzare le braccia, scriver Camosso nella relazione ufficiale. Fra i prigionieri figura anche Telino Zagati, atteso da un lungo periodo in campo di concentramento prima del ritorno a casa.
Negli stessi minuti pure il II di Caroli, 4 ufficiali e 40 par, subisce identica sorte. Un'ora dopo sono catturati Frattini, il suo vice Bignami, il capo di stato maggiore Verando, il colonnello Boffa. Il generale Hughes, comandante della 44a divisione, che ha per giorni sbattuto la testa contro i fortini di Nagb Rala, di Deir el Munassib, della Carretta d'i bej matt, va in cerca di Frattini. Gli dice che  contento di saperlo vivo e di mai aver incontrato nella sua lunga carriera soldati pari ai folgorini.
Tra i par in fila ci sono Peroncini e Currini Galletti. Gl'inglesi li trattano con sincero rispetto. Molti sono maltesi che si esprimono in un italiano comprensibile. Prestano cure ai feriti, distribuiscono t, latte, frutta. Con parole semplici li confortano, esprimono ammirazione per quanto compiuto dalla Folgore.
Sulla sinistra si mimetizza il plotone del sottotenente D'Amico, 20a compagnia. Gli uomini attendono la notte per dileguarsi. Sottraggono tre camion agli inglesi e con questi raccogliendo durante il cammino altri colleghi, arrivano a Marsa Matruh. Inquadrato nel CCLXXXV battaglione paracadutisti il plotone combatter fino alla resa dell'armata di Messe in Tunisia nel maggio '43.
L'11 novembre la BBC annuncia: Gli ultimi superstiti della Folgore sono stati raccolti esanimi nel deserto. La Folgore  caduta con le armi in pugno. L'agenzia Reuters scrive: La resistenza opposta dai resti della divisione Folgore  stata invero ammirabile. Nel resoconto alla Camera dei Comuni sul trionfo di El Alamein, il primo ministro Churchill dice: Dobbiamo davvero inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i leoni della Folgore.
E per capire la differenza fra i due eserciti vale la pena riportare la relazione trasmessa al comando supremo dal capitano Cristofori al termine della campagna.
Le impressioni generali sul nemico sono: rapidissima e perfetta organizzazione delle piste, segnate sul terreno, col proseguire delle avanguardie, con paline di metallo perfettamente visibili di giorno e di notte; enorme diffusione dei mezzi radio, montati pressoch su tutti gli automezzi; perfetta organizzazione e segnalazione dei campi minati; ottima organizzazione dei rifornimenti; ottima disciplina del soldato, sia inglese che di colore; enorme disponibilit di armi, munizioni, viveri, materiali di ogni specie; ottimo servizio di informazioni, grande disponibilit di forze aeree; disponibilit di ottime armi leggere e pesanti; completa e assoluta meccanizzazione dell'armata, per il qual fatto si pu ben dire che non vi fosse un soldato nemico che andasse a piedi.
Le impressioni generali su noi stessi sono: assenza assoluta dell'aviazione dal cielo della battaglia, almeno nel settore meridionale del fronte; assoluta deficienza di automezzi, mezzi blindati, corazzati e antiaerei; scarsezza di artiglierie di sufficiente calibro; cattiva organizzazione delle piste e dei campi minati in nostro possesso, che hanno falcidiato i gi scarsi automezzi - quasi tutti catturati allo stesso nemico - a disposizione dei nostri reparti; scarsit in numero ed efficienza dei mezzi di collegamento.

All'oscuro di tutto  Nebbia, che di suo sarebbe pronto a orchestrare inappuntabili manovre ad ampio raggio. Girovaga verso nord, non riesce a stabilire alcun collegamento, sconosce la cattura della Brescia, il dimezzamento della Pavia, l'agonia della Folgore. Incarica il maggiore Borriello di raggiungere il comando di Rommel per chiedere urgenti rifornimenti. Intorno a Quota 174 Borriello incrocia Scattaglia intento a perlustrare la zona. Nel proseguire la ricerca s'imbatte nelle pattuglie nemiche: svolta a ovest in direzione della Cirenaica, il 9 arriva alla ridotta Capuzzo. L'isolamento di Nebbia  rotto da una comunicazione dell'Acit, che chiede notizie su dislocazione, consistenza ed efficienza dei reparti, e da una del comando di Barbasetti Prun, sempre pi mitica Delease: domanda d'indicare un posto dove paracadutare rifornimenti. Alle 16 dai collaboratori di Rommel giunge l'ordine di superare Fuka: bisogna proseguire verso Marsa Matruh. Qui il X corpo d'armata si sarebbe unito al XX per rompere l'assedio britannico e sbloccare la piazzaforte.
L'ordine appare sconclusionato pure nel caos di quei giorni. Non per niente il 5 sono giunti a Marsa Matruh due inviati del Corriere della Sera, Domenico Bartoli e Gino Tomaiuoli, persuasi di assistere alla controffensiva di Rommel con il sostegno di tre nuove divisioni. L'ha garantita a entrambi il capo dell'Ufficio Informazioni, nel suo confortevole riparo di el Gazala, settecento chilometri pi indietro. Comunque ha forse ragione il colonnello Faccio, vice di Nebbia, nel precisare che l'inesistente X corpo d'armata si sarebbe dovuto unire all'altrettanto inesistente XX solo per proseguire verso Marsa Matruh non per operare uno sfondamento. Nebbia stabilisce che Quota 150, dove sono stati indirizzati gli aviolanci della Delease, si organizzer a caposaldo. L'unico cui riesce a comunicarlo  Scattaglia. La sua colonna si muove alle 4 del 7. Scattaglia precede in avanscoperta e finisce in bocca a un reparto di camionette nemiche. Bastano un paio di raffiche per bloccare il piccolo corteo. Il rumore dei mitra  udito dal generale Parri alla testa di circa 900 uomini, comprendenti pure dispersi della Folgore e della Brescia, con un armamento risibile (un pezzo da 75/27, una mitragliatrice da 20, due Breda 30, quattro fucili mitragliatori) e munizionamento limitatissimo. Per evitare lo scontro Parri si avvia verso ovest. A guisa d'indiani nei film western compaiono all'orizzonte alcuni Bren Carrier, poi spariscono, poi ricompaiono. Alla fine due di essi si dirigono sparando verso gl'italiani. La resa  immediata, tranne Parri che con una macchina, due camionette, 3 ufficiali e 20 soldati prosegue verso Marsa Matruh. Alle 8 dell'indomani, 8 novembre, sono intrappolati anch'essi.
Per tanti incomincia una lunga prigionia. Lasciano dietro di s lettere, borracce, occhiali, scatole di cerini, piastrine di riconoscimento, cucchiai, forchette, scatole di sardine, pacchetti di sigarette, bottiglie molotov, bossoli di proiettili, suole e tomaie di scarpe, fogli di giornali, maglie di lana, bustine e una giovinezza tradita.
Purtroppo la Storia ha in serbo una tragica ripetizione: fra poco pi di un mese in Unione Sovietica comincer con la ritirata la decimazione dell'Armir. Pi di 20 mila caduti nel mese di ritirata e circa 80 mila negli anni di durissima prigionia. Nei precedenti diciotto mesi di guerra i morti erano stati appena 5 mila.

Alcuni di quelli messisi in salvo hanno un altro appuntamento con la Storia. Il colonnello Alberto Bechi Luserna il 9 settembre '43 cerca di dissuadere in Sardegna i par del maggiore Mario Rizzati, che hanno defezionato dalla Nembo per unirsi ai tedeschi. Bechi Luserna si presenta disarmato ai suoi antichi soldati. Sulla giubba porta i nastrini delle decorazioni, il pi recente  quello di El Alamein. Allorch comprende che la sua sorte  segnata, indica le amate ricompense al valore: Sparate pure, se vi sembra cos di essere dei valorosi, ma mirate su questi simboli che dovreste perlomeno rispettare. Una raffica l'abbatte.
Il 19 aprile 1945 il tenente colonnello Giuseppe Izzo, alla guida del II battaglione della Nembo, snida a Casa Grizzane, in Emilia, un presidio di paracadutisti tedeschi. Ci rimette una mano e ci guadagna una medaglia d'oro. La guerra si  premurata di mescolare una volta di pi le carte. Sei anni dopo aver partecipato da volontario fascista alla guerra civile spagnola, Izzo diventa uno degli emblemi del nuovo esercito italiano, che in venti mesi di guerra al nazifascismo ha avuto oltre ottantamila morti. Ma il reparto pi decorato serve, per volont di Montgomery confermata dai suoi successori, nell'8a armata britannica. Si tratta del 101 Squadron F, significa Folgore, composto il giorno dopo l'armistizio con la 9a compagnia Nembo del tenente Francesco Gay. Alcuni dei paracadutisti, che hanno combattuto in Calabria e in Campania, sono reduci da El Alamein e d'altronde la stragrande maggioranza dei pochi folgorini rientrati in Italia, come il capitano Antonio Gallo o il tenente Giuseppe Bianchetti, non ha avuto dubbi, l'8 settembre, su quale fosse la parte giusta dove schierarsi. Purtroppo questo Paese senza memoria per oltre mezzo secolo ha regalato l'eroica divisione al reducismo fascista.

14. In mezzo ai fantasmi.

Quattro gradoni introducono al semicerchio delimitato da una cornice di marmo, una targa segnala il punto pi profondo raggiunto dagli italiani nell'avanzata in Egitto: 111 chilometri, in realt 110 e mezzo, da Alessandria, dove Mussolini sognava d'entrare sguainando lo spadone dell'Islam. Qui il 1 luglio '42 arrivarono i bersaglieri del 7. La scritta recita la solita mezza verit, persino offensiva nei confronti dei ragazzi della generazione sfortunata: Manc la fortuna, non il valore. Adriana e Irelio Offman, nostri compagni di viaggio, faticano a trattenere la commozione.
Poche centinaia di metri pi in l, altre due lapidi annunciano i vecchi campi minati dell'8a armata di Montgomery e dell'armata corazzata italo-tedesca di Rommel. Sulla sinistra terra brulla fino al mare distante meno di tre chilometri, sulla destra le strutture di otto palazzoni dai mattoni amaranto, le cupolette decorative all'ultimo piano. Siamo nella zona di massimo sviluppo turistico dell'Egitto. L'idea  di edificare da Alessandria a Marsa Matruh una gigantesca Sharm el Sheik del Mediterraneo con un investimento da 8 miliardi di euro. Viene proposto un futuro all'occidentale dallo stile di vita alla pubblicit, dalle marche alla struttura dei complessi residenziali. Il collegamento  affidato a una superstrada dritta e scorrevole, dal traffico limitato: a non rispettare i limiti di velocit, in cinquanta minuti da Alessandria si giunge a El Alamein dopo aver costeggiato una teoria infinita di villaggi turistici, impossibili persino da immaginare nelle infernali settimane del '42. Dove il deserto cedeva alle infiltrazioni del mare oggi dominano i resort Marina affacciati sull'acqua con spiagge attrezzate di sdraio, ombrelloni, barbecue; con attracchi e porticcioli zeppi di motoscafi d'altura e di eleganti tre alberi. Sono modernissimi agglomerati di migliaia di abitazioni e di camere d'albergo, ognuno dotato di cinque piscine, di duecento esercizi commerciali, di una decina di ristoranti, di banche, di uffici postali. S'annuncia la costruzione di un enorme villaggio turistico, Marassi, oltre 6 milioni di metri quadrati zeppi di ville, piscine, buche del golf. E due anni dopo la nostra visita ci raccontano che i lavori sono quasi ultimati, malgrado la mezza rivoluzione dell'inverno 2011. La lingua ufficiale  un esperanto di molto inglese pasticciato, di venti parole italiane e dieci spagnole. Il resto s'affida ai gesti, alla buona volont, all'improvvisazione. Il problema sono le mine rimaste da quei giorni. Sono circa 17 milioni quelle inesplose. Nei decenni hanno causato migliaia e migliaia di vittime. Lo sminamento  affidato all'esercito: malgrado l'impegno rimangono da bonificare 2700 chilometri quadrati.

A El Alamein continuano a starci quelli dell'8a armata. La misera stazioncina costruita prima della guerra  sopravvissuta assieme al binario unico e alle consunte assi di legno dell'epoca. Accanto sorge la nuova stazione, il cui utilizzo prosegue a essere saltuario: ogni due ore si ferma un convoglio di tre antiquati e sporchi vagoni. Il paesino vive attorno alle piccole abitazioni costruite un secolo addietro, ai margini sorgono i palazzoni di otto-dieci piani impegnati a rubare spazio al deserto. Lo spartitraffico  caratterizzato dal vecchio Sherman sul piedistallo. Oltrepassata la chiesa copta, svoltando sulla destra si fronteggiano il museo della guerra inaugurato da Nasser nel 1965 e il sacrario del Commonwealth: vi riposano alcune migliaia d'inglesi, indiani, australiani, sudafricani, egiziani, rhodesiani.
Il giorno della visita il museo  quasi blindato: aitanti giovanotti in abiti civili, con enormi rigonfi sotto le giacche scortano una comitiva di anziani visitatori ebrei contraddistinti da sciarpe color arancione. Il cortile  zeppo di residuati bellici: le ali e il motore di uno Spitfire, autoblindo, fra i quali uno del Long Range Desert Group, camion, una postazione ricostruita dell'88 germanico. Il soprassalto al cuore viene dal confronto fra l'M13/40 e lo Sherman. Per quanti foto e filmati si possano aver guardato, per quanto si possa aver letto della disparit fra i due mezzi, occorre misurarli uno accanto all'altro per rendersi conto del topolino che sfidava il pachiderma. E qui, a pochi passi, troneggiano anche un Grant e un Crusader. Pure il semovente, malgrado il cannone da 75/18, e il patetico cannoncino 47/32 danno la misura della nostra inadeguatezza, della commovente dedizione di tutti i carristi e artiglieri, che ogni volta si lanciavano contro le montagne d'acciaio.
Dentro un salone dell'edificio sono ricostruite su due enormi plastici l'intera campagna dell'Africa Settentrionale e le tre battaglie di El Alamein. A ognuno degli eserciti in campo  dedicata una sala zeppa di fotografie, di cimeli, di divise, di armamento individuale, di equipaggiamento. Qualche oggetto esibisce le ammaccature del tempo e delle traversie. Spiccano le immagini dei generali pi importanti, scarsissima presenza italiana; abbondano le immagini di Faruk, il re egiziano dell'epoca, e dei tanti suoi generali, che a distanza di pochi mesi subentravano l'uno all'altro. La persona pi citata  una bella ragazza, Violette Bushell, padre inglese e madre francese, protagonista di un'esistenza assai avventurosa anche in un periodo bellico. Nata nel 1921, crebbe a Londra. Allo scoppio della seconda guerra mondiale lavorava da commessa presso Le Bon March. Incontr suo marito, Etienne Szabo, un ufficiale francese di origini ungheresi, durante una parata di commemorazione della presa della Bastiglia a Londra. Dopo la caduta della Francia, Szabo and con gli inglesi assieme ai reparti della Legione Straniera. Promosso generale combatt prima a Bir Hacheim, poi a El Alamein. Fu ferito e mor dopo la nascita della loro unica figlia, Tania. La perdita del marito convinse Violette ad arruolarsi nel '42 con il Soe (Special operations executive), lo spionaggio militare. Paracadutata in Francia il 7 giugno '44, ventiquattr'ore dopo lo sbarco in Normandia, venne catturata dai tedeschi a un posto di blocco. Nel febbraio '45 la giustiziarono nel campo di concentramento di Ravensbrck.  stata insignita con la George Cross e con la Croix de Guerre. La sua esistenza ha originato diversi libri e il film Scuola di spie.

Si attraversa la strada impolverata per entrare nel cimitero britannico. All'ingresso su una lastra di marmo  inciso: Dentro questo chiostro sono scritti i nomi dei soldati e degli aviatori del Commonwealth e dell'impero britannico, che morirono combattendo in terra e in aria, dove i due Continenti s'incontrano, e ai quali i casi della guerra negarono una tomba onorata e con il proprio nome assieme a quelle dei loro commilitoni della Royal Navy e della marina mercantile. Tutti assieme difesero la linea fra l'Est e l'Ovest e cambiarono il corso della guerra. In mezzo sono stati sistemati due armadietti con i registri dei caduti. A ciascuno spettano due righe di biografia.
Dalla corte d'onore ci s'incammina verso il campo dei defunti. L'atmosfera si mantiene rilassata e composta. Le file di lapidi marmoree si distendono tra ordinate composizioni di bouganville, di acacie, di pini marittimi. In mezzo alle tombe spuntano agavi e piante grasse. Nell'ultima fila di sinistra, dirimpetto all'altare centrale con la cripta, la prima stele  di un ignoto fuciliere reale; la scritta recita: SOLDATO DELLA GUERRA MONDIALE 1939-1945, CONOSCIUTO A DIO. Accanto a lui il caporale dei genieri reali, N.M. Flower, matricola 1871533, deceduto il 27 giugno 1940. I suoi genitori hanno fatto incidere: Non darci la buonanotte, c'incontreremo in un mondo migliore. Ogni dedica di padri, madri, mogli, figli procura un sussulto. Subentra la pena per i molti sconosciuti, che da oltre sessant'anni giacciono qui nella vana attesa di una lacrima, di una carezza alla fredda lastra di marmo.
Sulla sinistra dell'ingresso scorre un vialetto acciottolato. I sassolini li hanno ottenuti con la frantumazione di tronchi fossili e sono andati a recuperarli nella depressione di el Qattara. Paradossalmente, per, il percorso conduce al monumento in ricordo della 9a divisione australiana, che pugn e mor nella piana qui intorno, riprodotta nel bassorilievo bronzeo, non cinquantotto chilometri pi a sud. Gl'italiani sopravvissuti di quei giorni non conservano un bel ricordo dei diavolacci di Morshead: non prendevano prigionieri, si accanivano contro i feriti; erano straordinari combattenti, ma andavano all'assalto imbottiti di whisky e pronti, dunque, a trascendere.
Accanto a quello del Commonwealth si trova il cimitero greco con alcune centinaia di tombe a ricordare che c'erano e morirono anch'essi.

Per il sacrario tedesco bisogna girare sulla destra al km 174 in direzione Marsa Matruh. Due chilometri di strada sterrata conducono a una costruzione simile a un castello federiciano con torrioni guarniti di angoli e feritoie. Ascesi irti gradoni, un portone immette nel cortile. Troneggia l'obelisco con quattro aquile in vetta, regalo del governo tedesco. Otto padiglioni fanno corona con le lapidi ai 4300 morti divisi per citt. Magdi, il custode, spiega che i visitatori vanno gradualmente scemando, soprattutto quelli provenienti dalla Germania e per fortuna che arrivano gli italiani a buttare l'occhio. Una delle rare foto ritrae il sottotenente Gerhard Tirschmann, nato a Leipzig il 27 gennaio del '20 e deceduto il 23 luglio '42 durante la seconda battaglia di El Alamein. Lo sguardo fiero e corrucciato sotto il cappello non nasconde la giovane et. Dalla cima si gode una vista spettacolare sul mare e sulla spiaggia non ancora catturata dal turismo. Eppure si avverte un'aria cupa, pesante. Dal misurato rispetto inglese per gli scomparsi siamo passati al culto tedesco per la morte.
Quattro chilometri pi avanti eccoci alla religione della memoria, il sacrario italiano, di cui siamo debitori alla tenacia e alla pietas del nostro Lawrence d'Arabia, l'ingegnere, architetto maggiore Paolo Caccia Dominioni, conte di Sillavengo e soprattutto magnifico profeta di una umanit senza confini, senza divisioni. Nel novembre '42, sfuggito rocambolescamente agli inglesi, Caccia Dominioni era rientrato in Italia, aveva partecipato alla resistenza, ma nel '47 si era di nuovo trasferito al Cairo. L il console Alfredo Nuccio, un bersagliere, l'aveva sollecitato a ritornare sui sessanta chilometri dell'ex fronte per controllare che cosa ne fosse delle salme dei soldati italiani. Tutti i cimiteri, anche quelli dell'Asse, si trovavano sotto la custodia della burocrazia britannica. Quell'anno la ricerca delle salme era stata addirittura sospesa e numerosi erano i militari ancora dispersi. A Tell el Eisa, nei pressi della mitica Quota 33, che aveva visto il sacrificio dei carristi dell'Ariete e della Littorio, era stato improvvisato un cimitero italo-tedesco. Situato in mezzo alle postazioni australiane, rischiava di esser travolto dalle frane a causa degli acquazzoni autunnali.
Cos cominci la missione umanitaria di Caccia Dominioni, affiancato dopo qualche anno dal vecchio amico Renato Chiodini: cercare e individuare i corpi, dare a tutti una degna sepoltura. Venne dapprima edificata la base di Quota 33, in seguito l'imponente sacrario inaugurato il 28 ottobre '59. L'Egitto concesse il terreno per 99 anni, ma l'Italia tratta da tempo nella speranza di ottenerlo a titolo definitivo. Costruito in pietra bianca per uniformarlo agli edifici di calce degli egiziani, accoglie le salme di 2247 soldati identificati e di 2187 senza un nome e per costoro vale quanto recita la grande targa di marmo: Riposano fra gli ignoti in questo sacrario o in luogo sconosciuto nel deserto.
L'ingresso ha un'imponente corona di oleandri e tamerici. La corte d'onore  un viaggio nel tempo scandito da attestati, rievocazioni, nostalgia. I paracadutisti in ricordo dei commilitoni che da queste sabbie assursero al cielo degli eroi (1956); 1659-1943. Anche nel deserto delle cento battaglie il quarto battaglione controcarro Granatieri di Sardegna: a me le guardie; Il circolo artiglieri di Milano con orgogliosa ammirazione e commosso ricordo (1981); Il ricordo dei guastatori del genio: 4 medaglie d'oro, 57 medaglie d'argento, 65 medaglie di bronzo, 1 argento e 2 bronzo alle bandiere delle unit (1982). I bersaglieri ricordano l'elogio di Rommel, la cui paternit non  poi cos sicurissima, ma in ogni caso  corrispondente al vero e vale per tutti i militari italiani di El Alamein: Il soldato tedesco ha stupito il mondo, i bersaglieri hanno stupito il soldato tedesco. Alla base di quattro cannoni da 47/32 si legge: Lontani dalla loro patria combatterono con dignit e con onore. Caddero per tenere alti valori che non hanno confini. L'esercito italiano nel 42 anniversario della fine delle operazioni in Africa li ricorda con rispetto alle nuove generazioni (1985); Il comune di Nerviano in onore di Caccia nel decennale della scomparsa (2002); I Lancieri di Novara ai caduti del III Gruppo (2003). Procurano un brivido le parole dettate da Bechi Luserna, il leggendario colonnello freddato da mani italiane in Sardegna il 9 settembre '43. Bechi le aveva destinate al piccolo cimitero dei par del chilometro 42: Fra sabbie non pi deserte sono qui di presidio per l'eternit i ragazzi della Folgore. Fior fiore di un popolo e di un esercito in armi. Caduti per un'idea senza rimpianti, onorati dal ricordo dello stesso nemico. Essi additano agli italiani, nella buona e nell'avversa fortuna, il cammino dell'onore e della gloria. Viandante arrestati e riverisci. Dio degli eserciti accogli gli spiriti di questi ragazzi in quell'angolo del cielo che riserbi ai martiri e agli eroi.
Una targa ricorda i marinai, un'altra i morti del reggimento Giovani Fascisti. La lapide di marmo  dedicata ai 100 tecnici e operai deceduti nella costruzione delle dighe di Esna ed Edfina nei pressi di Assuan fra il 1901 e il 1951. Fra tante parole s'impone l'M13/40, targa RE 3700. Apparteneva alla 3a compagnia dell'XI battaglione della Trieste il cui equipaggio s'immol il 10/7/42 a Tell el Eisa (Quota 33). Il capitano Vittorio Bulgarelli, comandante della 3a, cadde il 2 novembre a Tell el Aqqaqir. Il maggiore Verri, comandante dell'XI, venne gravemente ferito (2003).
Dal piazzale intestato alla medaglia d'oro Luigi Fiorentini, il tenente colonnello d'artiglieria deceduto in un assalto disperato con la pistola in mano, partono le piste laterali con i nomi di due altri grandi decorati: il capitano di vascello Umberto Novaro, morto nelle acque di Candia (19 luglio 1940) e Sergio Bresciani, il diciottenne volontario d'artiglieria, la pi giovane medaglia d'oro del nostro esercito. Fino alla torre ottagonale si snodano cinquecento metri in leggera ascesa. Tra curatissimi grappoli di oleandri, lantane, bouganvillee, pini marini, ulivi sbucano steli in ricordo dei Reparti indigeni dei territori d'Oltremare, del 102 reggimento della Trento, del Comando superiore della regia Marina in Libia, del 17 della Pavia, della regia Aeronautica, del 185 Folgore, del 133 Littorio, del 27 Brescia, del 132 Ariete, del XXI corpo d'armata, del 101 Trieste, del XX corpo d'armata, del 25 Bologna, del X corpo d'armata. L'ennesima targa recita: XX corpo d'armata corazzato, divisioni Ariete, Littorio, Trieste: gli equipaggi di 339 carri armati per arginare il nemico dilagante accettarono in questo deserto il consapevole sacrificio dal 24/10 al 4/11. Sul relitto glorioso fermate lo sguardo e meditate.
Sulle pareti esterne del sacrario sono incisi i nomi di tutte le medaglie d'oro, non solo di El Alamein. L'ultimo nome, infatti,  quello del sottotenente genovese d'artiglieria Euro Zoboli, volontario, deceduto in una postazione libica il 10 dicembre 1940 nell'infuriare dell'offensiva di Wavell. Sulla torre sventola solitario il tricolore, unica eccezione all'obbligo di esporre sempre la bandiera egiziana a fianco di quella italiana. All'interno s'alternano urne con nomi, cognomi, gradi, decorazioni e altre con la dicitura ignoto. Per ciascuno di essi vale quanto  inciso in alto: Queste pareti custodiscono milletrecento caduti ignoti a noi, ma noti a Dio. Uno accanto all'altro riposano Marescotti e Costantino Ruspoli. A fianco del soldato Nicola Marroncelli sta l'infermiera Maria, l'unica donna accolta nel sacrario. In realt di lei s'ignora il nome, s'ignora la professione, s'ignora la nazionalit. Si sa soltanto che il suo corpo  stato trovato sull'Himeimat accanto a quelli di due par. Le uniche infermiere italiane stavano al confine con la Libia nell'ospedale gestito dalle suore. Ma distava quasi quattrocento chilometri e diventa difficile indovinare il motivo che spieghi la presenza di Maria in un luogo cos pericoloso. Il direttore del sacrario, Raffaele Portento, ipotizza che forse si trattava di una delle prostitute di stanza a Fuka spintasi sulle cime dell'Himeimat per amore. E allora se diamo spazio ai sentimenti, possiamo anche immaginare che fosse una ragazza delle trib nomadi, abituate ad attraversare i due schieramenti, decisa a condividere la sorte di un nostro militare.
Il numero dei visitatori  in costante crescita grazie allo sviluppo del turismo. La media supera i tremila al mese. Si atterra con comodit nel nuovissimo aeroporto di El Alamein dirimpetto al mare, alcuni preferiscono Marsa Matruh e le sue spiagge immacolate: da l sono due ore e mezzo di pullman. L'interesse e il coinvolgimento dei trenta-quarantenni confermano che la leggenda di El Alamein oltrepassa la fascia dei reduci e dei loro familiari, assurge a patrimonio comune dell'intera Nazione. Se lo meritano coloro che qui morirono nel nome di una Patria senza aggettivi. Ed  il riconoscimento pi bello che tutti possiamo fare all'opera di Caccia Dominioni, ai tanti miseri resti raccolti con meravigliosa perseveranza. Sono, infatti, di piccola dimensione le urne ospitate nel sacrario a parte le novanta contenenti i corpi ritrovati intatti alla fine degli anni Quaranta presso un ospedale egiziano. Erano stati tutti mummificati secondo la tradizione locale.

Portento  impegnato in una delicata trattativa con le autorit locali: ripristinare l'antica croce che sul terreno, in prossimit della Quota 33, separava le sepolture degli italiani da quelle dei tedeschi e serviva quale luogo di raccoglimento, di preghiera. Nel '73, durante la guerra del Kippur, lo stato maggiore egiziano install una base di radiotrasmissione alla base del sacrario e ne sconvolse la configurazione. Portento confida nella forza della persuasione: sta imparando l'arabo per stabilire un contatto diretto e in arabo ormai s'intende con i sette dipendenti beduini d'origine libica. Fra essi Rasoul Abd el Aghila, il secondo lavoratore a essere ingaggiato da Caccia Dominioni dopo il famoso Muhammar. Rasoul  quasi cieco, ha ottantott'anni, per non pensionarlo  stato nominato custode della torre, ma lui  soprattutto la memoria storica di questa straordinaria impresa. Sulla tunica bianca esibisce un tricolore, viene cercato e coccolato dagli abituali frequentatori del sacrario, come la comitiva di ex folgorini stretta attorno a Gino Compagnoni, classe 1921, 6a compagnia, che a Deir el Munassib, quando il raggruppamento Ruspoli fu investito dall'onda di fuoco, si caric sulle spalle il sottotenente Ferruccio Brandi e lo condusse in salvo.  un episodio citato da ogni libro su El Alamein e una volta l'anno Brandi invia a Compagnoni una cartolina con i ringraziamenti.
Il busto di Caccia Dominioni, dono nel centenario della nascita dell'Associazione nazionale genieri e del Rotary Roma Appia antica, introduce all'edificio di Quota 33, in origine la casetta utilizzata dal maggiore quale ricovero personale e quale base per le incursioni nel deserto alla ricerca dei suoi morti. Prima di entrarvi si resta in ammirazione di uno dei maiali adoperati ad Alessandria contro la Mediterranean Fleet. Sembra impossibile che degli esseri umani li abbiano cavalcati per ore, eppure  quello che fecero Durand de la Penne e Bianchi, Marceglia e Schergat, Martellotta e Marino. L'affondamento della Queen Elisabeth, della Valiant, della Sagona e il danneggiamento dello Jervis fu una delle pagine pi gloriose di una brutta guerra, per dirla con Montanelli.
La quota e i dintorni sono stati i muti testimoni di mille eroismi e di altrettanti drammi. Ai primi di novembre del '42 artiglieri e carristi furono uniti in un nefasto destino assieme ai camerati germanici (1800 gli uni, 3000 gli altri), ma da queste parti si era aspramente combattuto gi in luglio come ricorda la targa: L'ultimo anelito del LII gruppo cannoni da 152/47 raccolse questa altura il 10/7/42. Qui una voce si leva possente e ammonisce a mai disperare nei destini d'Italia.
Sopra la guglia della costruzione si erge l'asta sulla quale Caccia Dominioni adatt un'elica per sfruttare i forti venti e creare un originale impianto di energia eolica. L'asta collegata alla dinamo forn per anni la luce alla casa. Dai finestroni si gode la vista stupenda verso il mare. Sopravvive il cucinino con i classici tre fornelli, le bombole del gas dovevano giungere da Alessandria. Le stanze sono occupate da una massa di cimeli: si va da una rassegna di elmetti italiani, compreso uno della prima guerra mondiale, alla bandiera della nave scuola Palinuro, primo tricolore italiano a sventolare nel '56 su queste lande per iniziativa di Chiodini. E poi foto delle ricerche, delle riesumazioni, libri dell'epoca, rievocazioni del XXXI guastatori, i consueti disegni di Caccia Dominioni per fissare un'emozione, una memoria. Alla parete sono appesi i suoi ritratti di alcuni indimenticabili compagni d'arme: Giuseppe Celesia, il capitano Clementino Crippa sepolto a Quota 33, il capitano Gabriele Caimi, il sergente maggiore Carlo Biagioli, medaglia d'oro e anch'egli sepolto a Quota 33, il tenente Licio Leonardi, il sottotenente Antonio Fatiguso, il sottotenente Lamberto Rota Rossi, un altro di quelli seppelliti nei dintorni.

Sulla sinistra della corte d'onore sorgono il cimitero dei 228 ascari libici e l'attigua moschea. Le autorit italiane non avevano dato il permesso di edificarla, ma Caccia Dominioni dispose di costruirla fingendo di non aver ricevuto il dispaccio. Quando per l'ennesima volta glielo recapitarono con aria sconsolata rispose: Mi dispiace,  gi costruita... I soli a usare la moschea sono gli abitanti della zona, che il venerd vengono a pregarvi.
Sulla destra della corte d'onore i piccoli locali del museo.  un susseguirsi di avvenimenti, di emozioni, di frammenti di vite che qui si spezzarono o vennero segnate: vessilli, insegne, granate, bidoni d'acqua, taniche di carburante, foto di ore spensierate, mine anticarro, caricatori, elmetti bucati, l'asta della bandiera del XXI corpo d'armata nascosta al momento della ritirata e dissotterrata il 18 luglio '52, segnali stradali, mitragliatrici, due miseri lanciafiamme, i resti dello Spitfire che il 4 aprile '54 consentirono di individuare i corpi del sottotenente Teodoro Versan e di otto soldati della Trieste caduti il 23 settembre '42 a est di Rain Pool. Stringono il cuore le due bottiglie di Chianti con lo stoppino dentro il contenitore di alluminio legato con lo spago al vetro: ecco le mitiche molotov. Con queste in mano i ragazzi della generazione sfortunata si lanciavano contro gli Sherman, contro i Grant, sfidavano quelle montagne mobili da 30-35 tonnellate.
Dal diario storico del IV battaglione Folgore, tenuto da Lassalle Errani,  estratta questa annotazione: Il rancio, e per rancio s'intende pastasciutta, scatolette, acqua, vino, sigarette, anice, posta, arriva quando pu, di solito verso le 10 di sera al comando della 10a ora sui costoni di Deir el Munassib.  ovviamente un arrivo molto sospirato. La pasta  sempre stracotta, ma calda e un po' di roba calda da mandare gi va bene in ogni senso.
Nel febbraio del 2006 gli alpini di Bassano del Grappa hanno appeso al muro il loro memento: Un silenzio fuori ordinanza da un gruppo di veci che non ha dimenticato tanti bocia rimasti qui per scelta avendo creduto fino all'ultimo in una fede che ha nome Italia. Poco pi in l l'anfora con l'acqua del Piave, un vaso con il terriccio di Tarquinia, la poesia El Alamein dedicata da Aldo De Gioia alla memoria del padre paracadutista.
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Pure tant'anne fa' nascette 'o sole:
era d'estate for 'a sta marina.
Surdate 'e mare, terra e d'aviazione
venettero p' 'a strada d' 'a Stazione.
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Appriesso a lloro mamme currevano,
sore, mugliere e nnammurate,
tutte chiagnevano.
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Sunavano 'e ssirene dint' o puorto
d' 'e nnave ca partevano p'a guerra:
turpediniere, caccia, 'ncruciature,
e quante abbraccie, lacreme, preghiere.
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Ognuno era pronto p'a partenza,
fumava 'na milit o popolare,
guardava miez' 'o mare.
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Pensava VINCEREMO!
Avanti!, dicette 'o cumannante:
nisciuno se fermaie.
Pe' radio se cantava Tornerai.
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Era 'na festa 'ncoppa 'a 'sta banchina;
partette 'nu surdato 'na matina...
Mo' state tutte quante sotto terra,
EL ALAMEIN  'o nomme ca ve coce,
ce st nu sacrario e' ncoppa 'na bandiera
mmiez' 'o deserto ca ve dette 'a croce.
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Ma site sempre vive dint' o core,
chi v'aspettava nun ve po scurd,
Guagliune ca teniveve vint'anne:
site guagliune pe' l'eternit!
Partette 'nu surdato 'na matina, chillu surdato era pap!
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La sabbia, i decenni, lo sviluppo urbanistico hanno ridotto molti di questi luoghi sinonimo di lacrime e sacrifici (posto Thompsom, le paludi, l'acquedotto, Tell el Aqqaqir, Deir el Munassib, Gebel Kalakh, la pista Rossa, la pista dell'Acqua, Quota 28, Tell el Eisa) a semplici puntini sulla mappa, a nomi scarnificati di ogni sostanza. Tell el Eisa e Quota 28 presentano gli stessi arbusti, le stesse rocce delle zone vicine: per quanti non sanno, in niente differiscono dal panorama che li circonda. Sono ormai luoghi dell'anima.
Nei pressi del nuovo aeroporto, punto d'arrivo dei voli charter, sopravvive Sidi Abd el Rahman. Minuscolo villaggio eguale a tanti altri, circondato da resort e da file sterminate di villette a schiera. In cima a una strada polverosa costellata di basse abitazioni con l'antenna satellitare sul tetto - fra una torre delle comunicazioni, la rivendita di frutta e verdura e una palazzina moderna a tre piani color verde pistacchio - resiste la casa di preghiera trasformata da Rommel nel posto di comando avanzato. Dove ora espongono abiti sul ballatoio stazionavano i cannoni pesanti della nostra artiglieria. Nessuno dei tanti che consumano l'ozio del mezzogiorno addentando focacce senza sale ne  informato. Le parole guerra, Italia, Rommel, strappano sorrisetti di circostanza.
I bambini tornano da scuola con zaini tutti identici, un'anziana robusta e ciarliera trascina una carriola di rifiuti. Casse di bottiglie d'acqua e di birra analcolica contendono ogni centimetro a pick-up posteggiati in allegra anarchia. Le due cabine telefoniche sono ignorate dai numerosissimi possessori di cellulari. Le graticole all'aperto diffondono un sentore di bruciato. Nel grande minimarket all'angolo della superstrada vendono dal cibo alle lavatrici; l'insegna in inglese recita: LA QUALIT  IL NOSTRO MARCHIO.
Quando scende la sera nei resort della costa si diffondono le note di Guantanamera, di Mambo italiano, di Tu vo' fa' l'americano.
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FINE.
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Nota dell'autore.
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Gli sforzi di ridurre, al di l di errori e orrori, l'unit d'Italia, il Risorgimento, la storia di questi centocinquanta anni a un'enorme ignominia hanno, al contrario, prodotto una forte spinta al sentimento di Patria.  stata l'occasione per riscoprire quante persone perbene si sono adoperate per un'idea spesso pi bella dei suoi presunti padri. Lo stesso Va' pensiero del Nabucco, di cui vorrebbero impadronirsi folcloristici personaggi animati da eccesso di fantasia (la Padania, Alberto da Giussano, il padre Po, i riti celtici...), ne costituisce una pietra fondante assieme al suo autore, Giuseppe Verdi. Resiste, insomma, il nobile spirito che ha condotto tanti dei nostri nonni e dei nostri padri a morire per tener fede a un giuramento. Lo si tocca con mano sulle pietraie, sui dossi, sulle dune che da El Alamein conducono alla depressione di el Qattara. Dopo quasi settant'anni frotte crescenti d'italiani continuano a onorare questi sessanta chilometri con una presenza piena di passione e di pudore. Il sito di Daniele Moretto, il progetto sponsorizzato dall'universit di Padova per riportare alla luce i resti italiani del fronte offrono la testimonianza pi vivida di un attaccamento che ha giustamente superato qualsiasi steccato ideologico per riversare il proprio rispetto sui ragazzi della generazione sfortunata, ai quali non fu data alcuna possibilit di scelta.
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Abbiamo cominciato a raccontarne peripezie, dolori, lacrime undici anni addietro con Italiani dovete morire (il sacrificio della Acqui a Cefalonia); poi sono giunti Tutti i vivi all'assalto (i sei mesi degli alpini in Unione Sovietica), Arrivano i nostri (lo sbarco alleato in Sicilia nel luglio '43), In cerca di una Patria (il ritorno in guerra del nostro esercito contro i nazifascisti), Noi moriamo a Stalingrado (la sconosciuta odissea di 77 militari italiani). L'onore d'Italia rappresenta l'ultima tappa di questo lungo pellegrinaggio nella memoria per non dimenticare chi pag il prezzo pi alto..

La visita in Egitto e nelle lande del nostro lutto  stata compiuta l'autunno di due anni addietro. Oggi  persino troppo facile annotare che si potevano gi indovinare i sintomi del malessere esploso all'inizio del 2011. Ad attrarre allora gli egiziani erano le mode, i gusti, gli stili dell'Occidente. Gli ultimi viaggiatori segnalano che niente  cambiato, a parte l'irrigidimento delle misure di sicurezza. Ovviamente il tempo  corso pi veloce del libro: Rasoul Abd el Aghila, l'ultimo collaboratore di Caccia Dominioni, di cui avete letto nel capitolo 14,  morto poche settimane dopo il nostro incontro. In Italia l'hanno ricordato e pianto in molti.
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Considerati la battaglia di svolta del conflitto, secondo taluni storici persino pi importante di Stalingrado, i giorni di El Alamein sono stati celebrati da un subisso di libri. Molti di essi li abbiamo dati per letti: i pi importanti, quelli che nei decenni ci hanno condotto per mano, li avete trovati nelle diverse citazioni in pagina. Una segnalazione a parte merita l'irripetibile Storia della seconda guerra mondiale diretta da Sir Basil Liddell Hart e da Barrie Pitt nell'edizione inglese di Purnell e da Angelo Solmi nell'edizione italiana di Rizzoli. Fra i collaboratori figurava il giovanissimo Luigi Brioschi, che in et matura, da direttore editoriale della Longanesi, ha tenuto a battesimo anche questo libro. 
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FINE.